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venerdì 27 luglio 2018

IL CALCIO TRA IDENTITA' NAZIONALE E POTERE POLITICO. Parte 2 (1890-1934)

Nazionalismo, patriottismo e solidarietà
Il 1914 è l'anno in cui si sciolgono definitivamente tutti quei nodi politici, militari, strategici che avevano imbrigliato e collassato l'assetto bismarckiano europeo post 1878. Da Sarajevo parte una revolverata che colpisce non solo l'erede al trono d'Austria ma tutta l'Europa prima e il mondo poi. Il mondo sportivo e calcistico, per ciò che ci importa, gioca in Italia – e non solo - un ruolo davvero importante di identificazione nazionale: il calcio non è più quell'esercizio fisico di nicchia che incuriosiva pochi passanti sul finire dell'Ottocento, è ormai diventato un sport che muove interessi – anche economici – e appassiona una buona fetta di sportivi italiani. Inevitabile dunque che chi lo guida, chi lo anima e chi lo segue lo utilizzi anche per fini propagandistici, e da quel momento sarà una costante sino ai nostri giorni. Per comprendere appieno ciò che accadde nel mondo calcistico a partire dall'estate del 1914 occorre fare un passo indietro, e spiegare quale fosse la posizione dell'Italia nello scacchiere europeo. Sostanzialmente isolata, l'Italia nel 1878 aveva pessimi rapporti diplomatici con la Francia da un lato e con l'Austria-Ungheria dall'altro: forti tensioni irredentiste si erano scatenate l'indomani del termine dei lavori del Congresso di Berlino che avevano portato agli inizi del 1880 a reazioni militari austriache sul confine1. Vista dall'Italia la situazione era difficile, senza alleati, con una nazione giovane e piena di problemi interni, era necessario cercare di sedersi ad un tavolo per potersi mettere in sicurezza. 
Fu ancora una volta Bismarck a coordinare e agevolare le trattative tra Italia ed Austria-Ungheria, trattative che avrebbero portato, nel maggio 1882, alla stipula del Trattato della Triplice Alleanza. Il sentimento antiaustriaco era vivo e forte in molti strati della popolazione attiva culturalmente e tale ostilità negli anni successivi avrebbe avuto modo di estrinsecarsi in parecchie occasioni sino alla dichiarazione di guerra austroungarica alla Serbia, punto di non ritorno verso quel conflitto che sarebbe passato alla storia come il primo mondiale. Inutile qua raccontare tutte le vicende politico-diplomatiche che portarono l'Italia prima a dichiararsi neutrale e quindi a dichiarare guerra all'alleato austroungarico2. Un fatto è quanto scrisse il ministro degli Esteri italiano Di San Giuliano agli ambasciatori il 3 agosto: tra le altre valutazioni e considerazioni così si esprimeva sulla decisione di dichiararsi neutrali nell'estate del 1914:
(...) In un Paese democratico come l'Italia non è possibile fare una guerra, e ancor meno una guerra grossa e rischiosa, contro la volontà e il risentimento della Nazione. Ora, salvo una piccolissima minoranza, la Nazione si è subito rivelata unanime contro la partecipazione ad una guerra originata da un atto di prepotenza dell'Austria contro un piccolo popolo che essa vuole schiacciare (...)”3
Nulla rileva qua la valutazione politica e di merito delle parole del ministro, ma è interessante porre l'accento sul sentimento “antiaustriaco”, sentimento che si manifesta ancor più l'indomani dell'invasione del Belgio da parte delle truppe tedesche agli inizi di settembre. Con l'inizio del campionato di calcio (4 ottobre) il movimento calcistico diventa sempre più protagonista, schierandosi apertamente al fianco della Nazioni attaccate dalle alleate italiane. Già in dicembre Milan e Casale organizzano una amichevole il cui ricavato devolvono in beneficenza a favore dei profughi del Belgio invaso. A questo sentimento che, come presto vedremo, coinvolgerà pure la Nazionale, come bene ha messo in evidenza Sergio Giuntini, contribuì e non poco la stampa sportiva “formando un'opinione pubblica favorevole all'intervento” organizzando numerosi eventi benefici4

