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giovedì 30 luglio 2026

⚽VIAREGGIO 1926 (Puntata 3)

 

3. La “fascistizzazione” dello sport (I)

Sin dalle sue origini, come abbiamo brevemente fatto cenno, il movimento fascista intuì quale potente strumento di lotta politica poteva essere lo sport e così lo usò per disintegrare lo stato liberale e per creare una fitta rete di relazioni con il mondo borghese ed imprenditoriale.

Scandagliare le inevitabili piccole crepe che il dibattito democratico considera comunque endemiche nel processo decisionale condiviso, insinuarsi in quelle crepe, dilatandole, mettendole in evidenza, accentuando motivi di frizione per arrivare così al punto di rottura, ed infine lavorare per proporsi quale soluzione e – obiettivo finale di questo processo – prendere possesso dei ruoli apicali. Il fascismo lo farà con il calcio e prima ancora con lo sport, sfruttando il malcontento del mondo sportivo verso la vecchia politica liberale, intessendolo con gli interessi del mondo imprenditoriale. Una delle strategie di presa del potere del fascismo fu proprio quella di trasformare progressivamente l'assetto economico del Paese assicurandosi l'appoggio degli ambienti imprenditoriali e dei centri finanziari1.

Protagonista di quel sottile lavoro di collegamento tra Mussolini e i grandi interessi economici e pure di rottura con il passato fu l'onorevole Aldo Finzi, scelto da Mussolini non a caso.

Aldo Finzi (wikipedia)

Personaggio di spessore nell'immaginario fascista, Aldo Finzi era una specie di “prototipo” della figura dell'uomo fascista: volontario nella Grande guerra, amante del volo e sportivo appassionato2, tanto che La Gazzetta dello Sport gli dedicò un ritratto in prima pagina nell'edizione del 19 maggio 19213 . Diventato presidente del Gruppo parlamentare sportivo – costituitosi il 22 giugno4 – Finzi, in occasione della discussione sull'indirizzo di risposta al discorso della Corona che aveva inaugurato la nuova legislatura, pronunciò un conciso ma efficace intervento – come sottolineato da Landoni – in “discontinuità e rottura rispetto al vecchio ordine liberale”5 che risultò particolarmente apprezzato da tutto il mondo sportivo. Poche e precise parole programmatiche che facevano capire quale interesse avrebbe avuto lo sport e l'educazione fisica per i fascisti, poche parole di critica e protesta “(...) per la mancanza nel discorso della Corona anche di un solo accenno all'educazione fisica del popolo, che è fattore altamente morale di civiltà”, quindi il forte auspicio che con la nuova Legislatura ci si occupasse del tema, “(...) fattore di elevamento non solo della forza fisica della Nazione, ma altresì della sua forza morale”6.

Che uno degli obiettivi dei fascisti fosse quello di rompere con il passato, delegittimare l'intera classe dirigente liberale e procedere ad una sostituzione con uno Stato nuovo, energico, eroico era chiaro, tanto sul piano politico quanto su quello sportivo. Il fuoco fascista nel campo della politica sportiva nel 1921 si concentrò così sulla figura del presidente del CONI, Carlo Montù. Liberale, dirigente sportivo, già presidente della FIGC e membro del Comitato olimpico internazionale, Montù era all'epoca Commissario del CONI e si trovò al centro della bufera che si alzò quando non seppe concretizzare la candidatura di Roma ai Giochi olimpici7. A Losanna, infatti, durante il Congresso di giugno venne scartata la candidatura di Roma per la mancanza “(...) delle garanzie ufficiali di ordine finanziario”, e in conseguenza la delegazione italiana si ritirò dai lavori8. Il dirigente italiano si trovò nel mezzo tra le aspirazioni dei Paesi nordeuropei ad ospitare i Giochi e quella francese di essere nuovamente sede olimpica. In più Montù dovette scontrarsi con la mancata conferma da parte del Governo italiano dello stanziamento dei fondi necessari, impossibilitato così a confermare ufficialmente l'importo che avrebbe investito. A fine giugno il CONI e quindici Federazioni nazionali, durante l'Assemblea del CONI, chiamate ad esprimersi in merito alla condotta della delegazioni italiana “(...) ne approvano incondizionatamente la condotta, deplorando che gli atteggiamenti del Comitato Internazionale Olimpico e della presidenza del Congresso di Losanna li abbiano rispettivamente messi nelle condizioni di ritirarsi dal C.O.I. e dal Congresso”9

 

La Gazzetta dello Sport

Quando, però, pareva essere tornato il sereno, fu allora che fascisti e forze imprenditoriali assestarono il colpo decisivo a Montù. La contestazione al dirigente partì dalle avanguardie giovanili di diverse società sportive che, spalleggiate dal Gruppo parlamentare e da influenti ambienti politici romani diedero vita al Comitato olimpico studentesco italiano (COSI), un organismo che avrebbe dovuto essere alternativo e quindi sostitutivo del CONI. Eppure il colpo decisivo, come spiega bene Landoni, venne inferto da Geo Davidson, imprenditore scozzese già presidente del Genoa e presidente plenipotenziario della Federazione ciclistica10. Davidson riteneva che fosse giunto il momento per una netta trasformazione del CONI da ente dilettantistico e a base prettamente volontaria ad organismo di governo moderno, professionale ed imprenditoriale. A tale scopo, il presidente del “nuovo” CONI avrebbe dovuto esserlo a tempo pieno e in via esclusiva, quindi, in altre parole, non avrebbe dovuto ricoprire nessun altro incarico e a tale scopo venne evidentemente modificato lo Statuto laddove all'art.17 veniva prescritto che il Presidente del CONI non potesse essere presidente di altre Federazioni. A Montù parve sufficiente, per difendere il proprio ruolo di guida del CONI, dimettersi da tutte le altre cariche, ma ciò che gli venne davvero a mancare fu l'appoggio all'interno del CONI, con alcuni membri che gli avevano mosso appunti e contestazioni, tanto da fargli capire che il suo tempo era ormai finito e quindi agli inizi di novembre presentò le proprie dimissioni anche dal CONI11. Il 13 novembre durante i lavori del Consiglio Generale del CONI, dove per la prima volta venne rappresentato all'interno del Comitato il Gruppo parlamwentare sportivo nella persona dell'on. Capanni, vennero respinte le dimissioni di Montù, con un ordine del giorno che lo invitava “ (…) a mettersi in regola con lo statuto e col regolamento del C.O.N.I.”12. La crisi così aperta sul finire del 1921 trovò soluzione agli inizi dell'anno seguente, quando venne decisa la modifica dello statuto13 e – segno di quanto lo sport stesse diventando importante per la “nuova” politica italiana – l'ingresso nella Commissione Esecutiva di due membri del Comitato parlamentare sportivo, designando Francesco Mauro del PPI che divenne presidente del CONI e il fascista, squadrista della prima ora, Italo Capanni alla segreteria generale14.

