martedì 2 agosto 2016

LA CARTA DI VIAREGGIO DEL 1926

Il calcio italiano degli anni'20, come sappiamo, era scosso da violenti polemiche e duri scontri al proprio interno che fomentavano la già di suo inquieta folla che sempre più seguiva, discuteva e si appassionava alle vicende calcistiche. A ciò si accompagnava una grave crisi finanziaria e di “potere” che attanagliava gli enti del calcio dell'epoca. Quel che accadde nel 1926 offrì il pretesto al regime per rafforzare in maniera decisiva la sua presenza e la sua influenza all'interno delle strutture calcistiche.
Tutto prese avvio dalla proclamazione di uno sciopero della classe arbitrale nel maggio di quel 1926, dopo che la Federazione annullò la vittoria del Casale sul Torino del 7 febbraio a seguito delle vibranti proteste dei granata adducendo quale motivazione il fatto che l'arbitro non avrebbe diretto con la dovuta serenità l'incontro.
Già da alcuni anni una commissione di “saggi” stava lavorando per una strutturale riforma del calcio e proprio nella primavera del'26 statuì per il Regolamento arbitrale una bizzarra norma che prevedeva la possibilità per le società di indicare un certo numero di arbitri “non graditi”, i quali per tutta la stagione non avrebbero arbitrato quelle squadre. L'Annuario del Giuoco del Calcio italiano nell'edizione del 1929 riporta per intero il testo della norma, prevista all'art.11 del Regolamento degli Arbitri:
Ogni società, entro 10 giorni dal ricevimento dell'elenco degli arbitri, avrà diritto di indicare alla Commissione sportiva (federale) un numero di arbitri non superiore all'8% del totale contenuto nell'elenco stesso. La Commissione stessa per tutta la stagione sportiva iniziantesi, non dovrà destinare tali arbitri alla direzione delle partite che la società che li ha indicati dovrà disputare sia sul proprio campo sia su campo avversario.
Le Società non sono tenute a dichiarare i motivi della indicazione salvo si tratti di casi di indegnità”
Ovviamente questa norma non venne accolta bene dal mondo arbitrale e al termine di una riunione tra tutti gli arbitri, il 30 maggio 1926 l'Associazione degli Arbitri emanò un durissimo comunicato:
Il Consiglio plenario dell'Associazione Italiana degli Arbitri, riunito ieri a Milano, presa in esame la situazione creatasi in seguito alle ultime decisioni degli Enti Federali (…) delibera alla unanimità di invitare i colleghi di tutte le categorie a ritornare alla Commissione sportiva entro il giorno 5 giugno 1926 la tessera di arbitro, spontaneamente rinunciando ad assolvere l'ufficio, che non è più tutelato da leggi scritte, ma è abbandonato all'arbitrio di parte”
Per farla breve, sciopero. 
Lando Ferretti
Insomma c'era il concreto rischio che il campionato non vedesse la fine perchè ovviamente non si poteva giocare senza arbitro, ma fu qui che intervenne in maniera decisa il regime. Per trovare una soluzione venne investito della questione il C.O.N.I. - ente controllato dal regime – il cui presidente già dal 1925 era Lando Ferretti, nominato direttamente da Mussolini. Ferretti ci mise molto poco ad intervenire: ordinò l'immediata cessazione dello sciopero arbitrale e la ripresa del campionato e il 7 luglio nominò una commissione di tre saggi (Mauro, Foschi, Graziani) con il compito di riformare radicalmente l'organizzazione calcistica italiana. Nello specifico ai tre esperti venne demandata la soluzione alle seguenti questioni:
a) Assegnazione delle Società alle varie categorie e organizzazione dei campionati;
b) Classifica dei giocatori;
c) Sistemazione tributaria;
d) Gerarchie dell'ente
Da quella commissione, nel giro di sole tre settimane, venne emanata e sottoposta all'approvazione del C.O.N.I. il 2 agosto 1926 la cosiddetta “Carta di Viareggio” che modificava in senso sostanziale tutta l'attività calcistica italiana.
Così La Stampa del 3 agosto riportava la notizia:
In una sala del Municipio di Viareggio si è riunita questa mattina e nel pomeriggio di oggi la presidenza del C.O.N.I. per la sistemazione della Federazione Italiana del Giuoco del Calcio. (…) dopo un breve rendiconto finanziario, i convenuti hanno ricevuto una Commissione delle Società di Prima Divisione escluse dalla Divisione Nazionale. Nel pomeriggio, poi, ha avuto luogo un'ampia discussione alla quale hanno preso parte quasi tutti gli intervenuti, e che si è conclusa con l'accettazione delle proposte degli esperti. I punti fondamentali della riforma dell'Ente calcistico stabiliscono tra l'altro che i giuocatori vengano divisi in due categorie: dilettanti e non dilettanti.
Alle Società iscritte al Campionato italiano è fatto divieto di allineare nei propri ranghi giuocatori di nazionalità straniera: come norma transitoria è ammesso per gli anni 1926-27 il tesseramento di due giuocatori da parte di ciascuna Società, con l'obbligo però di non farne partecipare più di 1 per ciascuna partita. Sono stati poi presi provvedimenti circa il trasferimento dei giocatori e si è fissata la data di inizio Campionato italiano, che verrà diviso in due gruppi.
Si è proceduto infine alla costituzione di un Comitato Tecnico arbitrale, con sede a Milano”
Cambiava un po' tutto, quindi. Soprattutto per quel che riguardava la struttura interna federale che veniva riorganizzata in senso strettamente gerarchico e le cariche stesse che non erano più elettive bensì a nomina: veniva istituito un Direttorio Federale composto da 7 elementi tutti eletti direttamente dal C.O.N.I. - e dunque dal Partito – a capo del quale veniva nominato il gerarca fascista bolognese Leandro Arpinati; a sua volta il Direttorio Federale avrebbe nominato tutti gli organi dipendenti, e cioè il Direttorio delle divisioni superiori (Divisione Nazionale e Prima Divisione) e il Direttorio delle divisioni inferiori Nord e Sud (Seconda Divisione Nord, Seconda Divisione Sud, finali interregionali e Terza Divisione).
Inoltre la riforma seguiva la via tracciata anni prima dal Progetto di riforma dei campionati ideata da Vittorio Pozzo, teso all'unificazione territoriale del campionato: venne dunque creata una Divisione Nazionale formata da 20 squadre divise in due gironi, di queste ben 16 appartenevano alla Lega Nord alle quali si aggiunse una diciassettesima individuata tramite torneo di spareggio tra le otto retrocesse nell'anno precedente; completavano il quadro due squadre del sud e d'ufficio la romana Fortitudo. Era un ulteriore e decisivo passo verso il Girone Unico del 1929/30.
Ultimo aspetto, non certo il meno importante, riguardava il nuovo “status” del calciatore. La Carta di Viareggio recepiva quanto già statuito dalla F.I.F.A. nel congresso di Roma del 1926 laddove la Federazione internazionale, pur continuando a proclamare il principio del dilettantismo per i calciatori, di fatto lasciava alle singole federazioni nazionali il compito di inquadrare concretamente il calciatore e quindi – in altre parole – dava loro la possibilità di prevedere un “compenso” per i giocatori. Ovviamente quel “compenso” non poteva essere in alcun modo un compenso diretto, ossia elargito in relazione ad una prestazione di gioco, ma poteva benissimo essere inteso nel senso di “risarcimento” per il “mancato guadagno” che il calciatore avrebbe subito a causa dell'attività calcistica. Capirete bene che si è al cospetto di un capolavoro linguistico...
Dicevamo, la Carta di Viareggio si adeguò e, pur non riconoscendo il professionismo, distinse i calciatori in Dilettanti e Non Dilettanti, prevedendo per questi ultimi l'obbligo di depositare in Federazione “copia degli impegni di rimborso spese e mancato guadagno, firmata dal rappresentante della Società e dal giocatore”.
Sull'argomento, per la portata in sé e per l'influenza che ebbe nel calcio a venire, torneremo a settembre con un approfondimento in tre puntate.