Uno di questi fu patrocinato da La Gazzetta dello Sport con l'A.S.S.I. per gli inizi del 1915, evento che prevedeva per la Nazionale italiana due partite contro due selezioni di giocatori sotto le armi di Francia e Belgio. Nella partita giocata il 1° gennaio 1915 all'Arena di Milano la squadra italiana non adottò la consueta maglia azzurra ma optò per una divisa bianca fregiata dell'alabarda di Trieste, segno tangibile di quello che era il clima e il sentimento di quei giorni, impregnati di nazionalismo ed interventismo e bene sintetizzati nell'articolo de La Gazzetta dello Sport a commento dell'evento: “La squadra franco-belga (…) ha sentito dalla voce del popolo di Milano e di Torino (…) quale magnifica unità di aspirazioni nazionali esista oggi nelle anime dei popoli latini”5. Come bene sintetizza Nicola Sbetti, in conclusione, in Italia si era sviluppato un sistema sportivo che “aveva consolidato i processi di sportivizzazione sviluppatisi, a loro volta, in parallelo a quelli di costituzione della nazione e di nazionalizzazione delle masse”6.
Il dopoguerra: dalle trincee alla società di massa
C'è uno studio di Lauro Rossi particolarmente illuminante di quanto accadde durante i tragici anni di guerra e di quale ruolo vi giocò lo sport, il calcio in particolare. Leggendo quelle pagine ci accorgiamo di come i campi di prigionia austroungarici fossero sostanzialmente gli stessi passati poi sinistramente alla storia utilizzati da Hitler poco meno di trent'anni dopo. Detto ciò, c'è da rilevare come in quei campi lo sport venisse utilizzato, seppur in condizioni disagiate e con cadenza ovviamente irregolare, come un breve momento di svago concesso ai prigionieri per alleviare “quegli stati di acuta depressione, di inconsolabile disperazione”7. A questa esperienza di forzata convivenza e – diciamo così – di condivisione sportiva, se ne aggiunse un'altra, ugualmente importante, messa in rilevo da Antonio Papa e Guido Panico. La trincea – altro tragico simbolo di quella guerra – luogo di condivisione di esperienze tra giovani di diversa estrazione sociale provenienti da regioni differenti, con culture, tradizioni e modi di pensare e di vivere difformi, diventò una sorta di “laboratorio di incubazione” di quella società nuova, la società di massa, che avrebbe aggregato le varie diversità contribuendo non poco alla creazione di un'identità nazionale8. E di ciò il calcio trasse enormi benefici, non attraendo più – come scrive Antonio Ghirelli - “minoranze specializzate” ma aprendosi definitivamente alle grandi masse di sportivi che, terminata la guerra, avevano voglia sia di dimenticare gli orrori vissuti al fronte ma anche di riversare tutte le energie accumulate in qualcosa di tangibile, di identificabile9. Il calcio, con le sue potenzialità passionali, fu uno di questi campi, ma non il solo. Rigoni Stern in molti suoi romanzi e racconti meglio di altri spiega quale fosse la condizione soprattutto psicologica dei reduci, che dopo aver vissuto anni – quelli della gioventù – in trincea venivano catapultati nella quotidianità al proprio paese di origine senza un lavoro, senza un orizzonte di speranza che non fosse pensare giorno per giorno.
Non c'erano lavori per gli uomini; il paese era stato ricostruito, per ultimo il municipio, e così, fin quando il terreno non gelò nel profondo e venne la neve, la gente, sfidando la legge, andava a recupero di bombe, cartucce, piombo, reticolati e di quant'altro si potesse vendere alla Ditta Briata. Chi poteva andava all'estero. Il sogno era l'America ma pochi avevano i soldi per pagarsi il viaggio fin laggiù; c'era chi vendeva le proprietà per farlo. I più vogliosi andavano in Francia come primo passo per l'America: molti avevano fatto così trent'anni addietro.”10
Il calcio fu una delle tante valvole di sfogo, dove lecitamente si canalizzò la rabbia e la frustrazione di interi strati della popolazione. Di colpo le nuove generazioni vedono nel calcio una sorta di motivo di rivincita, di affrancamento da una condizione di disagio e povertà e tra turbolenze e scontri sociali sempre più gravi, assistiamo all'avanzare non solo di un pubblico nuovo ma anche di un prototipo di giocatore nuovo. Adolfo Baloncieri spiega bene questo concetto: “Il tempo dei pionieri era superato. (…) Una generazione impaziente si affacciava imperiosamente alla ribalta, smaniosa di affermarsi. Uno spirito nuovo animava quella gioventù: il desiderio di prorompere e dilagare sui campi di giuoco, in una atmosfera di rinnovato entusiasmo”11. In questo nuovo e più complesso scenario, il potere politico dovette iniziare a fare i conti con esigenze nuove che variavano dal consenso al controllo sociale: lo sport venne visto come strumento preferenziale per dare soluzione ad entrambi i problemi.
Calcio e potere: dalla “Carta di Viareggio” al Mondiale del 1934
Con la metà degli anni'20 il Fascismo iniziò ad interessarsi anche al mondo dello sport e del calcio, nell'idea di modernizzarne le strutture esistenti. La stessa F.I.G.C. più volte aveva lamentato lo scarso interesse dello Stato nei confronti dello sport in generale e del calcio in particolare, ma qualcosa proprio verso la metà del decennio iniziò a mutare: la progressiva “fascistizzazione” delle strutture sociali e statali ad opera del regime toccava anche il mondo dello sport che intanto si andava saldando sempre più a quello dell'istruzione con la legge n. 2247 del 3 aprile 1926, legge che istituiva l'Opera Nazionale Balilla per l'assistenza e l'educazione fisica e morale della gioventù. Con detta legge e con i successivi R.D. Del 20 novembre 1927 e del 12 settembre 1929 il regime “metteva le mani” sull'insegnamento dell'educazione fisica nelle scuole attraverso un sistema di controllo nuovo rispetto alle esperienze passate poiché anche se l'ONB agiva al di fuori della scuola, allo stesso tempo essa era all'interno della scuola medesima poiché gli insegnanti di ginnastica passavano direttamente alle sue dipendenze.
Lando Ferretti, gerarca fascista e presidente del C.O.N.I. dal 1925 al 1928, spiega molto bene quale fu l'approccio del Fascismo allo sport in un estratto dal fondamentale lavoro di Antonio Ghirelli:
Politico – e solo politico! - Mussolini vide, anche nello sport, e apprezzò il lato politico. Per essere più precisi: la sua funzione politico-sociale. All'inizio lo sport indubbiamente era, ed è, nemico della lotta di classe, affratellatore e livellatore di gente proveniente dai più diversi ceti, tutta fusa da una passione comune e tesa verso la stessa meta. Inoltre costituisce, coi suoi spettacoli, il diversivo migliore per la gioventù, altrimenti convogliata verso attività di partiti politici.”12
Oltre a questo, lo sport serviva al regime per raggiungere anche un altro importante scopo, quello cioè di infondere negli italiani un marcato sentimento di orgoglio nazionale. Per arrivare a ciò indispensabile fu la figura dell'atleta che mietendo successi in campo internazionale da un lato aumentava il senso di appartenenza delle masse e dall'altro ingigantiva il prestigio internazionale di Mussolini e del regime stesso. 
A tal proposito interessante è riportare un estratto delle parole che Mussolini pronuncia in occasione del raduno del 28 ottobre 1934 a Roma di tutti gli atleti italiani:
Voi, atleti di tutta Italia, avete dei particolari doveri. Voi dovete essere tenaci, cavallereschi, ardimentosi. ricordatevi che quando combattete oltre i confini, ai vostri muscoli e soprattutto al vostro spirito è affidato in quel momento l'onore e il prestigio sportivo della Nazione. Dovete quindi mettere tutta la vostra energia, tutta la vostra volontà, per raggiungere il primato in tutti i cimenti della terra, del mare e del cielo.”13
Momento spartiacque fondamentale fu senz'altro l'emanazione nell'agosto del 1926 della cosiddetta “Carta di Viareggio”, la famosa riforma voluta dal regime di tutto il calcio nazionale; troppo lungo qua raccontare tutte le vicende prodromiche che portarono alla riforma14, già da alcuni anni una commissione di “saggi” stava lavorando per una strutturale riforma del calcio e proprio nella primavera del'26 statuì per il Regolamento arbitrale una bizzarra norma che prevedeva la possibilità per le società di indicare un certo numero di arbitri “non graditi”, i quali per tutta la stagione non avrebbero arbitrato quelle squadre. Inutile dire che questa statuizione non fu affatto gradita agli arbitri che risposero con un durissimo comunicato nel quale lo spauracchio dello sciopero – e quindi la paralisi del calcio – era molto più di un'eventualità. A quel punto della questione venne investito direttamente il C.O.N.I. - quindi il regime – che ordinò l'immediata cessazione dello sciopero e nominò un triumvirato di saggi con il compito di riformare radicalmente l'organizzazione calcistica italiana. Dopo sole tre settimane veniva licenziata una riforma globale del gioco del calcio in Italia, riforma che andava a modificare nella sostanza alcuni punti strategici che avrebbero avuto un notevole impatto sia nell'immediato e sia nel futuro. 
Cambiava un po' tutto: veniva riscritto lo statuto federale, mutavano gli organi di governo del calcio e veniva introdotta una separazione fondamentale nello status dei calciatori, suddividendoli in dilettanti e non dilettanti. Per quel che qui più ci interessa, c'è da rilevare l'aspetto più importante che riguardava le cariche federali che smettevano di essere elettive per passare ad essere nominate. Veniva istituito il Direttorio Federale composto da 7 elementi tutti eletti direttamente dal C.O.N.I. a capo del quale veniva nominato il gerarca fascista bolognese Leandro Arpinati; a sua volta il Direttorio Federale avrebbe nominato tutti gli organi dipendenti. Quasi tutti i più autorevoli studiosi di storia calcistica fanno coincidere questo momento con il momento in cui il regime si impossessa del calcio italiano, per i motivi che abbiamo più su esposto. È un rapporto di reciprocità, quello tra fascismo e calcio, nel quale entrambi ottengono vantaggi. Con Arpinati si inizia anche in Italia a pensare, progettare e costruire stadi polisportivi sì, ma con al centro il gioco del calcio, il tutto per iniziativa pubblica, segnando un momento di forte discontinuità con il passato: il “Littoriale” di Bologna – inaugurato nel 1927, al quale seguirono la completa ristrutturazione a Roma del “Nazionale”, la costruzione a Pisa dell'Arena “Garibaldi”, a Trieste del “Littorio” e a Palermo della “Favorita”, tutti per mano pubblica15.
Momento successivo consequenziale per il regime per raggiungere lo scopo di rinforzare il prestigio internazionale suo e quindi di Mussolini era organizzare una grande manifestazione sportiva. Gli anni'30 erano gli anni di massimo splendore del regime fascista: all'interno la costruzione del regime totalitario poteva dirsi compiuta, con l'appiattimento morale della società ai diktat del regime e all'esterno l'Italia godeva ancora di un buon prestigio e soprattutto era ancora percepita come una Nazione stabile, affidabile. Il destro per organizzare una grande manifestazione venne offerto al Congresso FIFA del maggio 1932, quando la delegazione italiana accetto “con riserva” di organizzare l'edizione del 1934 della World Cup: Rimet voleva che il paese ospitante fosse in grado di organizzare una competizione migliore rispetto a quella del 1930, che si assumesse tutti i rischi economici e che le partite si svolgessero in più città. Inoltre per lui era imprescindibile la presenza delle tre squadre sudamericane più forti. L'Italia rispendeva a tutti questi criteri: disponeva, come abbiamo detto, di impianti nuovi e funzionali, si assumeva l'alea economica ed aveva buoni rapporti con le tre federazioni di Brasile, Uruguay e Argentina. 
Così durante il meeting della FIFA a Zurigo del 1932 la candidatura italiana divenne effettiva. Marco Impiglia nel suo interessante saggio dedicato alla Coppa del Mondo 1934 ci spiega bene cosa mosse l'Italia ad organizzare l'evento, rifacendosi ad un carteggio del presidente della FIGC Giorgio Vaccaro alla Presidenza del Consiglio del febbraio 1934. Se è vero che il regime fascista abusò politicamente dell’evento – ed Impiglia bene ne mostra i fatti – “parimenti s’adoperò per organizzarlo bene”, valutandone i numerosi aspetti, non solo sportivi e di propaganda nazionale, ma anche turistici, quindi economici16.
Tutto doveva funzionare alla perfezione, e tutto funzionò perchè tutti i gerarchi fascisti impegnati nello sport e tutto il corpo diplomatico lavorarono e si impegnarono all'unisono per la buona riuscita del torneo. Come rileva Ghirelli l'organizzazione fu curata nei minimi dettagli, furono creati dalla FIGC sei uffici, ognuno dedicato ad un singolo aspetto della manifestazione: amministrativo (diretto dal rag. Bertoldi), tecnico (ing. Barassi), viaggi e alloggi (comm. Ferretti), stampa e propaganda (dr. Zauli), ricevimenti ufficiali (sig. Viola), congresso FIFA (conte Millo)17. Sicuramente tra le iniziative di più impatto mediatico che contribuirono al coinvolgimento della popolazione italiana fu l'organizzazione di un concorso per cartelloni di propaganda all'evento. Leggiamo direttamente del volume ufficiale pubblicato dalla federazione che vennero presentati ben 158 lavori e tra questi venne scelto il manifesto di Luigi Martinati, mentre altri tre vennero scelti per la serie di francobolli emessi in occasione della manifestazione e per la copertina del programma del torneo18. Non solo. Per la prima volta EIAR e Istituto Luce misero in campo un apparato faraonico, coprendo l'intera manifestazione e garantendo anche a chi abitava in luoghi remoti lontani dalle principali città di seguire al cinema i riflessi filmati delle azioni più importanti delle partite19. Insomma possiamo senz'altro affermare che il fascismo fece qualsiasi sforzo per giungere al risultato prefissato che, come abbiamo più volte sottolineato, era quello di accreditarsi all'opinione pubblica internazionale come una forza seria di governo guidata dal carisma di Mussolini, che un paio di giorni dopo la finalissima incontrava per la prima volta Adolf Hitler. 
Tutta la stampa di regime – e non poteva essere altrimenti – sottolineò il risultato amministrativo dell'evento. Una fra le tante la voce del Guerin Sportivo che così rappresentò l'epopea del mondiale italiano:
(...) L'apoteosi di Roma ha chiuso nel modo più degno l'avvenimento senza confronti. Tutto bene, letizia generale: il titolo è in nostre mani, i conti tornano e c'è rimasto anzi un certo margine tanto per dimostrare che non si era stati avventati nelle previsioni (…).20
Lo stesso Vaccaro esterna il suo compiacimento nell'aver evitato il deficit di bilancio nelle note introduttive del volume ufficiale pubblicato per celebrare la vittoria azzurra:
(...) Ci siamo sforzati di non perdere mai di vista il fine massimo al quale si tendeva, che era quello di dimostrare che lo sport fascista spazia ad alta quota di idealità, per responsabilità di Dirigenti e per maturità di folle sportive. E che tutto ciò promana da un unico ispiratore: il DUCE.”21
Lo stesso Impiglia getta una luce importante su un aspetto altrettanto decisivo, uscendo definitivamente da un percorso agiografico che ci permette di comprendere come in quel Mondale tutte le componenti del regime si mossero per arrivare al risultato finale: per ciò che concerne il lato amministrativo ed organizzativo abbiamo detto, dal lato sportivo Impiglia bene spiega quali furono gli “agganci diplomatici” che permisero all'organizzazione italiana di contare su alcuni arbitri controllandoli durante tutta la manifestazione: lo svedese Eklind, lo svizzero Mercet e il belga Baert22.
Come più volte affermato, calcio e fascismo si unirono in un abbraccio che portò benefici ad entrambi, ma che mutò definitivamente e per sempre il calcio stesso. Ghirelli sostiene – e non senza ragioni – che il calcio che uscì dai mutamenti degli anni'20 del Novecento era un calcio che si sposava bene con il modo di essere del regime fascista, rivoluzionario sì ma che “si acconciava a quel caos strutturale che in termini economici si chiamò corporativismo”. E sappiamo bene quanto il calcio italiano – la società italiana? - si crogioli ancora oggi nel pantano burocratico che tutto ammorba e paralizza. Lo stesso giornalista napoletano nel suo Storia del calcio in Italia cita un passo di Carlo Doglio su un punto decisivo nella storia di questo sport, spiegando come dopo la fascistizzazione del calcio nessuna società calcistica avrebbe mai più potuto raccontare la propria storia economica23. Effetti, dunque, ben visibili e tangibili anche ai nostri giorni.
Quando un gioco è importante per miliardi di persone, cessa di essere semplicemente un gioco. Il calcio non è mai solo calcio: aiuta a fare guerre e rivoluzioni, affascina mafiosi e dittatori.”24
Ciò che scrive Kuper è, in sintesi, il destino di un gioco che è diventato universale, che ha legato, lega e legherà ancora le sue vicende con quelle più profonde ed importanti del XX secolo e di quello in cui stiamo vivendo, alimentando speranze, delusioni, rivolte e pacificazioni il tutto partendo sempre da lì, da un pezzo di terra ricoperto di erba, con ventidue ragazzi che corrono dietro ad un pallone.