Il fascismo, dunque, iniziava a “mettere le mani” nello sport ancor prima di prendersi il potere politico, con un primo, fondamentale, passo. Una volta ottenuto il governo del Paese, complice la crisi di fiducia che contemporaneamente colpì Mauro, si presentò l'occasione per Mussolini di prendere il pieno controllo del CONI. Agli inizi del 1923, infatti, Mauro rassegnò le dimissioni e così nella seduta del 6 febbraio venne “(...) eletto per acclamazione a presidente l'on. Finzi”15. Come bene sottolinea Landoni, la coincidenza della presa del potere politico e la conquista del più importante organismo sportivo italiano da parte del fascismo nel breve volgere di pochi mesi dà la misura di quanta importanza avesse questo connubio per Mussolini, e di quanto fosse consapevole della valenza politica, sociale, educativa e propagandistica della questione sportiva16.

E di come venne costruito il connubio sport-politica ne parleremo nella prossima puntata.


( Continua - 3)

 

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1Dogliani, Patrizia, Il fascismo degli italiani. Una storia sociale, UTET, 2008

2Landoni, Enrico, L'irregimentazione delle istituzioni sportive: il caso del CONI, sta in Lo sport durante il fascismo. Ricerche storiche e prospettive storiografiche, Quaderni della SISS n.11, 2024

3Cfr. La Gazzetta dello Sport del 19 maggio 1921

4Cfr. La Gazzetta dello Sport del 23 giugno 1921

5Landoni, 2024, Op. cit.

6https://storia.camera.it/regno/lavori/leg26/sed000A.pdf.

7Il desiderio di Montù di portare i Giochi olimpici a Roma era di vecchia data. Già l'indomani la fine della Grande guerra – mettendo anche in gioco i rapporti amichevoli con De Coubertin – sul finire del 1918 comunicava alla Presidenza del Consiglio dei Ministri che De Coubertin “(...) sarebbe disposto di appoggiare ed avrebbe la certezza di far ottenere che la settima Olimpiade potesse nel 1920 essere tenuta a Roma”. Nella proposta Montù metteva in risalto le positive ricadute sportive e politiche che questa organizzazione avrebbero avuto sull'intero Paese, ma lo Stato liberale non colse il potenziale e così quella candidatura non si concretizzò. Cfr. Varrasi, Francesco Maria, Economia, politica e sport in Italia (1925-1935), Firenze, Tipografia Bertelli, 1997

8Cfr. La Gazzetta dello Sport del 6 e 10 giugno 1921. Montù nei giorni seguenti spiegò il suo punto di vista sulla vicenda e nel confermare nella sostanza il contenuto del comunicato del CIO, aggiungeva però che a De Coubertin e al Congresso aveva anche dichiarato “(...) supplendo agli impegni governativi ufficiali, (…) che un deposito di sei milioni di garanzia io ero disposto a fare immediatamente ad una Banca Svizzera”. L'appoggio finanziario personale Montù lo aveva ottenuto dalle sue amicizie industriali che gli avevano promesso un cospicuo anticipo nel caso in cui il Governo e la Municipalità di Roma non si fossero esposte anticipatamente, ma non venne ritenuta garanzia sufficiente.

9Cfr. La Gazzetta dello Sport del 24 giugno 1921

10Su Geo Davidson presidente del Genoa, vedasi anche https://www.calciomercato.com/notizie/1913-il-genoa-crea-il-calciomercato-viene-processato-e-rischia-l/812792

11Cfr. La Gazzetta dello Sport del 5 novembre 1921

12Cfr. La Gazzetta dello Sport del 14 e 25 novembre 1921. Montù e il vice presidente Longoni non desistettero dal loro proposito e così nella seduta del 24 novembre della Commissione Esecutiva del CONI i due confermarono le loro dimissioni, al ché l'intera Commissione rassegnò le dimissioni, aprendo così ufficialmente la crisi.

13Cfr. La Gazzetta dello Sport del 28 gennaio 1922.

14Landoni, 2016, Op. cit.

15Cfr. La Gazzetta dello Sport del 7 febbraio 1923

16Landoni, 2024, Op.cit.

giovedì 23 luglio 2026

⚽VIAREGGIO 1926 (Puntata 2)

2. L'ascesa al potere di Mussolini


Il 1922 in Italia fu un anno affatto banale: fu infatti in quell'anno che Mussolini riuscì a prendere il potere, segnando in qualche modo il declino della società liberale e l'avvento di quella che da lì a pochi anni sarebbe diventata dittatura.

Come altrove accennato, il clima burrascoso del calcio italiano rifletteva il clima teso e violento dell'intero Paese squassato da rivendicazioni, istanze e proteste che portarono a scontri di classe sempre più accesi.

Il 23 marzo del 1919, nei locali del Circolo dell'Alleanza Industriale presso Palazzo Castani in piazza San Sepolcro a Milano, su iniziativa di Benito Mussolini era stato fondato il movimento dei Fasci italiani di combattimento1 un movimento che coagulava istanze e demarcazioni spesso contraddittorie tra loro ed anche una peculiare avversione sia alle classi dirigenti borghesi che al socialismo, un movimento che si fece notare per la prima volta a metà aprile con l'assalto alla sede di Milano del quotidiano socialista Avanti!. Il movimento creato da Mussolini fu abile a creare legami stretti e profondi con la borghesia lombarda, tanto che alle successive elezioni del maggio del 1921 i fascisti inseriti nel Blocco Nazionale elessero 35 deputati, mentre il Partito Socialista scontava le agitazioni del Biennio rosso e la fuoriuscita di alcuni mesi prima del neonato Partito Comunista, iniziando così un lento declino.