 

martedì 26 luglio 2016

CHI VINSE IL CAMPIONATO ITALIANO 1914/15?

Genoa
L'1 e il 2 agosto 1914, mentre l'Italia dichiarava la sua neutralità nel conflitto bellico che stava scoppiando sempre più fragoroso, a Torino durante l'assemblea federale venne deliberato il nuovo organigramma del campionato, il quale, per quanto riguarda il nord, venne suddiviso in 6 gironi formati da 6 squadre ciascuno, secondo il criterio della regionalità; al termine delle eliminatorie, le migliori due di ciascun girone e le quattro migliori terze avrebbero formato i quattro gironi di semifinale, ciascuno di quattro squadre. Le vincenti di ciascun girone di semifinale avrebbero quindi formato il girone finale che avrebbe laureato il vincitore. Per il centro vennero organizzati due gironi, uno toscano e uno laziale; le migliori due di ciascun girone avrebbero formato il girone finale. Completava il quadro il – chiamiamolo così – girone campano al quale erano iscritte due sole squadre, entrambe di Napoli, il cui vincitore avrebbe disputato la finale del centro-sud con la vincente del girone finale del centro. La vincente di questa finale avrebbe incontrato nella finalissima nazionale la vincente del girone nord. Insomma, fatte salve poche e lievi modifiche, il campionato 1914/15 si sarebbe svolto come quello precedente.
Internazionale
Il campionato al nord iniziò il 4 ottobre, mentre al centro prese il via domenica 1° novembre 1914. Durante i primi mesi del 1915, mentre la guerra si faceva sempre più aspra, dura e lunga, l'Italia – come ho raccontato nel mio 1915, Dal football alle trincee (Bradipolibri, 2015) – arrivò prima a stipulare il Patto con le forse alleate e quindi a dichiarare guerra al suo alleato, l'Austria-Ungheria.
Il 22 maggio 1915 veniva proclamato lo stato di guerra e il 23 l'Italia entrava in guerra; lo stesso giorno veniva sospeso il campionato di calcio, quando mancava una giornata al termine sia nel girone del nord sia nel girone del centro.
La classifica dei due gironi era la seguente:
ITALIA SETTENTRIONALE 
GENOA 7
TORINO 5
INTERNAZIONALE 5
MILAN 3 
 
ITALIA CENTRALE
LAZIO 8
ROMAN 6
PISA 6
LUCCA 0
le partite ancora da disputare, in programma per il 23 maggio erano queste:
GENOA-TORINO
MILAN-INTERNAZIONALE
PISA-ROMAN
LAZIO-LUCCA
Come abbiamo detto, la formula prevedeva che la vincente del girone nord incontrasse in finalissima chi fosse risultato vincitore tra la vincente del girone centrale e la vincente del girone campano. La precisazione non appare di poco conto, e adesso vediamo perché. 

Lucca


Nel girone finale del centro molta confusione desta la posizione del Lucca poiché alcune fonti danno per certo e per notificata alla F.I.G.C. la rinuncia al campionato della squadra toscana per problemi d natura economica, mentre altre fonti tacciono sul punto o addirittura parlano di incontro che verrà recuperato. Ammesso quindi che la Lazio avesse effettivamente vinto il girone, rimaneva comunque da disputare la finale del centro-sud contro la vincente del girone campano, girone che in realtà era un'eliminatoria tra le due squadre di Napoli, il Naples e l'Internazionale. Dette squadre giocarono le due partite in aprile ma entrambi gli incontri vennero annullati per tesseramenti irregolari di un paio di giocatori e programmati nuovamente per il 14 e 21 maggio: come sappiamo, l'incontro del 14 venne regolarmente giocato e vide la vittoria dell'Internazionale, ma non venne mai giocato il ritorno. Con la dichiarazione di guerra tutto venne sospeso e al termine del conflitto bellico la F.I.G..C. decise di premiare il Genoa. La decisione di assegnare il titolo alla squadra genovese venne definitivamente presa nel 1921, ma già nel 1919 la decisione era pressoché certa e ufficiale, tanto da essere riportata anche dagli organi di informazione e ciò pare abbia portato Torino e Internazionale di Milano ad alzare la voce e a far sentire le evidentemente legittime proteste; di analoghi reclami presentati da Lazio e Internazionale di Napoli, invece, non ne ho rinvenuto traccia.
Torino

A ben vedere, dunque, la decisione federale di assegnare il titolo di campione d'Italia al Genoa presta il fianco a più di una critica. In realtà fu un errore che già Emilio Colombo sulle colonne de Lo Sport Illustrato del 10 giugno 1915 si augurava non venisse compiuto, ma le sue parole non vennero ascoltate e così, terminata la guerra, la Federazione accolse le lagnanze e le richieste dei genoani senza curarsi di eventuali altri pretendenti. Che in realtà c'erano ma, come abbiamo visto, o protestarono flebilmente o non si mossero affatto per ottenere un riconoscimento. Internazionale di Milano, Torino, Lazio e Internazionale di Napoli teoricamente erano – al momento dell'interruzione – ancora in lizza per la vittoria finale. 
La F.I.G.C. assegnò il titolo al Genoa principalmente per due ragioni: una, diciamo così, di politica sportiva e l'altra più schiettamente di campo. Quella politica è la più rilevante, a modesto parere di chi scrive. La Federazione dell'epoca era molto diversa da quella attuale, molto legata agli ambienti nordisti e assegnare il titolo al Genoa aveva il significato di premiare una società che aveva avuto un ruolo di assoluto primo piano negli anni pionieristici del football nostrano e che ancora aveva parecchi dirigenti attigui agli ambienti federali. Inoltre un'altra ragione che aveva fatto propendere la Federazione per questa decisione era l'assoluto divario tecnico che esisteva tra le squadre del nord e quelle del sud, divario oggettivo: da quando (stagione 1912/13) il campionato di prima categoria era stato aperto anche alle squadre del centro-sud, la finale si era sempre risolta in una passeggiata per le squadre del nord e la stessa stampa nazionale per celebrare il campione d'Italia non aspettava certo la finalissima nazionale, ma i titoli e gli elogi li spendeva già per chi vinceva la finale del nord, identificando quella finale con la finalissima.
I fatti sono ormai accaduti, rimetterci mano oggi non mi sembra né saggio né storicamente corretto.


