giovedì 23 luglio 2026

⚽VIAREGGIO 1926 (Puntata 2)

2. L'ascesa al potere di Mussolini


Il 1922 in Italia fu un anno affatto banale: fu infatti in quell'anno che Mussolini riuscì a prendere il potere, segnando in qualche modo il declino della società liberale e l'avvento di quella che da lì a pochi anni sarebbe diventata dittatura.

Come altrove accennato, il clima burrascoso del calcio italiano rifletteva il clima teso e violento dell'intero Paese squassato da rivendicazioni, istanze e proteste che portarono a scontri di classe sempre più accesi.

Il 23 marzo del 1919, nei locali del Circolo dell'Alleanza Industriale presso Palazzo Castani in piazza San Sepolcro a Milano, su iniziativa di Benito Mussolini era stato fondato il movimento dei Fasci italiani di combattimento1 un movimento che coagulava istanze e demarcazioni spesso contraddittorie tra loro ed anche una peculiare avversione sia alle classi dirigenti borghesi che al socialismo, un movimento che si fece notare per la prima volta a metà aprile con l'assalto alla sede di Milano del quotidiano socialista Avanti!. Il movimento creato da Mussolini fu abile a creare legami stretti e profondi con la borghesia lombarda, tanto che alle successive elezioni del maggio del 1921 i fascisti inseriti nel Blocco Nazionale elessero 35 deputati, mentre il Partito Socialista scontava le agitazioni del Biennio rosso e la fuoriuscita di alcuni mesi prima del neonato Partito Comunista, iniziando così un lento declino.

I fascisti non votarono la fiducia a Giolitti e il Re diede incarico a Bonomi di formare il governo e quindi in novembre su impulso di Mussolini il movimento dei Fasci divenne il Partito Nazionale Fascista, completando così il suo processo politico. Ancora, però, Mussolini non era arrivato a ciò che più bramava: il potere2 . Per arrivarci, Mussolini capì che poteva non essere necessaria la violenza: bastava, infatti, servirsi di quello stesso stato liberale che voleva demolire, incuneandosi diplomaticamente nelle enormi crepe che quest'ultimo si era creato3. Una legittimazione importante arrivò direttamente da Giolitti nel discorso che tenne a Cuneo il 23 ottobre. Se è pur vero che in quel discorso Giolitti difendeva apertamente i valori dello stato liberale nei quali aveva affondato tutta la sua esperienza politica, esprimeva l'idea che il Fascismo potesse avere una voce proporzionata al seguito che aveva nel Paese, rinunciando però a qualsiasi forma anticostituzionale: “(...)un nuovo partito si affaccia alla vita politica italiana. Esso deve prendere quel posto al quale il numero dei suoi aderenti gli dà diritto; ma nelle vie legali, le sole che possano dare vera e durevole autorità ad un partito nell'orbita costituzionale (…).”4. Ciò detto, Mussolini d'altro canto era ben conscio del potenziale pericolo per l'intero movimento fascista rappresentato proprio da Giolitti, e fece di tutto per evitare che L'Uomo di Dronero ritornasse al governo5

 

La Stampa

Con la fine della Grande guerra e l'inizio degli anni'20 la concezione statale e culturale liberale, che dall'Ottocento aveva innervato i Paesi politicamente – e non solo – più progrediti, collassò un po' ovunque. In Italia la società che era uscita dalla guerra era delusa dalla politica ed arrabbiata: chi era stato favorevole all'ingresso in guerra aveva magari cambiato idea, chi era stato contrario era arrabbiato per le difficili condizioni di vita dei reduci e della popolazione intera che non vedeva nessun vantaggio nell'aver sacrificato così tante vite umane. Approfittando della oggettiva debolezza in cui versava allora lo stato liberale e delle personalità politiche che lo governavano in quei difficili anni, con un Governo presieduto da un debole Luigi Facta, Mussolini cercò di cogliere l'occasione per forzare la mano sino alla manifestazione fascista organizzata a Napoli il 24 ottobre. Fu durante quella manifestazione che Mussolini apertamente prospettò la concreta possibilità che i fascisti marciassero su Roma per andare a prendersi il governo6. In quell'occasione Mussolini nominò il famoso Quadrumvirato che avrebbe dovuto organizzare e comandare le operazioni, mentre diplomaticamente i fascisti erano all'opera per arrivare ad ottenere, in estrema sintesi, le dimissioni del Presidente del Consiglio Facta. Dimissioni peraltro che non arrivavano. Il 27 ottobre con i fascisti che in varie città del nord e del centro Italia avevano iniziano a prendere possesso non proprio in maniera pacifica di alcuni edifici politici, Facta suggerì al Re di proclamare lo stato d'assedio ma il sovrano nicchiò. Le ore si facevano via via sempre più tremende. Nella notte successiva Vittorio Emanuele III e Facta vennero svegliati dalla notizia che la carovana fascista aveva iniziato la marcia verso Roma: il Re si confrontò con il generale Diaz circa la lealtà delle forze armate nel caso avesse dovuto dichiarare lo stato d'assedio e, da varie fonti, non pare fosse arrivata risposta chiara e univoca7. Fatto sta che mentre Facta era sicuro che il Re avrebbe proclamato lo stato d'assedio, tanto da darne preventiva comunicazione a mezzo stampa, il sovrano decise di non farlo portando inevitabilmente il Presidente del Consiglio a rassegnare le proprie dimissioni8. In realtà quella notte un documento venne redatto, documento duro nei contenuti, ma assolutamente privo di qualsiasi accenno ad un proclamando stato d'assedio [??]. Probabilmente Re e Presidenza del Consiglio non si intesero sul senso delle parole, o fu altro ma la sostanza fu che il Consiglio dei Ministri la mattina del 28 ottobre aveva proclamato lo stato d'assedio ma il Re non lo firmò costringendo Facta un paio d'ore dopo ad annullare l'appena proclamato stato d'assedio e quindi a dimettersi