I fascisti non votarono la fiducia a Giolitti e il Re diede incarico a Bonomi di formare il governo e quindi in novembre su impulso di Mussolini il movimento dei Fasci divenne il Partito Nazionale Fascista, completando così il suo processo politico. Ancora, però, Mussolini non era arrivato a ciò che più bramava: il potere2 . Per arrivarci, Mussolini capì che poteva non essere necessaria la violenza: bastava, infatti, servirsi di quello stesso stato liberale che voleva demolire, incuneandosi diplomaticamente nelle enormi crepe che quest'ultimo si era creato3. Una legittimazione importante arrivò direttamente da Giolitti nel discorso che tenne a Cuneo il 23 ottobre. Se è pur vero che in quel discorso Giolitti difendeva apertamente i valori dello stato liberale nei quali aveva affondato tutta la sua esperienza politica, esprimeva l'idea che il Fascismo potesse avere una voce proporzionata al seguito che aveva nel Paese, rinunciando però a qualsiasi forma anticostituzionale: “(...)un nuovo partito si affaccia alla vita politica italiana. Esso deve prendere quel posto al quale il numero dei suoi aderenti gli dà diritto; ma nelle vie legali, le sole che possano dare vera e durevole autorità ad un partito nell'orbita costituzionale (…).”4. Ciò detto, Mussolini d'altro canto era ben conscio del potenziale pericolo per l'intero movimento fascista rappresentato proprio da Giolitti, e fece di tutto per evitare che L'Uomo di Dronero ritornasse al governo5

 

La Stampa

Con la fine della Grande guerra e l'inizio degli anni'20 la concezione statale e culturale liberale, che dall'Ottocento aveva innervato i Paesi politicamente – e non solo – più progrediti, collassò un po' ovunque. In Italia la società che era uscita dalla guerra era delusa dalla politica ed arrabbiata: chi era stato favorevole all'ingresso in guerra aveva magari cambiato idea, chi era stato contrario era arrabbiato per le difficili condizioni di vita dei reduci e della popolazione intera che non vedeva nessun vantaggio nell'aver sacrificato così tante vite umane. Approfittando della oggettiva debolezza in cui versava allora lo stato liberale e delle personalità politiche che lo governavano in quei difficili anni, con un Governo presieduto da un debole Luigi Facta, Mussolini cercò di cogliere l'occasione per forzare la mano sino alla manifestazione fascista organizzata a Napoli il 24 ottobre. Fu durante quella manifestazione che Mussolini apertamente prospettò la concreta possibilità che i fascisti marciassero su Roma per andare a prendersi il governo6. In quell'occasione Mussolini nominò il famoso Quadrumvirato che avrebbe dovuto organizzare e comandare le operazioni, mentre diplomaticamente i fascisti erano all'opera per arrivare ad ottenere, in estrema sintesi, le dimissioni del Presidente del Consiglio Facta. Dimissioni peraltro che non arrivavano. Il 27 ottobre con i fascisti che in varie città del nord e del centro Italia avevano iniziano a prendere possesso non proprio in maniera pacifica di alcuni edifici politici, Facta suggerì al Re di proclamare lo stato d'assedio ma il sovrano nicchiò. Le ore si facevano via via sempre più tremende. Nella notte successiva Vittorio Emanuele III e Facta vennero svegliati dalla notizia che la carovana fascista aveva iniziato la marcia verso Roma: il Re si confrontò con il generale Diaz circa la lealtà delle forze armate nel caso avesse dovuto dichiarare lo stato d'assedio e, da varie fonti, non pare fosse arrivata risposta chiara e univoca7. Fatto sta che mentre Facta era sicuro che il Re avrebbe proclamato lo stato d'assedio, tanto da darne preventiva comunicazione a mezzo stampa, il sovrano decise di non farlo portando inevitabilmente il Presidente del Consiglio a rassegnare le proprie dimissioni8. In realtà quella notte un documento venne redatto, documento duro nei contenuti, ma assolutamente privo di qualsiasi accenno ad un proclamando stato d'assedio [??]. Probabilmente Re e Presidenza del Consiglio non si intesero sul senso delle parole, o fu altro ma la sostanza fu che il Consiglio dei Ministri la mattina del 28 ottobre aveva proclamato lo stato d'assedio ma il Re non lo firmò costringendo Facta un paio d'ore dopo ad annullare l'appena proclamato stato d'assedio e quindi a dimettersi

La Stampa

Nelle ore successive, mentre un numero sempre maggiore di fascisti premeva ormai alle porte di Roma, si susseguirono febbrili consultazioni. Giolitti si sarebbe mosso soltanto per prendere in prima persona la guida del Governo, mentre Facta sperava di poter proporsi per un secondo mandato con base allargata, ma il Re si vide davanti l'intransigenza di Mussolini, così le consultazioni di quelle ore portarono il giorno successivo al conferimento allo stesso Mussolini dell'incarico di formare il nuovo governo9. La sera del 29 ottobre il duce partì da Milano – da dove aveva seguito tutti gli sviluppi di quelle convulse giornate – sul vagone letto del treno che la mattina seguente lo fece arrivare a Roma dove nel tardo pomeriggio presentò il primo governo Mussolini. Lo stesso giorno le camicie nere entravano a Roma nel quartiere San Lorenzo dove si registrarono scontri violenti che portarono a numerosi morti. Il 31 ottobre, infine, le camicie nere sfilarono per oltre sei ore lungo le strade di Roma davanti al Re prima che Mussolini finalmente desse l'ordine di smobilitazione: la “marcia” era terminata, il potere conquistato, il duce era il nuovo capo del Governo e l'Italia stava per indossare la camicia nera. In tutta questa confusione – quasi nel silenzio generale – domenica 29 ottobre si sarebbe dovuto giocare il campionato che invece non venne disputato, rinviato alla domenica successiva10.

