7. La “Carta di Viareggio”
Dalla commissione voluta da Ferretti, il 2 agosto, nel
giro di sole tre settimane, venne emanata la cosiddetta “Carta di
Viareggio”, cioè il complesso di norme e indirizzi che modificava
in senso sostanziale tutta l'attività calcistica italiana e che
successivamente andremo nel dettaglio ad analizzare.
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| La Capitale Sportiva |
Così il 3 agosto 1926 il quotidiano “La Stampa”
dava la notizia:
“In
una sala del Municipio di Viareggio si è riunita questa mattina e
nel pomeriggio di oggi la presidenza del C.O.N.I. per la sistemazione
della Federazione Italiana del Giuoco del Calcio (…). Dopo un breve
rendiconto finanziario, i convenuti hanno ricevuto una Commissione
delle Società di Prima Divisione escluse dalla Divisione Nazionale.
Nel pomeriggio, poi, ha avuto luogo un'ampia discussione alla quale
hanno preso parte quasi tutti gli intervenuti e che si è conclusa
con l'accettazione della proposta degli esperti. I punti fondamentali
della riforma dell'Ente calcistico stabiliscono tra l'altro che i
giuocatori vengano divisi in due categorie: dilettanti e non
dilettanti.
Alle Società iscritte al Campionato Italiano è
fatto divieto di allineare nei propri ranghi giuocatori di
nazionalità straniera: come norma transitoria è ammesso per gli
anni 1926-27 il tesseramento di due giuocatori da parte di ciascuna
Società, con l'obbligo però di non farne partecipare più di uno
per ciascuna partita. Sono stati poi presi provvedimenti circa il
trasferimento dei giuocatori e si è fissata la data di inizio
Campionato italiano, che verrà diviso in due gruppi.
Si
è proceduto infine alla costituzione di un Comitato Tecnico
arbitrale, con sede a Milano.”
Questa la sintesi che il quotidiano torinese fa
dell'esauriente comunicato emesso dal CONI relativo ad un passo
invero decisivo nella storia del calcio italiano. Come detto, questa
riforma modificava in profondità e in maniera sostanziale l'assetto
calcistico italiano, pertanto merita un'analisi dettagliata.
7.1. La nuova struttura federale
Cambiava un po' tutto. Soprattutto per quel che
riguardava la struttura interna federale, che veniva riorganizzata in
senso strettamente gerarchico. Scompariva ogni elemento elettivo
democratico e le cariche stesse smettevano di essere elettive
diventando bensì a nomina: veniva istituito il Direttorio Federale
composto da 7 elementi tutti eletti direttamente dal C.O.N.I. - e
dunque dal Partito – a capo del quale veniva nominato il gerarca
fascista bolognese Leandro Arpinati; a sua volta il Direttorio
Federale avrebbe nominato tutti gli organi dipendenti, e cioè il
Direttorio delle divisioni superiori (Divisione Nazionale e Prima
Divisione) e il Direttorio delle divisioni inferiori Nord e Sud
(Seconda Divisione Nord, Seconda Divisione Sud, finali interregionali
e Terza Divisione).
A
capo del Direttorio Federale, come accennato, fu nominato il gerarca
fascista bolognese, amico della prima ora di Benito Mussolini,
Leandro Arpinati, il quale resse la presidenza della F.I.G.C. dal
1926 al 1933.

Leandro
Arpinati subito dopo la Grande guerra era diventato uno dei
personaggi più importanti nella scena politica bolognese, tanto che
nel 1920, pur essendo un anarco-individualista, prende il controllo
del fascio bolognese.
Tra gli organizzatori delle prime squadre di azione fascista, guida
assalti e pestaggi, tra i quali quello di Palazzo d'Accursio del 21
novembre 1920. In ottobre rifonda il fascio bolognese e nel 1921
diventa deputato nelle liste dei Blocchi nzionali per il PNF.