 





 


venerdì 10 giugno 2016

WALKIN'ON THE FOOT-BALL: EDOARDO BOSIO

Con tutta probabilità il primo pallone da football l'ha portato in Italia lui. Edoardo Bosio, torinese di origini elvetiche, era un impiegato di una ditta inglese di Nottingham e spesso viaggiava verso l'Inghilterra per lavoro: là, conobbe il football e se ne innamorò tanto che da uno di questi viaggi si portò dietro un paio di palloni e subito coinvolse i suoi colleghi della ditta Thomas & Adams nel gioco del football association, come allora veniva chiamato il calcio. Il luogo è Torino, la Torino della Belle Epoque, con le sue strade, i suoi tabarin, e i suoi sogni di futuro. L'anno è il 1887 quando lo stesso Bosio con i suoi colleghi crea la prima squadra di calcio in Italia, il Football and Cricket Club di Torino, con tanto di divisa ufficiale che prevedeva una camicia a righe rosse e nere con colletto bianco, squadra che – come tradisce il nome – avrebbe permesso ai propri soci di praticare il cricket, il football e, in estate, il canottaggio, primo grande amore di Bosio. 
Il Savoia nel 1889. Bosio è l'ultimo a destra
Sì, il canottaggio perchè Bosio è stato anche un famoso vogatore pluridecorato della Società Armida. Da una cronaca apparsa nel numero del 14 giugno 1891 de La Gazzetta del Popolo della Domenica riusciamo a farci un'idea del personaggio, del suo talento e del suo aspetto fisico: “Il signor Bosio Edoardo, 3° voga, partecipò col Nicola alle regate di Venezia e Casale, vincendo nelle prime il 2° premio in canoa e il 1° in jola alle seconde. Nel 1888 a Torino, partecipò alle gare di canoa a quattro e a due, vincendo i primi premii. Partecipò alla gara della Coppa alle regate di campionato a Stresa. Ha 24 anni, pesa 72 chilogrammi, misura metri 1,81 d'altezza.”
Torino in quegli anni è un gran fermento, anche gli ambienti sabaudi si interessano al nuovo gioco e nel 1889 grazie soprattutto a Luigi Amedeo di Savoia – futuro Duca degli Abruzzi – il barone Cesana e il Marchese Alfonso Ferrero di Ventimiglia, un gruppo di aristocratici formano la loro squadra di calcio. Che chiamano, magari senza slancio particolarmente fantasioso – Nobili, con colori sociali gialli e blu quale omaggio ai colori cittadini. Due anni e parecchie sfide più tardi le squadre di Bosio e dei nobili si fondono per dar vita all'Internazionale di Torino e proprio con questa squadra troviamo Bosio impegnato a dar calci al pallone, in amichevole come in campionato. 
 
Bosio è il quarto da sinistra
Paertecipa a quella che viene considerata la prima sfida tra due squadre di città diverse mai disputata in Italia, il 6 gennaio 1898 tra  il Genoa e una "mista" composta da giocatori dell'Internazionale e il Football Club Torinese, ma c'è un breve trafiletto de La Gazzetta dello Sport del 26 dicembre 1897 che riferisce di una partita amichevole giocata dalle due squadre di Torino, l'Internazionale contro il Football Club, dove si parla proprio del Bosio giocatore: “(...) Edoardo Bosio, il vecchio giocatore, sembra dare dei punti ai più giovani, corretto ed agile come se avesse ancora vent'anni.”
In campionato, è presente nelle prime tre edizioni: nel 1898 e 1899 giocando appunto con l'Internazionale e nel 1900 con il F.C. Torinese, che nel frattempo aveva assorbito l'Internazionale. Proprio in quell'ultimo anno durante la semifinale giocata il 15 aprile segna ben tre reti al Milan qualificandosi così, con la sua squadra, per la finale che poi perderà contro il Genoa. Inoltre è presente all'incontro giocato a Torino il 30 aprile 1899 tra una rappresentativa di giocatori che partecipavano al campionato italiano e una rappresentativa di giocatori militanti nel torneo svizzero, partita quella che costituisce il primo incontro internazionale giocato in Italia.
Pare quasi scontato dirlo ma Bosio fu anche tra i fondatori nel 1898 della Federazione Italiana del Football (poi F.I.G.C.). Per concludere, da segnalare anche che si cimentò nel cinema nel 1914 come regista e fotografo del cortometraggio La vita negli abissi del mare.