Nel numero in uscita venerdì 3 novembre il Guerin Sportivo pubblicava in prima pagina una vignetta satirica del mitico Carlin che ritraeva Mussolini che brandendo un manganello dava “il via” - in altre parole, il “benservito” - a Facta, Giolitti, Boselli e Luzzatti, quindi a tutta una classe politica ormai superata, cogliendo molto bene il senso di ciò che era accaduto e di quanto sarebbe accaduto negli anni a venire. 

 

Guerin Sportivo 

Con le prossime puntate entreremo nel merito, scoprendo come il regime si impossessò del controllo dello sport.

( Continua - 2)

 

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1Cfr. Il Popolo d'Italia del 24 marzo 1919

2Di Nolfo, 1994, Op. Cit.

3Cfr. La Stampa del 6 agosto 1922. Si fa qua riferimento al famoso editoriale che il condirettore de La Stampa Luigi Salvatorelli scrisse agli inizi di agosto dopo le numerose violenze squadriste contro camere del lavoro e cooperative. Due passaggi di quell'editoriale hanno notevole rilevanza storica, oltreché profetica, il primo passaggio riguarda il fascismo: “(...) Si chiude, oggi, quel periodo di crisi interna del fascismo, ufficialmente inaugurato dall'on. Mussolini col suo discorso al Parlamento del 19 luglio, in cui egli poneva — negli stessi termini in cui l'avevamo posto precedentemente noi — il dilemma del legalitarismo o dell'insurrezionalismo. II partito fascista, per ora, ha scelto il secondo corno del dilemma. (…) Il partito fascista, dunque, avrebbe perfettamente potuto, nonché mantenere, sviluppare la tendenza legalitaria manifestata nei giorni precedenti (…) mantenerla e svilupparla fino ad entrare definitivamente nell'orbita legalitaria, con una posizione preminente fra i partiti costituzionali. Esso non ha voluto; ed ha preferito invece ritornare all'illegalità, sostituendosi sistematicamente e dichiaratamente allo Stato”. Il secondo punto è una riflessione che riguarda gli esponenti del mondo conservatore italiano, i quali “mostrano di ritenere tutto questo sostanzialmente normale; quel tanto di anormalità ch'essi vi riconoscono è da loro unicamente imputata al socialismo ed al comunismo. Li ha specialmente rallegrati l'occupazione di palazzo Marino, con la conseguente espulsione dell'amministrazione comunale socialista. Non sembra ch'essi avvertano come, con lo stesso metodo, sarebbe possibile, domani, una occupazione di Montecitorio, da non cessare fino a che un decreto reale non sciogliesse la Camera ordinando le elezioni senza proporzionale e a suffragio ristretto”.

4Cfr. La Stampa del 23 ottobre 1922

5De Felice, Renzo, Breve storia del Fascismo, Milano, Mondadori, 2000

6Balbo, Italo, Diario 1922, Milano, Mondadori, 1932 Balbo nel suo Diario riporta il testo del proclama che Mussolini aveva redatto una settimana prima della manifestazione a Napoli. Dalla sua lettura si evince il carattere eversivo e violento dell'azione fascista: “(...) Oggi, l'Esercito delle Camicie Nere riafferra la Vittoria mutilata e, puntando disperatamente su Roma, la riconduce alla gloria del Campidoglio. (…) La legge marziale del Fascismo entra in pieno vigore. Dietro ordine del Duce i poteri militari, politici e amministrativi della Direzione del Partito vengono riassunti da un Quadrumvirato Segreto d'Azione con mandato dittatoriale”.

7De Felice, 2000, Op. cit.

8Cfr. La Stampa del 29 ottobre 1922. L'Agenzia Stefani il 28 ottobre alle ore 10 diramava un comunicato ufficiale nel quale il consiglio dei Ministri dava notizia della decisione di proclamare lo stato d'assedio in tutte lo Stato, ma sole tre ore dopo la stessa Agenzia con altro comunicato riferiva l'autorizzazione “ad annunciare che il provvedimento per la proclamazione dello stato d'assedio non ha più corso”.

9De Felice, 2000, Op. cit.

10Bassi, Alessandro, https://www.calciomercato.com/notizie/fantasmi-del-passato-1922-la-marcia-fascista-su-roma-ferma-anche/922566

 

giovedì 16 luglio 2026

⚽ VIAREGGIO 1926 (Puntata 1)

 1. Introduzione

Nel 1926 la politica – il regime fascista – licenziò una rivoluzionaria riforma nel campo calcistico il cui anniversario dei cento anni offre l'occasione per una ricostruzione che ha l'obiettivo di fornire una mappa e un vocabolario per chi – semplice appassionato o studioso – voglia approfondire quel momento, spartiacque nella storia del calcio nel nostro Paese.

Necessario è ricostruire – almeno per sommi capi – le vicende storiche che dalla fine della Grande guerra portarono all'ascesa al potere del fascismo.

La ripresa della vita quotidiana e la ricostruzione del tessuto sociale, produttivo, politico e sportivo si presentavano interconnesse tra loro e meritano, seppur succintamente, una trattazione introduttiva.

Con la firma dell'armistizio di Villa Giusti del 3 novembre 1918 terminava la guerra tra Italia ed Austria-Ungheria. Il Paese che usciva da quattro lunghi e devastanti anni di guerra si trovava di colpo a dover affrontare problemi altrettanto drammatici che riguardavano aspetti economici, sociali e politici. La riconversione industriale post bellica e la strutturale povertà delle campagne andavano ad accentuare un quadro economico esplosivo con aumento del debito pubblico, svalutazione della lira e una forte inflazione che fece diminuire il potere d'acquisto1. Questo quadro si andava ad aggiungere ad un complicato reinserimento dei reduci – moltissimi dei quali invalidi – che nel frattempo avevano perso affetti e posizione lavorativa, andando così a costituire una miscela esplosiva che produsse l'inevitabile crisi dell'intero sistema sociopolitico. 