Non partecipa alla Marcia su Roma, resta a Bologna a difendere il suo
potere dagli attacchi di un altro fascista, Gino Baroncini esponente
della corrente più dura. Dopo il delitto Matteotti, con Baroncini
uscito di scena e Grandi – altro importante gerarca bolognese –
mandato a Roma, Arpinati ha mano libera a Bologna per consolidare il
proprio potere, tanto che nel 1924 diventa Segretario della
federazione provinciale fascista di Bologna e sul finire del 1926
viene nominato podestà di Bologna. Per Bologna Arpinati si impegna
in modo sistematico nello sviluppo dello sport cittadino, tanto che
come sottolinea Trocchi, lo stesso Arpinati amava ripetere che
Bologna sarebbe stata chiamata non solo la dotta e la grassa, ma
anche la sportiva. A Bologna Arpinati arriva a sviluppare lo sport su
un duplice piano, “alimentandone
la valenza sociale di collante interno al tessuto urbano e,
contemporaneamente, facendone leva di affermazione della città come
centro sportivo di preminenza nel panorama italiano”.
Come sottolinea Pellegrini, Mussolini sceglie Arpinati proprio per
“fornire
allo sport e al calcio una veste ideologica”
ed è così che nel 1926 Arpinati diventa presidente della FIGC.
Una volta diventato presidente della FIGC Arpinati
sposta immediatamente la sede federale da Torino a Bologna e
successivamente – nel 1929 – a Roma, in concomitanza con la sua
nomina a sottosegretario agli interni.
Per il primo biennio la nomina del Direttorio fu dunque
fatta d'autorità dalla Presidenza del C.O.N.I., mentre con la
riforma del 1927, riforma che prevedeva la nomina da parte del capo
del Governo non solo della presidenza del C.O.N.I., ma di tutte le
presidenze delle varie federazioni, la nomina del presidente della
Federazione calcistica sarebbe spettata anch'essa a Mussolini.
Per quel che riguardava il mondo arbitrale, venne
istituito il Comitato Italiano Tecnico Arbitrale (C.I.T.A.),
organismo al quale veniva demandato l'inappellabile giudizio su tutte
le questioni di carattere tecnico relativamente al regolamento di
gioco. Allo stesso Comitato veniva inoltre conferita tutta una serie
di attribuzioni, tra le quali l'attività di aggiornamento e
coordinamento dei regolamenti tecnici di gioco, la nomina, vigilanza,
classificazione e designazione degli arbitri. Presidente
dell'organismo veniva nominato l'avv. Giovanni Mauro.
L'interpretazione
autentica del portato normativo la fornisce lo stesso Lando Ferretti
raggiunto un paio di giorni dopo nel suo luogo di villeggiatura dal
corrisponde Fabio Orlandini de La
Gazzetta dello Sport.
In quella intervista Ferretti chiarisce i criteri seguiti
relativamente alla creazione dei nuovi Direttori e le ragioni
sottostanti. In sintesi essi rispondevano al bisogno “da
tutti sentito”
di snellire le gerarchie federali rafforzandone al contempo
l'autorità
“evitando una serie di interferenze e di sovrapposizioni spesso
inutili, sempre dannose”.
In altre parole si era voluto eliminare il dibattito democratico
all'interno della Federazione, dibattito che certo aveva avuto, come
abbiamo visto, le sue storture, ma che era stato anche la base per
l'evoluzione strutturale del calcio italiano.
7.2. La riforma dei campionati
La riforma, poi, si occupava anche della configurazione
dei campionati. In buona sostanza seguiva la via tracciata anni prima
dal Progetto di riforma dei campionati ideata da Vittorio Pozzo, teso
all'unificazione territoriale del campionato. Veniva dunque creata
una Divisione Nazionale formata da 20 squadre divise in due gironi,
di queste ben 16 appartenevano alla Lega Nord alle quali si aggiunse
una diciassettesima individuata tramite torneo di spareggio tra le
otto retrocesse nell'anno precedente; completavano il quadro tre
squadre del centro-sud: le due squadre di Roma, l'Alba – finalista
del torneo precedente – e la Fortitudo, e la novità del Napoli
che, nato nell'agosto del 1926 grazie all'opera dell'imprenditore
Giorgio Ascarelli, aveva assorbito l'Internaples, cioè la squadra
che aveva acquisito nel campionato precedente il diritto a
partecipare alla Divisione Nazionale.
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| Guerin Sportivo |
Il
torneo di qualificazione tra le otto squadre del settentrione non
ammesse direttamente prese avvio domenica 29 agosto 1926 con le
partite che vennero disputate in campo neutro e senza pubblico. Si
arrivò così alla fine con la ripetizione della finale del 23
settembre nella quale il “pass” per la nuova Divisione Nazionale
se lo aggiudicò l'Alessandria.