1 Luigi, Salvatorelli, La Triplice Alleanza – Storia diplomatica 1877-1912,ISPI, Milano, 1939
2 Per approfondire i motivi e le interpretazioni legate all'art. VII del Trattato della Triplice Alleanza cfr. Alessandro, Bassi, 1915. Dal football alle trincee, Bradipolibri Editore, Ivrea, 2015
3 La lettera venne pubblicata da Salandra e ripresa da Luigi, Albertini, Vent'anni di vita politica, Vol.III, Zanichelli, Bologna, 1951
4 Sergio, Giuntini, Lo sport e la grande guerra. Forze armate e movimento sportivo in Italia di fronte al primo conflitto mondiale, Stato Maggiore dell'Esercito, Ufficio Storico, Roma, 2000
5 Cfr. La Gazzetta dello Sport del 4 gennaio 1915
6 Nicola, Sbetti, Lo Sport Illustrato e la Grande Guerra (1913-1915) sta in Lo sport alla Grande Guerra, Quaderni della SISS, n.4 Serie Speciale, 2015
7 Lauro, Rossi, Lo Sport nei campi di prigionia durante la Grande Guerra sta in Lo sport alla Grande Guerra, Quaderni della SISS, n.4 Serie Speciale, 2015
8 Antonio, Papa, Guido Panico, Storia sociale del calcio in Italia, Il Mulino, Bologna, 2002
9 Antonio, Ghirelli, Storia del calcio in Italia, Einaudi, Torino, 1967
10 Mario, Rigoni Stern, Le stagioni di Giacomo, Einaudi, Torino, 1995
11 Le parole di Baloncieri sono riportate in Carlo, Chiesa, La grande storia del calcio italiano, supplemento a Guerin Sportivo
12 Antonio, Ghirelli, Op. cit.
13 Cfr. La Stampa del 29 ottobre 1934
14 Per approfondimenti cfr. www.storiedifootballperduto.blogspot.it la sezione dedicata alla Carta di Viareggio
15 Antonio, Papa, Guido, Panico, Op. Cit.
16 Marco, Impiglia, Fifa World Cup 1934: Mussolini trucco’ il gioco?,
17 Antonio, Ghirelli, Op. Cit.
18 Bruno, Zauli, Coppa del mondo – Cronistoria del II campionato mondiale di calcio, F.I.G.C., Roma, 1936
19 Marco, Impiglia, Op. Cit.
20 Cfr. Guerin Sportivo n.25 del 13 giugno 1934
21 Bruno, Zauli,Op. Cit.
22 Marco, Impiglia, Op. Cit.
23 Antonio, Ghirelli, Op. Cit.
24 Simon, Kuper, Calcio e potere, ISBN, 2008