New York Tribune

Dalla Conferenza di pace di Parigi del 1919 l'Italia non era riuscita ad ottenere tutte le ricompense territoriali previste dal Patto di Londra del 1915. Il modo in cui vennero portate avanti le trattative al tavolo della Conferenza dalla delegazione italiana e la postura degli Alleati esasperarono le tensioni interne, con il governo che si trovò bersaglio all'un tempo dei nazionalisti e dell'opposizione. I nazionalisti, che avevano fortemente voluto l'entrata in guerra, ritenevano che gli Alleati non volessero mantenere la parola data nel 1915, mentre gli oppositori contestavano a Vittorio Emanuele Orlando e a Sonnino di non essere in grado di far valere il punto di vista italiano alla Conferenza. L'atteggiamento della delegazione italiana che in un primo momento abbandonò i lavori, salvo poi ritornare sui propri passi con il nuovo Governo Nitti, non agevolò certo il compito e la realizzazione dell'obiettivo, tanto che né la Dalmazia, né Fiume furono concesse all'Italia. Frustrazione e malcontento accomunavano, quindi, entrambi gli schieramenti: da un lato chi riteneva che l'Italia avesse combattuto e pagato un prezzo di sangue altissimo per ottenere alla fine meno di quanto promesso, dall'altro chi, come i socialisti, avevano considerato un crimine la partecipazione alla guerra, “un crimine la cui inutilità era confermata dai fatti”2.

Dall'insoddisfazione in campo internazionale e dalle criticità della ripresa della vita quotidiana sgorgava quindi una serie di agitazioni sociali e di nuove dinamiche politiche che caratterizzarono la vita interna del Paese. Se i partiti esistenti nel periodo prebellico non sembravano più in grado di dare voce alle nuove istanze, le novità istituzionali legate al suffragio universale maschile e al nuovo sistema elettorale proporzionale produssero nelle elezioni del novembre 1919 un risultato che premiava il Partito Socialista e il neonato Partito Popolare di don Sturzo e contestualmente ridimensionava i partiti liberali postunitari3. Con i primi mesi del 1919 iniziò una serie di scioperi e di agitazioni contadine che contribuì non poco a destabilizzare ulteriormente il quadro politico e sociale. Il conflitto di classe andava così saldandosi al profondo malcontento dei reduci che, a loro volta, esprimevano due posizioni opposte tra chi riteneva di aver buttato via i migliori anni a favore degli interessi dei padroni e chi, al contrario, era convinto di aver combattuto per una giusta causa e quindi da premiare4.

Con la seconda metà del 1920 la crisi che aveva investito la Nazione subì una violenta accelerazione alla quale contribuirono due spinte – rivoluzionarie entrambe, ma con caratteri ben distinti: l'azione spesso violenta del movimento fascista e l'attrazione all'esperienza russa del Partito socialista. I Fasci italiani prima e il movimento fascista poi erano esperienze che facevano della violenza uno dei tratti distintivi, tanto che non erano riusciti a sfondare nella piccola e media borghesia, poco inclini al massimalismo. 

La Stampa

Con l'autunno del 1920 l'occupazione da parte dei sindacati metallurgici delle fabbriche del settentrione – illusi di poter impiantare in Italia il sistema dei Soviet – mutò il quadro. Il Governo Giolitti affrontò la questione con misura e saggezza, evitando volutamente l'uso della forza, cogliendo prima di altri come i sindacati non sarebbero riusciti a trasformare quel primo passo in un'azione davvero concreta, lasciando così, in buona sintesi, che l'esperienza rivoluzionaria si spegnesse da sé. Non tutti però apprezzarono l'operato moderato del Governo, ritenendo al contrario che fosse necessaria una repressione violenta5. Il riverbero di quanto accaduto si ebbe immediatamente nelle elezioni amministrative di novembre, dove il Partito Socialista iniziava un lento declino mentre la borghesia e il mondo imprenditoriale proseguiva a coalizzarsi in blocchi apertamente antisocialisti nei quali spesso erano presenti elementi fascisti.6 La borghesia imprenditoriale italiana – scottata da quanto accaduto nell'autunno del 1920 – arrivò a considerare l'esperienza fascista come una malattia breve ma necessaria, ritenendo – come rileva Di Nolfo - che “una rapida applicazione di violenza repressiva avrebbe rimesso la situazione in ordine, in un ordine entro il quale anche i fascisti avrebbero dovuto adattarsi”7.

Insomma nel dopoguerra italiano, come abbiamo provato a sintetizzare, assistiamo ad una radicalizzazione del confronto sia sociale sia politico, tra scioperi agrari, occupazione di fabbriche, nuova legge elettorale, nascita di nuovi partiti di massa e, infine, una forte accentuazione della reazione antisocialista. In questo clima di forte turbolenza il calcio italiano – lo sport in generale – riprendeva in maniera dirompente e – forse inevitabilmente – altrettanto burrascosa il proprio cammino.

“Un nuovo anno giunge e si inizia e lo sport, che neppur la guerra ha saputo far morire ed interrompere, continua vittorioso e purificatore la sua via”8.

La Gazzetta dello Sport del 30 dicembre 1918 così salutava i propri lettori dando loro l'appuntamento al nuovo anno, anno che sarebbe stato ricco di appuntamenti sportivi, in special modo di ciclismo – che peraltro già nella seconda parte del 1918 aveva visto disputare “classiche” quali Milano-Sanremo e Giro di Lombardia – con il ritorno del Giro d'Italia che avrebbe celebrato le terre irredente con le tappe di Trento e Trieste9

 

Guerin Sportivo

Il 1919 fu anche l'anno del ritorno del campionato di calcio.

Sul finire di gennaio la Presidenza Federale sottoponeva al Consiglio Federale varie proposte di modifica dei regolamenti federali che vennero discusse nell'Assemblea generale tenutasi a Torino il 13 aprile 1919. Tra i temi di maggior spessore due meritano una sottolineatura perché espressione di un deciso cambio di passo nella struttura federale e nella presa di coscienza che la FIGC pareva acquisire di sé e del ruolo pubblico del gioco del calcio. Uno era quello relativo al progetto di decentramento delle competenze e delle attività federali attraverso il potenziamento e la ristrutturazione dei comitati regionali, teso ad un processo di snellimento all'interno della Federazione tramite l'istituto dell'autonomia da concedersi ai comitati, l'altro riguardava espressamente la rappresentanza della Federazione verso il potere pubblico teso ad ottenere “tutte quelle facilitazioni di natura fiscale, ferroviaria, ecc che lo sviluppo dello sport calcistico e la sua importanza per l'educazione fisica richiedono”10. Circa quest'ultimo punto, l'esplicita previsione formulata stava a sottolineare il peso sempre maggiore che il gioco del calcio aveva nel panorama sportivo nazionale e di come il movimento calcistico cercasse riconoscimento – e appoggi – dalla politica, forte dell'esperienza recente maturata durante gli ultimi anni di guerra.