Nella seduta del 6 settembre, alla vigilia della finale
del torneo di qualificazione, il Direttorio decideva la compilazione
dei due gironi della Divisione Nazionale, in base alle classifiche
degli ultimi Campionati con criterio economico-territoriale, e dei
tre gironi della Prima Divisione:
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DIVISIONE
NAZIONALE GIRONE A
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DIVISIONE
NAZIONALE GIRONE B
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JUVENTUS
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BOLOGNA
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MODENA
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TORINO
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GENOA
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PADOVA
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HELLAS
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CREMONESE
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INTERNAZIONALE
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LIVORNO
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PRO VERCELLI
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SAMPIERDARENESE
|
|
BRESCIA
|
ANDREA DORIA
|
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NAPOLI
|
MILAN
|
|
ALBA AUDACE ROMA
|
FORTITUDO ROMA
|
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CASALE
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ALESSANDRIA
|
Al termine dei due gironi, le prime tre di ciascun
raggruppamento avrebbero partecipato ad un girone finale per
l'assegnazione del titolo di Campione Nazionale, mentre le ultime due
classificate di ciascun girone sarebbero retrocesse in Prima
Divisione.
Al
campionato di Prima Divisione partecipavano 32 squadre; il campionato
veniva diviso secondo un criterio geografico in due macro gruppi,
Nord e Sud. Nel raggruppamento Nord giocavano 24 squadre suddivise in
tre gironi da 8 squadre ciascuno, ed era costituito dalle sette
squadre rimaste in categoria nella stagione 1925-26, dalla squadra
dell'U.S. Anconitana – che per ragioni geografiche venne aggregata
al nord – e dalle 16 squadre che avevano conquistato il diritto di
passare dalla seconda alla prima divisione. Nel raggruppamento Sud
partecipavano 8 squadre che vennero scelte in base ai migliori
piazzamenti nei vari gironi regionali del sud, “tenuto
conto della potenzialità dei differenti gironi, designate, in base a
questi criteri, dal Direttorio Federale, su proposta degli enti
competenti”.
Le quattro vincenti dei quattro gironi di prima
divisione sarebbero state promosse in Divisione Nazionale, mentre
l'ultima classificata di ciascun girone (quindi 4 squadre in totale)
sarebbero retrocesse in Seconda Divisione.
Anche la Seconda Divisione prevedeva la suddivisione in
due macro gruppi, Nord e Sud per un totale di massimo 68 squadre. Le
32 squadre del Nord sarebbero state divise in tre gironi da 12
squadre ciascuno, con la vincente di ciascun girone promossa in Prima
Divisione e le ultime due retrocesse in Terza Divisione. Il gruppo
Sud, invece, venne suddiviso in quattro gironi da otto squadre
ciascuno: le quattro vincenti avrebbero disputato la finale a girone
doppio per il titolo e per il posto in Prima Divisione, mentre
l'ultima classificata di ogni girone sarebbe stata retrocessa in
Terza Divisione.
Il
campionato di Terza Divisione, infine, anch'esso diviso tra Nord e
Sud prevedeva che potessero iscriversi “tutte
le società che avessero la libera e piena disponibilità di un campo
da giuoco nelle misure regolamentari e con cinta stabile”.
Ovviamente l'intero campionato era organizzato su base strettamente
regionale: per il Nord i Direttori regionali avrebbero dovuto
provvedere a creare gironi da 10 squadre ciascuno; le vincenti di
ogni girone si sarebbero incontrate su base interregionale per
determinare i sei posti che avrebbero concesso la promozione in
Seconda Divisione. Al Sud i Direttori regionali avrebbero, allo
stesso modo del Nord, creato gironi da otto squadre e le vincenti,
sempre su base interregionale, si sarebbero incontrate per la
conquista dei quattro posti di Seconda Divisione.
7.3. Lo status dei giocatori
Ultimo
aspetto, non certo il meno importante, anzi, il più innovativo,
riguardava il nuovo status
del calciatore.
Per
tutto il suo periodo pionieristico il calcio italiano era stato
improntato all'insegna del dilettantismo, anche se non erano mancati
– possiamo dire da subito – casi di società che per accaparrarsi
i giocatori migliori avevano promesso loro posti di lavoro e
“benefit”.
