giovedì 30 luglio 2026

⚽VIAREGGIO 1926 (Puntata 3)

 

3. La “fascistizzazione” dello sport (I)

Sin dalle sue origini, come abbiamo brevemente fatto cenno, il movimento fascista intuì quale potente strumento di lotta politica poteva essere lo sport e così lo usò per disintegrare lo stato liberale e per creare una fitta rete di relazioni con il mondo borghese ed imprenditoriale.

Scandagliare le inevitabili piccole crepe che il dibattito democratico considera comunque endemiche nel processo decisionale condiviso, insinuarsi in quelle crepe, dilatandole, mettendole in evidenza, accentuando motivi di frizione per arrivare così al punto di rottura, ed infine lavorare per proporsi quale soluzione e – obiettivo finale di questo processo – prendere possesso dei ruoli apicali. Il fascismo lo farà con il calcio e prima ancora con lo sport, sfruttando il malcontento del mondo sportivo verso la vecchia politica liberale, intessendolo con gli interessi del mondo imprenditoriale. Una delle strategie di presa del potere del fascismo fu proprio quella di trasformare progressivamente l'assetto economico del Paese assicurandosi l'appoggio degli ambienti imprenditoriali e dei centri finanziari1.

Protagonista di quel sottile lavoro di collegamento tra Mussolini e i grandi interessi economici e pure di rottura con il passato fu l'onorevole Aldo Finzi, scelto da Mussolini non a caso.

Aldo Finzi (wikipedia)

Personaggio di spessore nell'immaginario fascista, Aldo Finzi era una specie di “prototipo” della figura dell'uomo fascista: volontario nella Grande guerra, amante del volo e sportivo appassionato2, tanto che La Gazzetta dello Sport gli dedicò un ritratto in prima pagina nell'edizione del 19 maggio 19213 . Diventato presidente del Gruppo parlamentare sportivo – costituitosi il 22 giugno4 – Finzi, in occasione della discussione sull'indirizzo di risposta al discorso della Corona che aveva inaugurato la nuova legislatura, pronunciò un conciso ma efficace intervento – come sottolineato da Landoni – in “discontinuità e rottura rispetto al vecchio ordine liberale”5 che risultò particolarmente apprezzato da tutto il mondo sportivo. Poche e precise parole programmatiche che facevano capire quale interesse avrebbe avuto lo sport e l'educazione fisica per i fascisti, poche parole di critica e protesta “(...) per la mancanza nel discorso della Corona anche di un solo accenno all'educazione fisica del popolo, che è fattore altamente morale di civiltà”, quindi il forte auspicio che con la nuova Legislatura ci si occupasse del tema, “(...) fattore di elevamento non solo della forza fisica della Nazione, ma altresì della sua forza morale”6.

Che uno degli obiettivi dei fascisti fosse quello di rompere con il passato, delegittimare l'intera classe dirigente liberale e procedere ad una sostituzione con uno Stato nuovo, energico, eroico era chiaro, tanto sul piano politico quanto su quello sportivo. Il fuoco fascista nel campo della politica sportiva nel 1921 si concentrò così sulla figura del presidente del CONI, Carlo Montù. Liberale, dirigente sportivo, già presidente della FIGC e membro del Comitato olimpico internazionale, Montù era all'epoca Commissario del CONI e si trovò al centro della bufera che si alzò quando non seppe concretizzare la candidatura di Roma ai Giochi olimpici7. A Losanna, infatti, durante il Congresso di giugno venne scartata la candidatura di Roma per la mancanza “(...) delle garanzie ufficiali di ordine finanziario”, e in conseguenza la delegazione italiana si ritirò dai lavori8. Il dirigente italiano si trovò nel mezzo tra le aspirazioni dei Paesi nordeuropei ad ospitare i Giochi e quella francese di essere nuovamente sede olimpica. In più Montù dovette scontrarsi con la mancata conferma da parte del Governo italiano dello stanziamento dei fondi necessari, impossibilitato così a confermare ufficialmente l'importo che avrebbe investito. A fine giugno il CONI e quindici Federazioni nazionali, durante l'Assemblea del CONI, chiamate ad esprimersi in merito alla condotta della delegazioni italiana “(...) ne approvano incondizionatamente la condotta, deplorando che gli atteggiamenti del Comitato Internazionale Olimpico e della presidenza del Congresso di Losanna li abbiano rispettivamente messi nelle condizioni di ritirarsi dal C.O.I. e dal Congresso”9

 