La richiesta non era assurda e priva di contesto. La politica negli anni immediatamente seguenti la fine della guerra non parve interessarsi al calcio e più in generale allo sport. La Gazzetta dello Sport nel numero del 2 ottobre (00391) chiedeva espressamente con forza che lo sport avesse posto rilevante nell'agenda politica poiché “(...) una generazione che dev'essere sana risolve da sé le questioni eternamente arretrate dell'abitazione sana, dell'antialcoolismo, del piacere dell'esercizio all'aria libera, dei superiori gusti intellettuali, della gioia di vivere”11, arrivando a ridosso dell'appuntamento elettorale ad auspicare la realizzazione della riforma della scuola volta “(...) a stabilire, nell'educazione dei nostri giovani, un giusto equilibrio fra le cure dedicate allo sviluppo mentale e quelle assegnate nell'esercizio dello sport”12. La “questione sportiva” pareva stare a cuore a molti cittadini, tanto che il 14 novembre a Firenze si costituiva un comitato di sportivi che chiedeva la riforma dell'educazione fisica al fine di “renderla consona ai tempi e di darle maggiore diffusione tra le masse”, oltre che prevedere la costruzione di nuove palestre e campi sportivi. Inoltre questo comitato chiedeva una legge che facesse “obbligo allo Stato ed ai Comuni di istituire in ogni centro i fondi necessari allo sviluppo della associazioni sportive e di cultura fisica”13.

Insomma, le istanze degli sportivi di attenzione da parte di quella che sarebbe stata la nuova classe politica italiana erano forti, così come forti erano le speranze che quelle istanze venissero ascoltate ed esaudite. Tra quelle speranze e l'incapacità – ovvero mancanza di volontà – della classe politica di darvi risposte concrete si sarebbe incuneato alla perfezione Benito Mussolini che, come bene sintetizza Landoni, “(...) comprese, annusando semplicemente l'aria, che lo sport (…) sarebbe diventato di lì a breve un formidabile strumento di lotta politica”14

Dell'ascesa al potere di Mussolini ne parleremo nella prossima puntata.

 

(Continua -1)


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1Candeloro, Giorgio, Storia dell'Italia moderna, vol. VIII – La prima guerra mondiale, il dopoguerra, l'avvento del fascismo, Feltrinelli, Milano, 1996

2Di Nolfo, Ennio, Storia delle relazioni internazionali 1918-1992, Editori Laterza, Roma-Bari, 1994

4Di Nolfo, 1994, Op. cit.

5Ibidem.

6Candeloro, 1996, Op. Cit.

7Di Nolfo, 1994, Op. Cit.

8Cfr. La Gazzetta dello Sport del 30 dicembre 1918

9Dietschy, Paul, Pivato, Stefano, Storia dello sport in Italia, Il Mulino, Bologna, 2019

10Cfr. La Gazzetta dello Sport del 31 gennaio 1919 e del 13 e 14 aprile 1919

11Cfr. La Gazzetta dello Sport del 3 ottobre 1919

12Cfr. La Gazzetta dello Sport del 9 novembre 1919.

13Cfr. La Gazzetta dello Sport del 16 novembre 1919. Alla vigilia del voto, su iniziativa di alcuni soci dell'A.S.S.I. a Milano vennero riuniti esponenti di molte società sportive milanesi e di molte federazioni sportive italiane al fine di raccomandare agli sportivi della circoscrizione milanese alcuni nomi di candidati che – per il loro passato – avrebbero potuto fornire maggiori garanzie – una volte eletti – di occuparsi della questione sportiva in Parlamento. In detta sede venne dunque deliberato di “raccomandare a tutti gli elettori sportivi della circoscrizione di Milano (…) di appoggiare coi voti aggiunti o di preferenza i seguenti candidati: Capitano Alfredo Banfi (Fasci di Combattimento), on. avv. Giuseppe De Capitani D'Arzago (Fascio Patriottico), avv. Edgardo Longoni (Blocco di Sinistra) e ing. Prof. Francesco Mauro (P.P.I.)”

14Landoni, Enrico, Gli atleti del duce. La politica sportiva del fascismo 1919-1939, Mimesis, Milano-Udine, 2016


mercoledì 15 luglio 2026

⚽ Album di football perduto

ARGENTINA - INGHILTERRA, 1986

 


Banale forse alla vigilia di Inghilterra – Argentina riproporre la rete che Maradona segnò con la mano, la famosa “mano de Dios” nella sfida che valeva un posto alle semifinali del mondiale messicano del 1986.

Eppure, oggi come 40 anni fa, la sfida presenta da una parte un fuoriclasse assoluto, un Messi, forse, al suo ultimo tango mondiale e dall'altra uno dei cannonieri – e molto altro – più letali e prolifici del nostro tempo. Insomma, se 40 anni fa, oltre a tutto il resto, emergevano Maradona e Lineker, oggi brillano Messi e Keane.

Ma in quegli ormai lontani Anni Ottanta la sfida tra Argentina e Inghilterra rimandava ad altre sfide e ad altri scenari. Quattro anni prima l'Argentina della giunta militare e la Gran Bretagna della “Lady di ferro” Thatcher, si fecero la guerra per alcune isole, territorio britannico d'oltre mare nell'oceano Atlantico meridionale. La giunta militare aveva rivendicato le isole – Malvinas per gli argentini, Falkland per i britannici – e una volta rotta la via diplomatica le aveva invase il 2 aprile 1982, scatenando così la reazione britannica. Iniziava una guerra che si concluse con la resa degli argentini dopo 74 giorni, in pieno “mundial” spagnolo. In quell'occasione le due nazionali non si incontrarono, ma va sottolineato come nel Regno Unito – per effetto della guerra che si stava combattendo – non venne trasmessa la cerimonia d'apertura e la conseguente partita inaugurale giocata tra l'Argentina campione del mondo in carica e il Belgio.