Questo atteggiamento della Federazione e del mondo tutto calcistico
italiano si rifaceva all'ideale del gentleman-amateur,
ideale che era arrivato in Italia assieme ai primi rudimenti sul
nuovo gioco: eppure, seppur proprio in Gran Bretagna il
professionismo fosse riconosciuto già a partire dal 1885, qui da noi
l'idea incontrò sempre molte resistenze, con la FIGC che in varie
circostanze aveva ribadito con forza la piena condanna al
professionismo. Qualcosa però in quegli anni – e non solo in
Italia – si stava muovendo e mutava il quadro d'insieme, nuovi
interessi iniziavano a ruotare attorno al calcio, sempre più
imprenditori facoltosi acquistavano società pronti ad investire
cifre importanti per raggiungere le vittorie.
A metà Anni Venti era ormai inevitabile porsi il problema del
professionismo e dare risposte adeguate.
La
Carta
di Viareggio
in fondo recepiva quanto già deliberato dalla F.I.F.A. nel congresso
di Roma del 1926 laddove la Federazione internazionale, pur
continuando a proclamare il principio del dilettantismo per i
calciatori, di fatto lasciava alle singole federazioni nazionali il
compito di inquadrare concretamente il calciatore e quindi – in
altre parole – dava loro la possibilità di prevedere un “compenso”
per i giocatori. Ovviamente quel “compenso” non poteva essere in
alcun modo una retribuzione diretta, ossia elargita in relazione ad
una prestazione di gioco, ma poteva benissimo essere inteso nel senso
di “indennizzo” per il “mancato guadagno” che il calciatore
avrebbe subito a causa dell'attività calcistica, oltre al rimborso
delle spese.
Leggiamo
dall'Annuario
del Giuoco del Calcio
del 1929:
“Il
Congresso conferma la definizione del dilettante così e come è
stata adottata al Congresso di Parigi. Sulla questione del rimborso
eccezionale del mancato guadagno il congresso, allo stato della
questione (fait
confiance)
affida alle Associazioni nazionali di definire provvisoriamente leur
statut personel”
La
riforma dunque si adeguò e, pur non riconoscendo il professionismo,
recepiva la linea nuova emanata dalla federazione internazionale e
distingueva i calciatori in Dilettanti e Non Dilettanti, prevedendo
per questi ultimi l'obbligo di depositare in Federazione “copia
degli impegni di rimborso spese e mancato guadagno, firmata dal
rappresentante della Società e dal giocatore”.
Sempre sul punto i giocatori “non dilettanti” che avessero voluto
ritornare ad essere dilettanti, avrebbero potuto farlo soltanto al
termine di due anni di inattività sportiva.
Grande
attenzione veniva riservata al controllo dello status di dilettante,
prevedendo, tra l'altro, che la Presidenza del C.O.N.I. nominasse una
Commissione del dilettantismo composta da tre membri con il compito
di vigilare “sull'applicazione
integrale delle norme sul dilettantismo, applicando
gravissime
sanzioni contro i colpevoli, essendo le Società e i giuocatori
solidalmente responsabili”.
Le novità riguardanti i giocatori non finivano però
qua. Si chiudevano le frontiere e si statuiva che ai campionati
italiani potessero partecipare soltanto giocatori di nazionalità e
cittadinanza italiana, prevedendo, quale norma transitoria per la
stagione successiva – dunque quella del 1926/27 – la possibilità
per ciascuna società di tesserare al massimo due giocatori
stranieri, fatto obbligo però di poterne schierare soltanto uno per
ogni partita. Per ciò che riguardava i trasferimenti dei giocatori,
cadeva ogni vincolo territoriale (dal 1922 il calciatore poteva
cambiare squadra soltanto se la sua residenza anagrafica coincideva
con quella del club) ma dovevano comunque sempre essere espressamente
autorizzati dal Direttorio Federale:
a) giuocatori chiamati a prestare servizio militare
(…) per il periodo del servizio effettivo e per una Società avente
sede ove il servizio viene prestato;
b) giuocatori stranieri, già tesserati in Italia
nella stagione 1925-1926, che sono rimasti in soprannumero a norma
delle disposizioni riguardanti la partecipazione dei giuocatori
straneiri al Campionato;
c)
giuocatori che avanti la data del 31 luglio 1926 abbiano avuto
ragioni di insanabile dissenso con la loro Società, per motivi di
eccezione gravità di natura in ispecie morale ovvero giuocatori ai
quali la Società dichiari, motivando, di non voler più conservare
nei propri ruoli.