sabato 24 marzo 2018

1933, Italia contro Inghilterra: il ruolo di Mussolini e le foto ai divi inglesi

Italia-Inghilterra è partita da cerchiare in rosso per i tifosi italiani. Da sempre. Sempre, infatti, gli incontri che hanno visto queste due nazionali affrontarsi sono stati caricati di molti significati, soprattutto da parte italiana. In particolare, e non poteva essere altrimenti, il primo, storico, match, giocato nel maggio del 1933 a Roma.
Il mio racconto per calciomercato.com

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martedì 7 novembre 2017

SVEZIA-ITALIA 1912, L'UNICA VITTORIA AZZURRA IN SVEZIA

La storia delle sfide calcistiche tra Italia e Svezia è lunga, molto lunga: da oltre un secolo gli Azzurri incrociano i tacchetti con i nordici. La prima volta che ciò accadde fu proprio a casa loro, nella lontana estate del 1912.
I GIOCHI OLIMPICI DI STOCCOLMA. La Nazionale italiana nasce nel maggio del 1910, tutta vestita di bianco. La prima volta dell'Italia ai Giochi olimpici è di due anni più tardi: l'Italia esordisce alle Olimpiadi nell'edizione del 1912, a Stoccolma. A dirla tutta la Federazione dell'epoca non era molto convinta di parteciparvi, tutt'altro: i pesanti rovesci patiti contro Francia e Svizzera avevano prodotto un piccolo cataclisma con la decisione di esautorare la Commissione tecnica alla guida della Nazionale e le dimissioni del Presidente, Ferrero da Ventimiglia. In realtà dopo la vittoria 6-2 contro la Francia nella prima, storica, partita giocata dalla Nazionale, l'Italia non ne aveva più vinta una: nelle successive 6 gare la miseria di 2 pareggi e 4 sconfitte. Logico dunque che ai vertici federali non si smaniasse troppo di partecipare al torneo olimpico, ma le pressioni esercitate direttamente dal governo italiano andavano in senso opposto, spingendo invece per la partecipazione dell'Italia alla manifestazione.
Come bene sintetizza Alfio Caruso le recenti conquiste di Tripolitania e Cirenaica avevano fatto assurgere il nostro Paese a potenza coloniale – o quasi... - e pertanto era d'obbligo che la squadra di calcio partecipasse al torneo olimpico organizzato dal C.I.O. E così fu.
La spedizione azzurra fu affidata al segretario della Federazione, quel Vittorio Pozzo che alcuni lustri più avanti sarebbe diventato il Commissario tecnico più vincente nella storia azzurra
Al torneo si erano iscritte 13 nazionali, poi all'ultimo momento Belgio e Francia avevano rinunciato. La medaglia d'oro va alla Gran Bretagna che – come quattro anni prima – batte in finale la Danimarca. È l'Olimpiade del tedesco Fuchs che il 1° luglio segna ben 10 reti alla Russia nel 16-0 finale della Germania.