martedì 7 giugno 2016

PRIMA DEL CAMPIONATO EUROPEO DI CALCIO: LA COPPA INTERNAZIONALE

Con gli anni'20 il calcio aveva ormai assunto piena consapevolezza della propria presa sul pubblico e iniziò a sentire l'esigenza di strutturare in maniera più salda quella vocazione internazionale che già dai primi anni dei pionieri lo aveva contraddistinto. In altre parole, erano ormai maturi i tempi per organizzare una manifestazione europea che mettesse di fronte le migliori espressioni del calcio continentale. Chi concepì e realizzò questa idea fu il famoso allenatore austriaco, nonché una delle menti calcistiche più brillanti dell'epoca, Hugo Meisl che negli anni'20 fu tra gli ideatori ed organizzatori di due manifestazioni continentali, una dedicata alle squadre di club e una per le Nazionali. Così lo ricorda Vittorio Pozzo: “Uomo di levatura superiore, era in grado di giudicare e spesso di prevedere tutto quello che attorno a lui avveniva. Non si occupava puramente di tecnica, come facevo io, Meisl: curava anche la parte politica del calcio, ed era un po' il 'factotum' della sua Federazione, per gli affari interni e soprattutto per quelli internazionali.”
Le due competizioni che vennero create sono la Coppa Internazionale riservata alle rappresentative nazionali e la Coppa dell'Europa Centrale disputata tra squadre di club, da noi più nota come Coppa Mitropa.
La Stampa nell'edizione del 28 ottobre 1926 così riportava la notizia della Conferenza tenutasi a Praga il giorno prima:
Si sono oggi riuniti i rappresentanti delle Federazioni di calcio italiana, ceco-slovacca, austriaca ed ungherese per discutere sulla creazione di una competizione internazionale di foot-ball. L'Italia era rappresentata, come è noto, dal Cav. Uff. Ferretti e dal sig. Zanetti. Su proposta dei rappresentanti italiani è stato deciso di creare due competizioni: la prima sotto il nome di Coppa d'Europa per le squadre nazionali rappresentative e la seconda sotto il nome di Coppa dell'Europa Centrale per le squadre delle società che sono campioni o finaliste dei differenti campionati. Per questa ultima competizione, ciascun paese designerebbe due squadre. La partecipazione dell'Italia alla Coppa d'Europa è già stata assicurata.”
Furono dunque quattro le federazioni calcistiche che diedero vita alla competizione: Austria, Cecoslovacchia, Italia ed Ungheria, probabilmente il meglio del calcio europeo dell'epoca, fatta eccezione per i maestri inglesi, schivi come sempre. A queste quattro nazionali si aggiunse la Svizzera e nel 1927 poteva iniziare la prima edizione del torneo, torneo basato su un girone all'italiana con partite di andata e ritorno (una in casa e una in trasferta) e classifica finale. Evidentemente mancando un ente sovranazionale che garantisse l'organizzazione del torneo, il tutto era lasciato alle libere determinazioni delle singole Federazioni e le partite venivano disputate in date e luoghi decisi in base alle esigenze e disponibilità dei singoli enti nazionali.
La Coppa in palio, tutta in cristallo, del valore di 20.000 corone cecoslovacche venne offerta dal Primo Ministro cecoslovacco Antonin Svehla, da qui il nome con cui è anche conosciuta la Coppa, Svehla Pokal.
A Praga il 18 settembre 1927, davanti ad oltre 30.000 persone iniziava la prima edizione della Coppa Internazionale con la vittoria della Cecoslovacchia per 2-0 contro l'Austria; quest'ultima, una settimana dopo, veniva sconfitta anche dall'Ungheria a Budapest per 5-3. L'Italia faceva il suo esordio nella competizione il 23 ottobre, sul temibile campo di Praga:
I calciatori azzurri sono giunti a Praga per il loro primo match internazionale dell'annata. Negli ambienti calcistici di qui (Praga, ndr), quantunque si apprezzi molto la nostra “nazionale”. Si ha la certezza in una vittoria della squadra cecoslovacca. (...) L'incontro che attende domani i nostri “azzurri” è certamente duro e difficile. Battuti dal pronostico, si troveranno di fronte ad una squadra che va famosa per il bellissimo giuoco di assieme di alto rendimento. È questa la gran forza della compagine cecoslovacca.”
Per il quotidiano La Stampa l'incontro venne seguito da Vittorio Pozzo che così racconta la partita:
Il tempo non ha favorito l'incontro tra le nazionali dell'Italia e della Cecoslovacchia. Una pioggia fine e leggera cade fin dalle prime ore del mattino, ciò che non impedisce però che già un'ora prima dell'inizio del match il campo dello Sparta sia stipato. Si calcola che quindici mila persone siano presenti. Il campo è in condizioni disastrose, ridotto ad un vero pantano.
(…) La partita ebbe una storia ben strana. Nervosa, rotta, disputata ora con torpore ora con velocità; a tratti anche violenta, interessante sempre.”
Alla fine Pozzo fa un'analisi della partita:
La difesa italiana fu pienamente all'altezza della situazione, con Calligaris in primo piano. La linea mediana, eccellente nel lavoro difensivo, all'attacco non funzionò invece che a tratti. Baloncieri e Cevenini erano in cattive condizioni, malgrado questo, però, il nostro attacco dimostrò maggior decisione che non quello avversario.
La squadra boema, non ha lasciato quell'impressione di potenza e valore tecnico che ebbimo occasione di notare altre volte. (…) Partita piena di contraddizioni: le due squadre ed i loro migliori elementi ebbero alti e bassi impressionanti, se facciamo eccezione per la difesa italiana, Kada e Kolenaty”
Italia - Ungheria 4-3
 