Sui
motivi che indussero il regime a non voler introdurre con quella
riforma la figura del professionismo e ad uniformarsi alla
deliberazione della FIFA, lo stesso Ferretti spiegava che
riconosciuto legalmente quello che era ormai lo stato delle cose, la
figura del “non dilettante”avrebbe costituito il passo successivo
che con il tempo avrebbe portato al naturale e finale
“professionismo” tale e quale era in Inghilterra una volta
raggiunta la maturità necessaria del sistema calcio nazionale.
Insomma, per Ferretti quella doveva essere una tappa intermedia,
prodromica al naturale approdo del calcio italiano al professionismo.
Antonio Papa e Guido Panico riportano un dato molto
interessante, comparando il numero dei giocatori retribuiti in Italia
e Inghilterra negli anni'30:
“Nel
corso degli anni'30 la media dei giocatori retribuiti, circa
cinquecento, rappresentò solo l'1% dei tesserati. Ciò nonostante la
percentuale italiana era superiore a quella dei professionisti
inglesi, che costituivano solo lo 0,4% dei giocatori delle società
di football”.
Certo, introdurre nel quadro normativo italiano la
fattispecie del calciatore professionista avrebbe di conseguenza
significato affrontare il tema non soltanto dal mero punto di vista
sportivo, bensì anche da quello giuridico, sindacale ed economico.
Nel 1926 altre erano le urgenze del regime in materia sportiva e si
accontentò di un sistema che a livello economico e finanziario era
destinato a zoppicare nella sua ambiguità.
7.4. Conclusioni
Come
abbiamo cercato di raccontare in questo lavoro, la riforma
dell'estate 1926 dell'intero movimento calcistico – e non dunque
solo un mero rimaneggiamento delle carte federali – mirava al pieno
controllo statale del calcio italiano, determinandone non soltanto
gli aspetti più prettamente di indirizzo politico, ma entrando nel
merito della gestione dei campionati e di chi avrebbe potuto
parteciparvi. La riforma avrebbe prodotto effetti immediati diretti
sulle società: molte furono le fusioni ed incorporazioni rese
necessarie per potersi iscrivere ai vari livelli del campionato,
divenute stringenti e necessarie le questioni territoriali e
finanziarie. Sin da subito soprattutto le società settentrionali
avanzarono parecchie perplessità sulla bontà della riforma, in
special modo sulla nuova organizzazione dei campionati. Nell'edizione
del 10 agosto La
Gazzetta dello Sport
dava spazio al pensiero di Luigi Bozino, già presidente della Pro
Vercelli ante guerra, già presidente della FIGC e – ci tiene egli
stesso a sottolinearlo nell'intervista concessa a G.C. Corradini –
“fascista
convinto”.
Bozino riteneva che “l'errore
fondamentale”
della riforma risiedesse nella volontà di creare “artificiosamente
una maturità tecnica sportiva a regioni che (…) questa maturità
ancora non hanno”.
L'altro punto contestato – che comunque si legava sempre a questo –
riguardava l'inserimento di Alba, Fortitudo e Internaples in
Divisione Nazionale. Bozino esprime perplessità finanziarie che, a
ben guardare, sono le stesse che erano state alla base della crisi
federale di inizio Anni Venti:
“(...) la divisione nazionale in due gironi (…) mentre conede
alle sei migliori la possibilità di quattordici matches proficui in
casa propria, riduce sensibilmente tale beneficio con l'inclusione di
una o due squadre laziali-meridionali le quali non solo non possono
richiamare grande pubblico nelle nostre città, ma cagionano un grave
disturbo ed un grave onere finanziario per andarle ad incontrare in
casa loro”.
Il pensiero è chiaro ed investe sempre il tema
economico-finanziario: “Come
potranno le società laziali e meridionali sopportare il peso
finanziario di metà dei matches di campionato in città notevolmente
distanti dai loro centri?”
Insomma, Bozino solleva una questione che avrà ripercussioni nel
futuro del sistema calcistico italiano tanto da diventarne
strutturale.
Antonio Ghirelli sul
medesimo punto chiosa sull'ambiguità che da allora avrebbe
caratterizzato la gestione economico-finanziaria del calcio in Italia
riportando ciò che Carlo Doglio scriveva nel 1952 a proposito dei
deleteri effetti della riforma:
“(...)
nessuna società tra quante ho visitato, si sogna di poter narrare la
propria storia economico-sociale post 1926-27. Fino ad allora
l'aneddotica cita anche i centesimi, dopo, silenzio assoluto.”