LA SPEDIZIONE AZZURRA. Vittorio Pozzo deve fare i salti mortali per selezionare i calciatori da portare in Svezia. Non tanto per l'abbondanza da cui attingere – inesistente -, ma per il fatto che il Comitato Olimpico Italiano aveva autorizzato Pozzo a portarsi soltanto 14 giocatori! Gli ostacoli furono innumerevoli. Intanto il servizio militare. Alcuni tra i calciatori dell'epoca più bravi erano sotto le armi e il Ministero della Guerra non si rese disponibile a concedere permessi e pertanto, tra gli altri, il trio della Pro Vercelli Rampini, Corna e Milano II dovettero restare a casa. Altri, per poter partecipare, in virtù dei buonissimi rapporti personali con lo stesso Pozzo, rinunciarono alle loro ferie e si accordarono con i loro rispettivi datori di lavoro. Pozzo dovette poi anche considerare i fragili rapporti tra le società milanesi e piemontesi, rapporti sui quali si basavano le convocazioni. Alla fine per la Svezia partirono in sedici: quattordici giocatori e due dirigenti. Le difficoltà non erano certo finite perchè anche il viaggio si rivelò un'avventura. Tanto per sottolineare le differenze con quanto accade oggi, ognuno di questi sedici azzurri aveva dovuto raggiungere Verona a proprie spese e da lì il Comitato Olimpico pagava il viaggio in treno andata e ritorno in II classe. Inoltre garantiva a ciascun partecipante una diaria di 6 lire al giorno e vitto e alloggio in Svezia, dove vennero alloggiati in un educandato femminile libero per le vacanze. L'aspetto se vogliamo più pittoresco, ma piuttosto emblematico dei tempi in cui accadevano questi eventi, fu – come gustosamente racconta lo stesso Pozzo – che il Comitato Olimpico pagava sì la trasferta in II classe ma aveva autorizzato i partecipanti, una volta lasciato il confine italiano, a viaggiare in III classe e ad intascarsi la differenza!
IL TORNEO DELL'ITALIA. Il torneo olimpico prevedeva un primo turno ad eliminazione diretta per determinare chi avrebbe proseguito nel cammino verso le medaglie; le altre avrebbero partecipato ad un torneo di consolazione. Il sorteggio “regalò” all'Italia la Finlandia. Pareva tutto facile ma i finnici non erano dello stesso parere e vinsero 3-2 ai supplementari una partita che gli azzurri giocarono appena quindici ore dopo il lungo viaggio in treno. Così la Finlandia eliminò l'Italia dal giro medaglie costringendola al torneo di consolazione, dove il 1° luglio sul campo di Solna, incontrò i padroni di casa della Svezia. Gli azzurri si schierarono in questo modo: Campelli; De Vecchi, Valle; Binaschi, Milano I (cap.), Leone; Bontadini, Berardo, Sardi, Barbesino, Mariani. Classico 2-3-5 in voga in quei primi anni di football. Anche in quella circostanza la nostra Nazionale non brillò, anzi la Svezia dominò per lunghi tratti l'incontro, specialmente dopo che Bontadini in contropiede trovò alla mezz'ora del primo tempo la rete con la quale l'Italia vinse la partita 1-0. Francesco Bontadini, milanese purosangue, colonna dell'Internazionale nella stagione che portava proprio alle Olimpiadi del 1912, nonostante una laurea in medicina allo scoppio della Prima guerra mondiale si arruolò come soldato semplice negli Alpini.
Molte le lamentele e le lagnanze del pubblico e della stampa svedese, ma la sostanza non cambia: l'Italia batte la Svezia e torna alla vittoria dopo oltre due anni.
Da segnalare che quella vittoria rimane l'unica dell'Italia in terra svedese, poiché da quel tardo pomeriggio di luglio di oltre 100 anni fa la Nazionale azzurra non è più riuscita a vincere una gara in casa della Svezia.




venerdì 28 aprile 2017

WALKIN'ON THE FOOT-BALL: DILETTANTI O PROFESSIONISTI?

IL “CASO ROSETTA” 