Al termine del torneo fu proprio l'Italia – che nel frattempo era passata sotto la guida tecnica dello stesso Vittorio Pozzo – a risultare vincitrice, soprattutto grazie alle due clamorose vittorie ai danni dell'Ungheria: al primo storico successo ottenuto contro i magiari del 25 marzo 1928, quando a Roma la nazionale italiana riuscì a rimontare gli avversari da 0-2 e vincere per 4-3 fece infatti seguito il roboante 0-5 con il quale gli Azzurri espugnarono Budapest, con tripletta di Meazza.
La classifica finale fu la seguente:
11 ITALIA
10 AUSTRIA
10 CECOSLOVACCHIA
9 UNGHERIA
0 SVIZZERA
ungheria - Italia 0-5
Nel biennio 1931-32 la Coppa venne vinta dall'Austria (Italia seconda), mentre la terza edizione, quella giocata tra il 1933 ed il 1935 venne vinta ancora dall'Italia, seguita da Austria ed Ungheria. L'edizione programmata per il 1936-38 non venne invece assegnata poiché venne sospesa dopo l'annessione dell'Austria alla Germania del 12 marzo 1938: ormai le ombre del conflitto bellico si stavano allungando sull'Europa e la Coppa finì in soffitta. Si ritornò a pensare alla Coppa Internazionale a guerra conclusa, in un nuovo clima, in una nuova Europa. Fu un'edizione lunga, durò ben 5 anni e vide la vittoria dell'Ungheria, quell'Ungheria che si apprestava a diventare la famosa squadra d'oro, l'Aranycsapat di Puskas, Hidegkuti, Kocsis; l'Italia, travolta dall'immane tragedia di Superga, arrivò penultima. Così come si piazzò ancora al penultimo posto anche nell'edizione successiva, quella del 1955-60 che sarebbe stata l'ultima edizione della Coppa, che venne vinta dalla Cecoslovacchia e registrò la partecipazione della Jugoslavia. Conclusa l'edizione numero 6 – la prima organizzata dalla neonata U.E.F.A. - la coppa venne definitivamente archiviata: ormai i tempi erano maturi per un vero campionato europeo.