Infine: i giornali come reagirono al “colpo di mano”
fascista? Molti di essi o non si occuparono delle reazioni –
soprattutto delle squadre del nord – o si schierarono più o meno
apertamente a favore della riforma. Senza qui voler fare un'analisi
di ogni singola testata giornalistica sportiva, interessante pare
comunque soffermarsi su un dibattito che attorno alla riforma in
effetti si aprì, ma che vide coinvolte direttamente in particolare
due testate.
La
Gazzetta dello Sport,
quasi in maniera istituzionale, nell'ammettere che sin da subito le
società settentrionali avevano mosso riserve e preoccupazioni si
affrettava comunque a giustificare il portato complessivo della
riforma affermando il primato dell'interesse generale degli sportivi
su quello particolare delle società, in quanto “per
lo sport è di vitale importanza che si giuochi con disciplina e con
continuità (…) e noi crediamo che un gran passo avanti sulla via
della regolarità sarà compiuto se le norme emanate, comunque esse
siano, saranno applicate con mano ferma”. Non
mancava, infine, una stilettata al passato recente federale e alle
turbolenze che lo avevano caratterizzato, per affermare con decisione
il parere comunque positivo della riforma:
“Il passato ha dimostrato che nuoce più allo sport una
questioncella causidica che un regolamento imperfetto”.
Alcuni giorni dopo Bruno Roghi promuove la licenziata riforma. Non
nascondendo imperfezioni, Roghi sottolinea come “l'unità
di misura dell'eccellenza di una legge non è data dall'interesse dei
singoli”
bensì “dalla
visione panoramica della riforma che ne delineano solidità e
l'armonia”.
Nello specifico, per Roghi la riforma risponde alla necessità di
evoluzione del calcio italiano, in particolare per il portato della
normativa relativa alla nuova struttura “a piramide” dei
campionati unita a quella relativa allo status dei calciatori.
Sin
da subito entusiasta della riforma era La
Capitale Sportiva,
giornale fondato a Roma nel 1925 con l'obiettivo di dar voce al
movimento sportivo centro-meridionale. Dalle sue colonne viene dato
pieno appoggio alle istanze delle società laziali e meridionali e
soprattutto viene sottolineato un aspetto uguale e contrario a quello
lamentato da Bozino. Il giornale di Roma, infatti, già nel numero
del 7 agosto non solo elogia l'abolizione delle due leghe - Nord e
Sud – il cui dualismo avrebbe potuto “concorrere
al crearsi d'una me talità sportiva pericolosa e comunque in
contrasto col carattere d'unità che deve avere (…) la vita
nazionale”,
ma sottolinea come la presenza di tre formazioni centro-meridionali
in Divisione Nazionale avrebbe contribuito al miglioramento tecnico
di quella realtà. Non si nasconde il tema economico, anche il
giornale di Roma non nega che difficoltà finanziarie ci saranno per
le squadre meridionali, ma tutto è attenuato dall'enorme opportunità
di avere ogni domenica a casa propria il meglio che il calcio
italiano possa offrire.
Ciò scritto, la settimana successiva la stessa testata pubblicava un
lungo articolo a firma di Renato Ferminelli con il quale attaccava
l'intervista di Bozino non solo – o non tanto – nel merito,
piuttosto riguardo la persona di Bozino, facendo non velato sarcasmo
sull'autenticità dell'anima fascista del dirigente piemontese.
Insomma,
la polemica attorno alla riforma licenziata a Viareggio – comunque
misurata e di breve durata – riguardò essenzialmente un aspetto
tecnico – lo stravolgimento dei campionati – e non invece la
portata generale della riforma stessa che azzerava i principi
democratici che avevano contraddistinto la vita federale sin dalle
sue origini.
Come
negli altri ambiti economici, sociali, culturali e sportivi, anche la
“fascistizzazione” del calcio poteva dirsi attuata e accettata
supinamente da tutte le componenti.
Puntate precedenti:
1. Introduzione - Contesto storico
2. L'ascesa al potere di Mussolini
3. La fascistizzazione dello sport (I)
4. La fascistizzazione dello sport (II)
5. La fascistizzazione del calcio (I)
6. La fascistizzazione del calcio (II)
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