Nel 1920, finita la guerra e ripreso il campionato, il problema del “professionismo mascherato” si ripresentò, più attuale che mai con i casi dei vercellesi Barberis e Parodi: è ancora il Guerin Sportivo a soffiare sul fuoco con la pubblicazione nel novembre del 1920 della testimonianza del calciatore Degara, passato al Novara dalla Pro Vercelli senza il nulla-osta di quest'ultima. In buona sostanza il Degara dichiarò che il presidente della Pro Vercelli avrebbe promesso di acquistargli una camera nuziale come già aveva fatto con un altro giocatore, Giuseppe Parodi. La Pro Vercelli ammise il fatto, cioè che “a Parodi in occasione del suo matrimonio abbiamo regalato una camera nuziale,non troppo bella in verità, ma decorosa, e tale che dicesse all'ottimo amico la riconoscenza del club”. Peccato però che Parodi ebbe il “regalo” quando ancora era un giocatore del Casale, poco tempo prima di “trasferirsi” – guarda la combinazione – proprio a Vercelli.
Passano pochi anni e altro veleno viene versato nel mondo del calcio italiano che intanto si lega sempre più al mondo industriale.
Nel 1923 fecero scalpore i casi dei due giocatori della Pro Vercelli Gustavo Gay e Virginio Rosetta. Erano, quelli, anni di dilettantismo di mera facciata, tutti o quasi tutti i calciatori per giocare percepivano denaro o “benefit” e alcune società storiche di provincia iniziavano a faticare a far fronte a tali richieste. Una di queste era la Pro Vercelli che nel 1923 invitò neanche troppo velatamente i giocatori che non volevano giocare gratuitamente ad andarsene. Gay e Rosetta inviarono una lettera di dimissioni che venne formalmente accettata il 4 settembre. Tutto tranquillo? Manco per idea perché mentre Rosetta rimane fermo, Gay – forte già di un accordo con il Milan – chiede e ottiene di essere inserito nella lista di trasferimento, anche se servirebbe l'attestazione della residenza a Milano. Il comune di Vercelli certifica che il Gay risiede in detto comune, ma la Lega Nord – presieduta dal milanese Baruffini – per aggirare l'ostacolo si avvale di un certificato di una ditta, la Richard Ginori, che dichiara che già da due anni il Gay risulta alle proprie dipendenze. Parallelamente si sparge la voce per la quale la Juventus avrebbe presentato una ricca offerta a Rosetta, anche se per ufficializzare il tutto starebbe attendendo che la Lega dia il benestare al trasferimento di Gay. Il 24 ottobre 1923 tale benestare viene ufficializzato provocando le furibonde reazioni dei tifosi della Pro Vercelli. Non solo: anche le vibranti proteste del presidente federale – nonché presidente della Pro – Bozino, che alla fine si dimette dalla carica di presidente della F.I.G.C.
A quel punto Rosetta chiede di essere inserito nella lista di trasferimento ma la Lega – differentemente da quanto fatto con Gay – rimanda la decisione; per ritorsione Rosetta spiega ricorso al Consiglio Federale il quale, il 24 novembre, gli dà ragione. La confusione ora è totale: a quel punto la diatriba è tra enti ufficiali, tra la Lega e la Federazione. La Juventus inizia a schierare Rosetta nelle successive partite e la Lega dichiara tali partite perse a tavolino provocando così il ricorso della soceità bianconera al Consiglio Federale che le dà ancora ragione. A quel punto anche il presidente della Lega, dopo aver rassegnato le proprie dimissioni, respinte dal Consiglio di Lega, indice un'assemblea straordinaria per il 6 gennaio, ma la Federazione gioca d'anticipo e il 30 dicembre dichiara decaduto tutto il consiglio direttivo della Lega, nomina Giovanni Mauro commissario straordinario, annulla la convocazione del 6 gennaio e convoca un'assemblea plenaria per il 9 febbraio. A questo punto interviene il C.O.N.I che delibera di invitare la Presidenza Federale a “considerare il Consiglio della Lega Nord legalmente in carica fino al giorno della suddetta Assemblea e il Consiglio della Lega Nord e i Comitati Regionali dipendenti a rimanere disciplinati al loro posto”
A Torino, il 9 febbraio, il Consiglio Federale viene sfiduciato ed è costretto a rassegnare le dimissioni e al suo posto viene nominato un Direttorio composto da sette membri con il compito di governare la Federazione sino alla prossima Assemblea straordinaria, fissata per il 28 e 29 giugno. E' il Direttorio a dirimere definitivamente la controversia sul “caso Rosetta”. Il quotidiano La Stampa nel numero del 18 febbraio così riporta la notizia:
(...) In conformità del deliberato dell'assemblea il direttorio considera come non emessa la tessera a favore del giuocatore Rosetta. Detto giuocatore viene quindi assegnato alla Pro Vercelli finchè questa non lo metterà in regolare lista di trasferimento, detto giuocatore non potrà partecipare per l'anno in corso a gare di campionato”.
Ormai la vicenda stava arrivando al suo epilogo. Venivano confermate le sconfitte a tavolino per la Juventus della prime tre partite giocate con Rosetta in campo, mentre le altre venivano comunque omologate; Rosetta e Gay non avrebbero più giocato per l'intero campionato.
Ovviamente siamo in Italia e il finale non può che essere una farsa. Il Direttorio, nella stessa riunione, nomina Vittorio Pozzo commissario unico della nazionale che parteciperà alle prossime Olimpiadi e Pozzo vuole a tutti i costi Rosetta a disposizione, senonché il giocatore, non certo felice per come sono andate le cose, oppone un fermo rifiuto alla convocazione. In questo è spalleggiato dal suo datore di lavoro che, ça va san dir, è un consigliere della Juventus che gli nega il permesso. A questo punto – tenendo ben presente che il Direttorio ha appena statuito che Rosetta è ancora della Pro Vercelli – il C.O.N.I chiede formalmente alla Juventus di “adoperarsi per ottenere il necessario benestare per Rosetta da parte della ditta per la quale lavora”. Insomma, la Juventus deve mettere a disposizione della nazionale un giocatore... di un'altra squadra!
Comunque fossero andate le cose, erano ormai maturi i tempi per una serie riflessione sullo status dei calciatori: la metropoli assorbiva un numero sempre maggiore di giovani talenti alla provincia provocando, di riflesso, il declino di questa. La stessa F.I.F.A, pur continuando a proclamare il principio del dilettantismo, lasciava ampio margine alle singole federazioni di regolamentare lo status dei propri calciatori, prevedendo la possibilità di compensare i giocatori per il mancato guadagno causato dall'attività calcistica. Nel frattempo, nell'estate del 1924 in Italia veniva abolito il vincolo di residenza: sembra niente, ma è un'apertura decisiva al professionismo.


 

venerdì 4 novembre 2016

LA CARTA DI VIAREGGIO DEL 1926

Lo status dei giocatori 

Ultimo aspetto, non certo il meno importante, riguardava il nuovo “status” del calciatore. 
Per tutto il suo periodo pionieristico il calcio italiano era stato improntato all'insegna del dilettantismo, come anche rimarcato nel Regolamento che la F.I.G.C. emanò nel 1909, anche se non mancarono – possiamo dire da subito – casi di società che per accaparrarsi i giocatori migliori promettevano loro posti di lavoro e “benefit”1. Questo atteggiamento della Federazione e del mondo tutto calcistico italiano si rifaceva all'ideale del gentleman-amateur, ideale che era arrivato in Italia assieme ai primi rudimenti sul nuovo gioco: eppure, seppur proprio in Gran Bretagna il professionismo fosse riconosciuto già a partire dal 1885, qui da noi l'idea incontrò sempre molte resistenze, se è vero come è vero che ancora nel 1925 la F.I.G.C., dopo i “casi” dei calciatori Rosetta e Calligaris, ribadiva con forza la piena condanna al professionismo. Qualcosa – e non solo in Italia – comunque si stava muovendo e mutava il quadro d'insieme, nuovi interessi iniziavano a ruotare attorno al calcio, sempre più imprenditori facoltosi acquistavano società pronti ad investire cifre importanti per raggiungere le vittorie2. A metà anni'20 era ormai inevitabile porsi il problema del professionismo e dare risposte adeguate.
La Carta di Viareggio recepiva quanto già statuito dalla F.I.F.A. nel congresso di Roma del 1926 laddove la Federazione internazionale, pur continuando a proclamare il principio del dilettantismo per i calciatori, di fatto lasciava alle singole federazioni nazionali il compito di inquadrare concretamente il calciatore e quindi – in altre parole – dava loro la possibilità di prevedere un “compenso” per i giocatori. Ovviamente quel “compenso” non poteva essere in alcun modo una retribuzione diretta, ossia elargita in relazione ad una prestazione di gioco, ma poteva benissimo essere inteso nel senso di “indenizzo” per il “mancato guadagno” che il calciatore avrebbe subito a causa dell'attività calcistica.
Leggiamo dall'Annuario del Giuoco del Calcio del 1929:
Il Congresso conferma la definizione del dilettante così e come è stata adottata al Congresso di Parigi. Sulla questione del rimborso eccezionale del mancato guadagno il congresso, allo stato della questione (fait confiance) affida alle Associazioni nazionali di definire provvisoriamente leur statut personel3
Dicevamo, la Carta di Viareggio si adeguò e, pur non riconoscendo il professionismo, distinse i calciatori in Dilettanti e Non Dilettanti, prevedendo per questi ultimi l'obbligo di depositare in Federazione “copia degli impegni di rimborso spese e mancato guadagno, firmata dal rappresentante della Società e dal giocatore”.
Grande attenzione veniva riservata al controllo dello status di dilettante, prevedendo, tra l'altro che la Presidenza del C.O.N.I. nominasse una Commissione del dilettantismo composta da tre membri con il compito di vigilare sull'applicazione integrale delle norme sul dilettantismo e prevedendo “gravissime sanzioni contro i colpevoli, essendo le Società e i giuocatori solidalmente responsabili”.