venerdì 3 giugno 2016

WALKIN'ON THE FOOT-BALL: CARLO RAMPINI

(...) Piccolo, taurino; il viso largo, angoloso; l'occhio nero, vivo; il petto ampio; le gambe salde: ecco Rampini. Il suo giuoco: Possente.”
Così Emilio Colombo dalle colonne de Lo Sport Illustrato descriveva fisicamente Carlo Rampini, uno dei più forti giocatore della Pro Vercelli, la squadra della sua città nella quale militò ininterrottamente dal 1908 al 1913. Nato infatti a Vercelli, a soli 17 anni fu tra i protagonisti del primo titolo di campione italiano vinto dalle Bianche Casacche, titolo al quale fecero seguito altri 4.
Dotato di un tiro formidabile, fu un prolifico attaccante con le sue reti contribuì a creare il mito della invincibile Pro Vercelli. A proposito di “bianche casacche” proprio a Rampini si deve la scelta cromatica delle divise da gioco, come Luca Rolandi ci lo spiega nel suo Quando vinceva il quadrilatero, libro, questo, molto ricco di aneddoti: per esempio proprio Rampini non riuscì a partecipare ai festeggiamenti organizzati per la vittoria nel 1908 del primo titolo di campione d'Italia poiché, assieme a Bertinetti, dopo la partita di finale di ritorno contro l'U.S. Milanese perse il treno e rimase bloccato per ore alla stazione di Milano.
Il suo esordio in Nazionale coincide con la divisa azzurra, alla terza partita della rappresentativa, quella giocata a Budapest nel 1911 contro l'Ungheria. In azzurro Rampini giocò otto volte, segnando tre reti. Vittorio Pozzo nel 1912 lo voleva convocare per la spedizione alle Olimpiadi di Stoccolma, ma non vi riuscì per impedimenti burocratici. É lo stesso Pozzo che lo racconta: “(...) I permessi militari costituirono l'ostacolo maggiore. Molti fra i giuocatori più in vista erano sotto le armi. Il Ministero della Guerra non ne voleva sapere di concedere licenze per espatrio. Ricordo la lunga corrispondenza per i tre vercellesi, Corna, Rampini e Milano II. Bisognò rinunciare a tutti e tre. Ho ancora la tessera del Comitato di Stoccolma, per la riduzione ferroviaria del 50% relativa a Rampini.”
Ettore Berra nel 1939 descriveva Rampini “il Valentino Mazzola, del tempo, meno tecnico, ma altrettanto trascinatore e vero piede da goal.”
Lasciata la Pro Vercelli nel 1913, Rampini emigrò in Brasile per motivi di lavoro per poi abbandonare definitivamente il calcio con l'inizio della Grande guerra.

martedì 31 maggio 2016

COPA AMERICA 1916

QUANDO LA COPA AMERICA NON ERA ANCORA COPA AMERICA (Parte 2)

Arrivati dunque tutti a Buenos Aires la competizione poteva cominciare; la formula prevedeva un torneo all'italiana con classifica finale le cui partite si disputarono all'Estadio Gimnasia y Esgrima tranne l'ultimo incontro che andò in scena presso lo stadio del Racing Club. 
José Piendibene
La gara di esordio venne giocata il 2 luglio tra l'Uruguay e il Cile e vide la netta affermazione degli uruguyani che si imposero 4-0; la prima, storica, rete della manifestazione fu segnata da José Piendibene, quello che passò alla storia per il fatto di non esultare mai dopo una marcatura per non offendere gli avversari. Piendibene fu un'autentica bandiera del Peñarol con la cui squadra vinse per ben 6 volte il titolo di campione dell'Uruguay segnando, tra il 1908 e il 1928, 253 reti. Il giorno seguente il Cile chiese formalmente che l'incontro venisse annullato a causa del fatto – a detta dei cileni – che l'Uruguay aveva schierato due giocatori africani. Nello specifico le accuse cilene riguardavano i calciatori Gradin e Delgado e anche se all'epoca nessuna squadra presentava giocatori di colore, il ricorso non venne accolto e i due calciatori poterono continuare la manifestazione; in particolare Gradin, nipote di schiavi africani, risulterà capocannoniere del torneo con 3 reti.
Il 6 luglio fece l'esordio la squadra di casa, l'Argentina, che non ebbe difficoltà a sbarazzarsi del Cile battendolo 6-1; i cileni chiusero la loro avventura due giorni dopo riuscendo ad impattare (1-1) contro il Brasile. Lo stesso Brasile due giorni dopo fermò i padroni di casa sempre con il risultato di 1-1 e chiuse il proprio cammino il 12 luglio perdendo 2-1 contro l'Uruguay, segnando con uno dei calciatori destinato a diventare tra i più famosi e forti della storia brasiliana, Arthur Friedenreich. El Tigre, questo uno dei suoi soprannomi, dotato di dribbling stretto e spiccato senso per la giocata d'effetto sarà un fromboliere di tutto rispetto e ancora oggi non c'è certezza sul numero di reti segnate in tutta la sua lunga carriera.
A quel punto, quando mancava una sola gara al termine, la classifica era comandata dall'Uruguay con un solo punto di vantaggio sui padroni di casa e la partita mancante era proprio Argentina-Uruguay.
 Il 16 luglio, data in cui era programmata la sfida che aveva assunto il sapore di finalissima, nel piccolo stadio Gimnasya y Esgrima entrarono migliaia e migliaia di persone, tanto che alcuni ne arrivarono a stimare circa 70.000, molti dei quali assiepati ovunque anche all'interno del rettangolo di gioco. Chiaro che in quelle condizioni non si poteva giocare ed infatti dopo 5 minuti tutto venne rinviato al giorno successivo, non più in quello stadio bensì in quello del Racing Club. La tensione pare giocò un brutto tiro alle due squadre che diedero vita ad un incontro privo di emozioni e bloccato, tanto che il risultato finale non si schiodò dallo 0-0 iniziale, ma tanto bastò all'Uruguay per confermarsi in testa alla classifica e quindi laurearsi campione del Sudamerica.
Questa la formazione della squadra vincitrice: 
Saporiti; Benincasa, Foglino; Zibechi, Delgado, Varela; Somma, Tognola, Piendibene,
Gradín, Marán