La Gazzetta dello Sport

Quando, però, pareva essere tornato il sereno, fu allora che fascisti e forze imprenditoriali assestarono il colpo decisivo a Montù. La contestazione al dirigente partì dalle avanguardie giovanili di diverse società sportive che, spalleggiate dal Gruppo parlamentare e da influenti ambienti politici romani diedero vita al Comitato olimpico studentesco italiano (COSI), un organismo che avrebbe dovuto essere alternativo e quindi sostitutivo del CONI. Eppure il colpo decisivo, come spiega bene Landoni, venne inferto da Geo Davidson, imprenditore scozzese già presidente del Genoa e presidente plenipotenziario della Federazione ciclistica10. Davidson riteneva che fosse giunto il momento per una netta trasformazione del CONI da ente dilettantistico e a base prettamente volontaria ad organismo di governo moderno, professionale ed imprenditoriale. A tale scopo, il presidente del “nuovo” CONI avrebbe dovuto esserlo a tempo pieno e in via esclusiva, quindi, in altre parole, non avrebbe dovuto ricoprire nessun altro incarico e a tale scopo venne evidentemente modificato lo Statuto laddove all'art.17 veniva prescritto che il Presidente del CONI non potesse essere presidente di altre Federazioni. A Montù parve sufficiente, per difendere il proprio ruolo di guida del CONI, dimettersi da tutte le altre cariche, ma ciò che gli venne davvero a mancare fu l'appoggio all'interno del CONI, con alcuni membri che gli avevano mosso appunti e contestazioni, tanto da fargli capire che il suo tempo era ormai finito e quindi agli inizi di novembre presentò le proprie dimissioni anche dal CONI11. Il 13 novembre durante i lavori del Consiglio Generale del CONI, dove per la prima volta venne rappresentato all'interno del Comitato il Gruppo parlamwentare sportivo nella persona dell'on. Capanni, vennero respinte le dimissioni di Montù, con un ordine del giorno che lo invitava “ (…) a mettersi in regola con lo statuto e col regolamento del C.O.N.I.”12. La crisi così aperta sul finire del 1921 trovò soluzione agli inizi dell'anno seguente, quando venne decisa la modifica dello statuto13 e – segno di quanto lo sport stesse diventando importante per la “nuova” politica italiana – l'ingresso nella Commissione Esecutiva di due membri del Comitato parlamentare sportivo, designando Francesco Mauro del PPI che divenne presidente del CONI e il fascista, squadrista della prima ora, Italo Capanni alla segreteria generale14.

Il fascismo, dunque, iniziava a “mettere le mani” nello sport ancor prima di prendersi il potere politico, con un primo, fondamentale, passo. Una volta ottenuto il governo del Paese, complice la crisi di fiducia che contemporaneamente colpì Mauro, si presentò l'occasione per Mussolini di prendere il pieno controllo del CONI. Agli inizi del 1923, infatti, Mauro rassegnò le dimissioni e così nella seduta del 6 febbraio venne “(...) eletto per acclamazione a presidente l'on. Finzi”15. Come bene sottolinea Landoni, la coincidenza della presa del potere politico e la conquista del più importante organismo sportivo italiano da parte del fascismo nel breve volgere di pochi mesi dà la misura di quanta importanza avesse questo connubio per Mussolini, e di quanto fosse consapevole della valenza politica, sociale, educativa e propagandistica della questione sportiva16.

E di come venne costruito il connubio sport-politica ne parleremo nella prossima puntata.


( Continua - 3)

 

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1Dogliani, Patrizia, Il fascismo degli italiani. Una storia sociale, UTET, 2008

2Landoni, Enrico, L'irregimentazione delle istituzioni sportive: il caso del CONI, sta in Lo sport durante il fascismo. Ricerche storiche e prospettive storiografiche, Quaderni della SISS n.11, 2024

3Cfr. La Gazzetta dello Sport del 19 maggio 1921

4Cfr. La Gazzetta dello Sport del 23 giugno 1921

5Landoni, 2024, Op. cit.

6https://storia.camera.it/regno/lavori/leg26/sed000A.pdf.

7Il desiderio di Montù di portare i Giochi olimpici a Roma era di vecchia data. Già l'indomani la fine della Grande guerra – mettendo anche in gioco i rapporti amichevoli con De Coubertin – sul finire del 1918 comunicava alla Presidenza del Consiglio dei Ministri che De Coubertin “(...) sarebbe disposto di appoggiare ed avrebbe la certezza di far ottenere che la settima Olimpiade potesse nel 1920 essere tenuta a Roma”. Nella proposta Montù metteva in risalto le positive ricadute sportive e politiche che questa organizzazione avrebbero avuto sull'intero Paese, ma lo Stato liberale non colse il potenziale e così quella candidatura non si concretizzò. Cfr. Varrasi, Francesco Maria, Economia, politica e sport in Italia (1925-1935), Firenze, Tipografia Bertelli, 1997

8Cfr. La Gazzetta dello Sport del 6 e 10 giugno 1921. Montù nei giorni seguenti spiegò il suo punto di vista sulla vicenda e nel confermare nella sostanza il contenuto del comunicato del CIO, aggiungeva però che a De Coubertin e al Congresso aveva anche dichiarato “(...) supplendo agli impegni governativi ufficiali, (…) che un deposito di sei milioni di garanzia io ero disposto a fare immediatamente ad una Banca Svizzera”. L'appoggio finanziario personale Montù lo aveva ottenuto dalle sue amicizie industriali che gli avevano promesso un cospicuo anticipo nel caso in cui il Governo e la Municipalità di Roma non si fossero esposte anticipatamente, ma non venne ritenuta garanzia sufficiente.

9Cfr. La Gazzetta dello Sport del 24 giugno 1921

10Su Geo Davidson presidente del Genoa, vedasi anche https://www.calciomercato.com/notizie/1913-il-genoa-crea-il-calciomercato-viene-processato-e-rischia-l/812792

11Cfr. La Gazzetta dello Sport del 5 novembre 1921

12Cfr. La Gazzetta dello Sport del 14 e 25 novembre 1921. Montù e il vice presidente Longoni non desistettero dal loro proposito e così nella seduta del 24 novembre della Commissione Esecutiva del CONI i due confermarono le loro dimissioni, al ché l'intera Commissione rassegnò le dimissioni, aprendo così ufficialmente la crisi.

13Cfr. La Gazzetta dello Sport del 28 gennaio 1922.

14Landoni, 2016, Op. cit.

15Cfr. La Gazzetta dello Sport del 7 febbraio 1923

16Landoni, 2024, Op.cit.

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