Le novità riguardanti i giocatori non finivano però qua. Si chiudevano le frontiere e si prevedeva che ai campionati italiani potessero partecipare soltanto giocatori di nazionalità e cittadinanza italiana, prevedendo, quale norma transitoria per la stagione successiva, dunque quella del 1926/27, la possibilità per ciascuna società di tesserare al massimo due giocatori stranieri, fatto obbligo però di poterne schierare soltanto uno per ogni partita. Per ciò che riguardava i trasferimenti dei giocatori, cadeva ogni vincolo territoriale (dal 1922 il calciatore poteva cambiare squadra soltanto se la sua residenza anagrafica coincideva con quella del club) ma dovevano comunque sempre essere espressamente autorizzati dal Direttorio Federale:
a) giuocatori chiamati a prestare servizio militare (…) per il periodo del servizio effettivo e per una Società avente sede ove il servizio viene prestato;
b) giuocatori stranieri, già tesserati in Italia nella stagione 1925-1926, che sono rimasti in soprannumero a norma delle disposizioni riguardanti la partecipazione dei giuocatori straneiri al Campionato;
c) giuocatori che avanti la data del 31 luglio 1926 abbiano avuto ragioni di insanabile dissenso con la loro Società, per motivi di eccezione gravità di natura in ispecie morale ovvero giuocatori ai quali la Società dichiari, motivando, di non voler più conservare nei propri ruoli4.
Antonio Papa e Guido Panico riportano un dato molto interessante, comparando il numero dei giocatori retribuiti in Italia e Inghilterra negli anni'30:
Nel corso degli anni'30 la media dei giocatori retribuiti, circa cinquecento, rappresentò solo l'1% dei tesserati. Ciò nonostante la percentuale italiana era superiore a quella dei professionisti inglesi, che costituivano solo lo 0,4% dei giocatori delle società di football”5
Antonio Ghirelli chiosa sull'ambiguità che da allora avrebbe caratterizzato la gestione economico-finanziaria del calcio in Italia riportando ciò che Carlo Doglio scriveva nel 1952 a proposito dei deleteri effetti della riforma:
(...) nessuna società tra quante ho visitato, si sogna di poter narrare la propria storia economico-sociale post 1926-27. fino ad allora l'aneddotica cita anche i centesimi, dopo, silenzio assoluto.”6
Insomma, con questa riforma epocale il calcio italiano iniziava ad assomigliare molto al calcio dei nostri tempi, producendo una cesura tra il prima e il dopo.





1Alessandro, Bassi, Il football dei pionieri, Bradipolibri Editore, Ivrea, 2012
2Antonio, Papa - Guido, Panico, Storia sociale del calcio in Italia, Il Mulino, Bologna, 1993
3 Cfr. Annuario Italiano Giuco del Calcio, Vol. II, Società Tipografica Modenese, Modena, 1929
4Ibidem
5Antonio, Papa - Guido, Panico Op. Cit.
6Antonio, Ghirelli, Op. Cit.
 

venerdì 28 ottobre 2016

LA CARTA DI VIAREGGIO DEL 1926

La nuova struttura federale 
Cambiava un po' tutto. Soprattutto per quel che riguardava la struttura interna federale, che veniva riorganizzata in senso strettamente gerarchico, e le cariche stesse che non erano più elettive bensì a nomina: veniva istituito il Direttorio Federale composto da 7 elementi tutti eletti direttamente dal C.O.N.I. - e dunque dal Partito – a capo del quale veniva nominato il gerarca fascista bolognese Leandro Arpinati; a sua volta il Direttorio Federale avrebbe nominato tutti gli organi dipendenti, e cioè il Direttorio delle divisioni superiori (Divisione Nazionale e Prima Divisione) e il Direttorio delle divisioni inferiori Nord e Sud (Seconda Divisione Nord, Seconda Divisione Sud, finali interregionali e Terza Divisione). 
Come detto, a capo del Direttorio Federale fu nominato il gerarca fascista bolognese, amico della prima ora di Benito Mussolini, Leandro Arpinati, il quale resse la presidenza della F.I.G.C. dal 1926 al 1933: spostò immediatamente la sede federale da Torino a Bologna e successivamente – nel 1929 – a Roma, in concomitanza con la sua nomina a sottosegretario agli interni.
Per il primo biennio la nomina del Direttorio fu dunque fatta d'autorità dalla Presidenza del C.O.N.I., mentre con la riforma del 1927, riforma che prevedeva la nomina da parte del capo del Governo non solo della presidenza del C.O.N.I., ma di tutte le presidenze delle varie federazioni, la nomina del presidente della Federazione calcistica sarebbe spettata anch'essa a Mussolini.
Per quel che riguardava il mondo arbitrale, venne istituito il Comitato Italiano Tecnico Arbitrale (C.I.T.A.), organismo al quale veniva demandato l'inappellabile giudizio su tutte le questioni di carattere tecnico relativamente al regolamento di gioco. Allo stesso Comitato veniva inoltre conferita tutta una serie di attribuzioni, tra le quali l'attività di aggiornamento e coordinamento dei regolamenti tecnici di gioco, la nomina, vigilanza, classificazione e designazione degli arbitri. Presidente dell'organismo veniva nominato l'avv. Giovanni Mauro.

La riforma dei campionati
Inoltre la riforma seguiva la via tracciata anni prima dal Progetto di riforma dei campionati ideata da Vittorio Pozzo, teso all'unificazione territoriale del campionato: venne dunque creata una Divisione Nazionale formata da 20 squadre divise in due gironi, di queste ben 16 appartenevano alla Lega Nord alle quali si aggiunse una diciassettesima individuata tramite torneo di spareggio tra le otto retrocesse nell'anno precedente; completavano il quadro tre squadre del centro-sud: le due squadre di Roma, l'Alba, finalista del torneo precedente, e la Fortitudo, e la novità del Napoli che nato nell'agosto del 1926 grazie all'opera dell'imprenditore Giorgio Ascarelli aveva assorbito l'Internaples, cioè la squadra che aveva acquisito nel campionato precedente il diritto a partecipare alla Divisione Nazionale.