 

venerdì 27 maggio 2016

WALKIN'ON THE FOOT-BALL: LOUIS VAN HEGE

Uno dei giocatori più rappresentativi del football dei pionieri in Italia fu senza dubbio il belga Louis Van Hege, che segnò la sua avventura italiana con la maglia del Milan, nel quale giocò dal 1910 sino allo scoppio della Prima guerra mondiale. Fu una della “stelle” di quel football, di lui Antonio Ghirelli diceva essere “squisito e modernissimo” lo stile di gioco, uno dei più popolari ed amati calciatori del periodo pionieristico.
Dopo i suoi esordi nella squadra dell'Union St. Gilloise, ben presto grazie alle reti segnate a grappoli si iniziò a parlare di lui a livello internazionale e il Milan, durante un'amichevole giocata all'Arena nel marzo del 1910 riuscì a convincerlo a venire a giocare, e a lavorare, a Milano. Grazie al presidente rossonero Pirelli, Van Hege ottenne un posto di lavoro come impiegato alla Pirelli e una maglia da titolare nel Milan, iniziando così una magica avventura nel nostro calcio.
Soprannominato “pallido saettante” per la sua carnagione molto chiara e per i suoi dribbling fulminanti, ubriacanti in tutta velocità, era diverso da tutti gli altri giocatori visti in Italia: questi erano sì bravi nel dribbling-game, ma da fermi, mentre lui riusciva a dribblare gli avversari prendendoli in velocità, senza fermare il pallone.
Fu attaccante prolifico, con la maglia del Milan segnò quasi 100 reti in 5 anni con una media realizzativa impressionante di oltre un goal a partita. Giocatore simbolo di un periodo, fu soprattutto merito suo se il Milan riuscì in quegli anni ad essere sempre molto competitivo. Implacabile come marcatore, era oltremodo intelligente e capiva perfettamente quando era il momento di mettersi al servizio della squadra, attirando su di sé le attenzioni dei difensori avversari per lasciare che i suoi compagni si inserissero per le conclusioni grazie alla precisione delle sue sponde e dei suoi assist.
Emilio Colombo così ne tesseva le lodi sulle colonne de Lo Sport Illustrato: “Finissimo nell'arte di colpire in qualunque posizione il pallone, Van Hege, che non difetta di muscoli, è potente nel tiro in goal. Si serve nel tiro d'ambo i piedi e colla stessa sicurezza. Saetta da fermo e in corsa. Non disdegna il tiro lontano, di sorpresa.”
 
Nel 1915, attraverso un referendum indetto da La Gazzetta dello Sport Van Hege venne scelto quale giocatore più popolare del campionato. Poco dopo si interruppe la sua esperienza calcistica in Italia poiché la tragedia della guerra lo richiamò in patria, a combattere. 
Ritornò, durante i duri anni bellici, in Italia alcune volte per disputare alcuni incontri amichevoli di beneficenza in favore delle famiglie delle vittime e, nell'immediato dopo guerra esordì con la Nazionale del suo Paese all'età di trent'anni e vi giocò sino al 1924, conquistando la medaglia d'oro alle Olimpiadi del 1920.