Che poi Maradona – tornando a quel 22 giugno 1986 indelebile a Città del Messico – una manciata di minuti dopo aver segnato “un poco con la cabeza y otro poco con la mano de Dios” si mette in proprio e da solo parte da metà campo e dribblando tre, quattro, cinque e sei inglesi segna il “gol del secolo”.

Lui era Maradona, e quello ddl 1986 il suo mondiale.

 

(Fotografia dazn.com) 

 

 

 

 

martedì 14 luglio 2026

BREVE STORIA DELL'ASSOCIAZIONE CALCIO REGGIANA (Puntata 5)

 


Quinta puntata della breve storia della Reggiana per spazioreggio.it.

È l’estate del 1969, l’estate dei piccoli e grandi passi sulla Luna e dei sogni immensi nel fango di Woodstock. Tutto è possibile in quella irripetibile estate, anche sognare la Serie A a Reggio Emilia.

La quinta puntata della storia granata continua su SpazioReggio QUI

venerdì 5 giugno 2026

Storie di football peduto tra i migliori account sportivi italiani del Fediverso!

 

Storie di football perduto già da anni è nel Fediverso.
Tra i migliori account sportivi italiani Mastodon ha segnalato anche il nostro Storie di football perduto, grazie!
 
Evviva!
 

 

 

 

venerdì 15 maggio 2026

15 maggio 1910: la prima partita della Nazionale non è contro chi doveva essere

15 maggio 1910. La storica data dell'esordio della Nazionale italiana di calcio contro la Francia. Eppure i primi avversari non sarebbero dovuti essere i francesi, ma un segretario poco...zelante cambiò la storia e di conseguenza il nostro primo avversario.

Il football nel nostro Paese da circa una quindicina di anni muove i suoi sempre meno stentati passi e la Federazione finalmente riesce a concretizzare un'idea che nasce da lontano. Infatti già sul calare del XIX°secolo l'idea di “rappresentativa” cerca realizzazione, e nell'aprile del 1899 viene disputato a Torino un incontro tra una rappresentativa italiana e una svizzera. Ciò che quella squadra rappresentava – o voleva rappresentare - era il meglio del movimento calcistico italiano dell'epoca, senza distinzioni di nazionalità. Il criterio di selezione adottato era “residenziale”, cioè facevano parte di quella selezione i migliori calciatori che giocavano al momento in Italia: “Ier l'altro, al Velodromo Umberto I, davanti ad un pubblico discretamente numeroso, venne disputato il Gran Match fra una squadra di svizzeri e una di italiani composta dei migliori giucatori di Torino, Genova e Milano1.

Ciò non deve stupire più di tanto, in verità. Infatti al football dei pionieri era piuttosto sconosciuto il concetto di nazionale – tenuto conto del fatto che le squadre erano formate in larga parte da stranieri -, concetto invece ben radicato nel mondo ginnastico, ed è proprio da quest'ultimo che si andò diffondendo ed irrobustendo la pratica di confronti internazionali tra squadre assemblate attorno al sentimento di appartenenza nazionale, anche grazie a Luigi Bosisio, da un anno presidente della F.I.G.C., più incline di altri a dare un'impronta più nazionalistica al movimento calcistico.

Sulle pagine del settimanale Foot-Ball l'organo ufficiale della Federazione già dal gennaio del 1910 si inizia a parlare di questa nuova rappresentativa che – nelle originarie intenzioni – avrebbe dovuto sfidare nei giorni di Pasqua la nazionale ungherese2.

L'Austria-Ungheria – come sappiamo – è l'alleato, assieme alla Germania, dell'Italia nella Triplice Alleanza, normale quindi che anche il calcio cerchi sponda per un incontro internazionale nell'alleato politico. Vero è anche, d'altra parte, che i rapporti italo-austroungarici nel 1910 erano reduci da un periodo di forti turbolenze, dovute in special modo all'annessione austroungarica della Bosnia-Erzegovina. A fronte di quell'espansione dell'alleato, l'Italia, forte del dettato del trattato della Triplice, si era aspettata se non un riconoscimento territoriale, quantomeno la concessione dell'Università italiana a Trento. Al contrario era arrivata solo la rinuncia austroungarica al Sangiaccato di Novi Bazar, acuendo così ancor più le tensioni tra i due Paesi3. L'arrivo al Ministero degli Esteri italiano del marchese Di San Giuliano proprio nel 1910 contribuirà a rasserenare – almeno per poco – i rapporti tra Italia e Austria-Ungheria. Insomma, nel frammentato e turbolento scacchiere internazionale l'idea di una partita di calcio tra Italia e Ungheria non era affatto peregrina. Eppure sappiamo che la Nazionale italiana non farà il suo esordio giocando contro l'Ungheria: qui, infatti, si nasconde un primo”caso” diplomatico. Nelle intenzioni italiane vi era di giocare un primo incontro il giorno di Pasqua (27 marzo) a Budapest e un “retour-match” il giorno di Pentecoste (15 maggio) a Milano. La F.I.G.C. aveva inviato alla Federazione ungherese una lettera per avere i dettagli del match, ma non ricevendo risposta aveva poi inviato altri due telegrammi di sollecito prima di ricevere finalmente una risposta. Causa del ritardo nel riscontro il cambio di segretario nella Federazione ungherese: il predecessore – questa la scusa ufficiale dei magiari – avrebbe consegnato con colpevole ritardo la corrispondenza al nuovo segretario. A quel punto, però, era ormai troppo tardi per organizzare l'incontro di Pasqua e dunque gli ungheresi invitavano la nazionale italiana a giocare da loro per il 10 aprile, data, questa, che non andava bene agli italiani, i quali a loro volta, proponevano come data quella del 15 maggio, Pentecoste4. 15 maggio, dunque. E 15 maggio sarà, ma non con gli ungheresi, bensì con i francesi, come da deliberato della F.I.G.C. del 25 aprile, posticipando la gara con l'Ungheria al 29 maggio5.