Il torneo di qualificazione tra le otto squadre del settentrione non ammesse direttamente prese avvio domenica 29 agosto 1926 e terminò con la ripetizione della finale del 23 settembre.
(a Bologna) MANTOVA – REGGIANA 7 – 3 dts
(a Verona) LEGNANO – UDINESE 2 – 0 Forfait
(a Milano) NOVARA – PARMA 4 – 0
(a Genova) ALESSANDRIA – PISA 6 – 1
Così “La Stampa” commenta l'indomani l'esito del primo turno di qualificazione:
La prima giornata del Torneo di qualificazione è stata caratterizzata da successi netti, e sui quali non è possibile sollevare dubbi. Del resto, si può dire che le squadre, le quali hanno superato la prova, erano le favorite della vigilia: l'Udinese, che per un complesso di circostanze, non era in grado di allineare la squadra che seppe fornire un “finisch” di campionato notevole, è stata la sola che ha voluto...precedere il pronostico, col dar partita vinta al Legnano.
La sorpresa della giornata è stata la vittoria dei “virgiliani”: la Reggiana alla vigilia raccoglieva maggiori suffragi: invece, i “granata” emiliani hanno ceduto nei tempi supplementari. La sorte della gara venne rimessa a un fattore, che fu decisivo: la fatica, e infatti i più resistenti hanno avuto la meglio, e sono passati dal pareggio 3-3 a un 7-3 senza dubbio eloquente.
L'Alessandria ha ottenuto la vittoria più convincente della giornata, mentre pure netta e chiara è stata l'affermazione novarese. La squadra “azzurra” è stata la sola a non aver violata la sua rete, il che costituisce, senza dubbio, un successo personale di Faher.” 1
Domenica 5 settembre vennero disputate le semifinali, entrambe a porte chiuse:
(a Vercelli) ALESSANDRIA – LEGANO 4 – 1
(a Milano) NOVARA – MANTOVA 4 – 3 dts
Nella riunione del 6 settembre, il Direttorio federale, decideva che la finale tra Alessandria e Novara si sarebbe disputata domenica 12 settembre sul campo neutro di Casale Monferrato
(a Casale) ALESSANDRIA – NOVARA 2 – 2 dts
A quel punto, terminato l'incontro in parità, necessitava una seconda partita, che le due squadre chiesero – ed ottennero – di giocare a Torino, sul campo della Juventus, giovedì 23 settembre; anche se prescritto a porte chiuse, l'incontro si giocò davanti ad oltre 500 persone e vide il primo tempo chiudersi con il Novara in vantaggio 1-0. Nella ripresa, l'Alessandria salì di tono e riuscì a pareggiare dopo dieci minuti e a far suo l'incontro segnando altre due reti, vincendo e regalandosi così l'ingresso nella Divisione Nazionale.
(a Torino) ALESSANDRIA – NOVARA 3 – 1
Sempre nella seduta del 6 settembre, alla vigilia della finale del torneo di qualificazione, il Direttorio decideva la compilazione dei due gironi della Divisione Nazionale, in base alle classifiche degli ultimi Campionati con criterio economico-territoriale, e dei tre gironi della Prima Divisione:
DIVISIONE NAZIONALE GIRONE A
DIVISIONE NAZIONALE GIRONE B
JUVENTUS
BOLOGNA
MODENA
TORINO
GENOA
PADOVA
HELLAS
CREMONESE
INTERNAZIONALE
LIVORNO
PRO VERCELLI
SAMPIERDARENESE
BRESCIA
ANDREA DORIA
NAPOLI
MILAN
ALBA AUDACE ROMA
FORTITUDO ROMA
CASALE
ALESSANDRIA

Al termine dei due gironi, le prime tre di ciascun girone avrebbero partecipato ad un girone finale per l'assegnazione del titolo di Campione Nazionale, mentre le ultime due classificate di ciascun girone sarebbero state retrocesse in Prima Divisione.
Al campionato di Prima Divisione partecipavano 32 squadre; il campionato veniva diviso secondo un criterio geografico in due macro gruppi, Nord e Sud. Nel raggruppamento Nord giocavano 24 squadre suddivise in tre gironi da 8 squadre ciascuno, ed era costituito dalle sette squadre rimaste in categoria nella stagione 1925-26, dalla squadra dell'U.S. Anconitana – che per ragioni geografiche venne aggregata al nord – e dalle 16 squadre che avevano conquistato il diritto di passare dalla seconda alla prima divisione. Nel raggruppamento Sud partecipavano 8 squadre che vennero scelte in base ai migliori piazzamenti nei vari gironi regionali del sud, “tenuto conto della potenzialità dei differenti gironi, designate, in base a questi criteri, dal Direttorio Federale, su proposta degli enti competenti”.
Le quattro vincenti dei quattro gironi di prima divisione sarebbero state promosse in Divisione Nazionale, mentre l'ultima classificata di ciascun girone (quindi 4 squadre in totale) sarebbero retrocesse in Seconda Divisione.
Anche la Seconda Divisione prevedeva la suddivisione in due macro gruppi, Nord e Sud per un totale di massimo 68 squadre. Le 32 squadre del Nord sarebbero state divise in tre gironi da 12 squadre ciascuno, con la vincente di ciascun girone promossa in Prima Divisione e le ultime due retrocesse in Terza Divisione. Il gruppo Sud, invece, venne suddiviso in quattro gironi da otto squadre ciascuno: le quattro vincenti avrebbero disputato la finale a girone doppio per il titolo e per il posto in Prima Divisione, mentre l'ultima classificata di ogni girone sarebbe stata retrocessa in Terza Divisione.
Il campionato di Terza Divisione, infine, anch'esso diviso tra Nord e Sud prevedeva che potessero iscriversi “tutte le società che avessero la libera e piena disponibilità di un campo da giuoco nelle misure regolamentari e con cinta stabile”. Ovviamente l'intero campionato era organizzato su base strettamente regionale: per il Nord i Direttori regionali avrebbero dovuto provvedere a creare gironi da 10 squadre ciascuno; le vincenti di ogni girone si sarebbero incontrate su base interregionale per determinare i sei posti che avrebbero concesso la promozione in Seconda Divisione. Al Sud i Direttori regionali avrebbero, allo stesso modo del Nord, creato gironi da otto squadre e le vincenti, sempre su base interregionale, si sarebbero incontrate per la conquista dei quattro posti di Seconda Divisione2.




1 Cfr. La Stampa del 30 agosto 1926
2 Cfr. Annuario Italiano Giuco del Calcio, Vol. II, Società Tipografica Modenese, Modena, 1929