Il 18 aprile del 1910 vengono rese note le convocazioni dei 28 giocatori tra i quali la Commissione dovrà selezionare quelli che andranno a comporre la squadra della selezione italiana6. Quando si parla di Commissione si intende un gruppo di cinque arbitri che vengono investiti dell'onore di selezionare l'undici destinato a passare alla storia. Sì: arbitri, che erano poi i dirigenti di cinque squadre milanesi: Umberto Meazza (U.S. Milanese), Gama (F.C. Internazionale), Recalcati (U.S. Milanese), Crivelli (F.C. Ausonia) e Campero (Milan Club). Per ciò che riguarda i metodi di selezione, poi, c'è da chiarire che la Commissione in una prima fase aveva selezionato 28 giocatori e poi da questo gruppo avrebbe scelto gli undici attraverso due partite di selezione. Niente allenamenti. Alla moda dell'epoca: si pensava, infatti, che i migliori giocatori non avessero bisogno di allenarsi per trovare affiatamento e coesione. Del gruppo inizialmente non facevano parte i giocatori del Torino poiché la stessa dirigenza granata aveva chiesto di non convocarli in quanto impegnati in una tournée in Svizzera. Sennonché, per le note vicende legate allo spareggio tra Pro Vercelli e Internazionale di alcuni giorni prima, squalificati i giocatori vercellesi la Commissione chiamò alcuni giocatori del Torino, ed ecco spiegato perchè nella prima Nazionale non trovò spazio nessun giocatore della Pro Vercelli7.


Così il 5 maggio le due selezioni si affrontano con queste formazioni:

Probabili: De Simoni; Varisco, Calì; Trerè, Fossati, Cappello; Bontadini, Rizzi, Cevenini, Boiocchi, Lana.

Possibili: Pennano; De Vecchi, Capra; Colombo, Goccione, Caimi; Borel, Zuffi, Fresia, Berardo, Debernardi.

Vince abbastanza nettamente la squadra dei Probabili per 4-1, mentre tre giorni più tardi, stando alle cronache dell’epoca, le due squadre si incontrano nuovamente, non più nelle stesse formazioni, ma con variazioni approntate dalla Commissione che, a detta dei cronisti, avrebbero provocato uno scadimento generale nella qualità del gioco. A questo punto la Commissione doveva scegliere. Da ciò che trapela e viene riportato dalla stampa dell'epoca, in particolare dal Corriere della Sera nessun dubbio attorno alla scelta di De Simoni, Varisco, Fossati, Cappello, Debernardi, Trerè e Lana. Discussioni accese invece per quel che riguarda la linea dei forwards, in particolare sulla scelta tra Boiocchi e Marassi, ma la vera battaglia pare si sia accesa sui nomi dei backs di sinistra: De Vecchi e Calì. Visto che non si riusciva a trovare un accordo, si decide di procedere con una votazione, dalla quale “prevale” Calì con 3 voti contro 28.

La Francia. Il primo avversario della Nazionale italiana, quindi, non è l'Ungheria bensì la Francia, nazionale che in marzo e aprile aveva giocato due incontri con i “maestri” inglesi e ne era uscita con le ossa piuttosto rotte, come peraltro sempre accaduto dal 1906, anno della prima sfida anglo-francese. Il 12 marzo a Ipswich aveva perso ben 20 a 0 con il capitano degli inglesi, Day, mattatore con la bellezza di 11 reti personali9! Il 16 marzo, nella – diciamo così – rivincita, la Francia aveva perso ancora, questa volta con “solo” 10 reti al passivo10.

Così il 15 maggio 1910, davanti ai quattromila spettatori dell'Arena Civica a Milano, l'Italia, in completo bianco, affronta la Francia con questa, storica, formazione:

De Simoni (U.S. Milanese); Varisco (U.S. Milanese), Calì (Andrea Doria - Capitano); Trerè (Ausonia), Fossati (F.C. Internazionale), Capello D. (F.C. Torino); Debernardi (F.C: Torino), Rizzi (Ausonia), Cevenini I (Milan Club), Lana (Milan Club), Boiocchi (U.S. Milanese)

L'Italia, come si vede e come si è detto, manca dei giocatori della Pro Vercelli, la Francia, che si presenta con la maglia a strisce bianco-azzurre e i paramani rossi, non ha nessun giocatore delle squadre più forti quali il Racing, lo Stade, l'A.S.F. E il Club Fraçais, in quanto dette società erano in netta contrapposizione con la Federazione francese. Da rilevare, peraltro, come ancora il concetto di “nazionale” fosse piuttosto relativo: vero che erano scomparsi gli stranieri, ma la selezione aveva riguardato soltanto poche squadre e comunque soltanto del nord: ancora ignorato del tutto era il calcio giocato non solo nel centro-sud ma anche nel nord-est della penisola. Il fatto è che le scelte furono il frutto di pesi e contrappesi dovuti alle pressioni delle società più influenti, ma nonostante ciò il debutto fu alquanto positivo – complice anche la scelta dell'avversario, come evidenziato non certamente invincibile11.

 

 

1Cfr. La Stampa del 2 maggio 1899. Incontro disputato a Torino il 30 aprile 1899 tra una rappresentativa italiana ed una svizzera, con la vittoria di quest'ultima per 2-0. La squadra italiana era composta da: Beaton (Torino), De Galleani (Genova), Dobbie (Torino, capitano), Bosio (Torino), Spensley (Genova), Pasteur (Genova), Leaver (Genova), Weber (Torino), Kilpin (Milano), Savage (Torino), Agar (Genova)

2Cfr. Foot-Ball del 13 gennaio 1910

3DUCE, ALESSANDRO, La crisi bosniaca del 1908, Ed. Giuffrè, Milano, 1977

4Cfr. Foot-Ball del 17 marzo 1910

5Cfr. Foot-Ball del 28 aprile 1910; Cfr. La Gazzetta dello Sport del 22 aprile 1910. In realtà la partita Ungheria-Italia verrà giocata il 26 maggio.

6Cfr. La Gazzetta dello Sport del 18 aprile 1910

7Cfr. La Gazzetta dello Sport del 2 maggio 1910

8ALESSANDRO, BASSI, Il football del pionieri, Bradipolibri Editore, 2012

9Cfr. Foot-Ball del 17 marzo 1910

10Cfr. La Gazzetta dello Sport del 22 aprile 1910

11http://storiedifootballperduto.blogspot.com/2018/07/il-calcio-tra-identita-nazionale-e.html