La Stampa

Nelle ore successive, mentre un numero sempre maggiore di fascisti premeva ormai alle porte di Roma, si susseguirono febbrili consultazioni. Giolitti si sarebbe mosso soltanto per prendere in prima persona la guida del Governo, mentre Facta sperava di poter proporsi per un secondo mandato con base allargata, ma il Re si vide davanti l'intransigenza di Mussolini, così le consultazioni di quelle ore portarono il giorno successivo al conferimento allo stesso Mussolini dell'incarico di formare il nuovo governo9. La sera del 29 ottobre il duce partì da Milano – da dove aveva seguito tutti gli sviluppi di quelle convulse giornate – sul vagone letto del treno che la mattina seguente lo fece arrivare a Roma dove nel tardo pomeriggio presentò il primo governo Mussolini. Lo stesso giorno le camicie nere entravano a Roma nel quartiere San Lorenzo dove si registrarono scontri violenti che portarono a numerosi morti. Il 31 ottobre, infine, le camicie nere sfilarono per oltre sei ore lungo le strade di Roma davanti al Re prima che Mussolini finalmente desse l'ordine di smobilitazione: la “marcia” era terminata, il potere conquistato, il duce era il nuovo capo del Governo e l'Italia stava per indossare la camicia nera. In tutta questa confusione – quasi nel silenzio generale – domenica 29 ottobre si sarebbe dovuto giocare il campionato che invece non venne disputato, rinviato alla domenica successiva10.

Nel numero in uscita venerdì 3 novembre il Guerin Sportivo pubblicava in prima pagina una vignetta satirica del mitico Carlin che ritraeva Mussolini che brandendo un manganello dava “il via” - in altre parole, il “benservito” - a Facta, Giolitti, Boselli e Luzzatti, quindi a tutta una classe politica ormai superata, cogliendo molto bene il senso di ciò che era accaduto e di quanto sarebbe accaduto negli anni a venire. 

 

Guerin Sportivo 

Con le prossime puntate entreremo nel merito, scoprendo come il regime si impossessò del controllo dello sport.

( Continua - 2)

 

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1Cfr. Il Popolo d'Italia del 24 marzo 1919

2Di Nolfo, 1994, Op. Cit.

3Cfr. La Stampa del 6 agosto 1922. Si fa qua riferimento al famoso editoriale che il condirettore de La Stampa Luigi Salvatorelli scrisse agli inizi di agosto dopo le numerose violenze squadriste contro camere del lavoro e cooperative. Due passaggi di quell'editoriale hanno notevole rilevanza storica, oltreché profetica, il primo passaggio riguarda il fascismo: “(...) Si chiude, oggi, quel periodo di crisi interna del fascismo, ufficialmente inaugurato dall'on. Mussolini col suo discorso al Parlamento del 19 luglio, in cui egli poneva — negli stessi termini in cui l'avevamo posto precedentemente noi — il dilemma del legalitarismo o dell'insurrezionalismo. II partito fascista, per ora, ha scelto il secondo corno del dilemma. (…) Il partito fascista, dunque, avrebbe perfettamente potuto, nonché mantenere, sviluppare la tendenza legalitaria manifestata nei giorni precedenti (…) mantenerla e svilupparla fino ad entrare definitivamente nell'orbita legalitaria, con una posizione preminente fra i partiti costituzionali. Esso non ha voluto; ed ha preferito invece ritornare all'illegalità, sostituendosi sistematicamente e dichiaratamente allo Stato”. Il secondo punto è una riflessione che riguarda gli esponenti del mondo conservatore italiano, i quali “mostrano di ritenere tutto questo sostanzialmente normale; quel tanto di anormalità ch'essi vi riconoscono è da loro unicamente imputata al socialismo ed al comunismo. Li ha specialmente rallegrati l'occupazione di palazzo Marino, con la conseguente espulsione dell'amministrazione comunale socialista. Non sembra ch'essi avvertano come, con lo stesso metodo, sarebbe possibile, domani, una occupazione di Montecitorio, da non cessare fino a che un decreto reale non sciogliesse la Camera ordinando le elezioni senza proporzionale e a suffragio ristretto”.

4Cfr. La Stampa del 23 ottobre 1922

5De Felice, Renzo, Breve storia del Fascismo, Milano, Mondadori, 2000

6Balbo, Italo, Diario 1922, Milano, Mondadori, 1932 Balbo nel suo Diario riporta il testo del proclama che Mussolini aveva redatto una settimana prima della manifestazione a Napoli. Dalla sua lettura si evince il carattere eversivo e violento dell'azione fascista: “(...) Oggi, l'Esercito delle Camicie Nere riafferra la Vittoria mutilata e, puntando disperatamente su Roma, la riconduce alla gloria del Campidoglio. (…) La legge marziale del Fascismo entra in pieno vigore. Dietro ordine del Duce i poteri militari, politici e amministrativi della Direzione del Partito vengono riassunti da un Quadrumvirato Segreto d'Azione con mandato dittatoriale”.

7De Felice, 2000, Op. cit.

8Cfr. La Stampa del 29 ottobre 1922. L'Agenzia Stefani il 28 ottobre alle ore 10 diramava un comunicato ufficiale nel quale il consiglio dei Ministri dava notizia della decisione di proclamare lo stato d'assedio in tutte lo Stato, ma sole tre ore dopo la stessa Agenzia con altro comunicato riferiva l'autorizzazione “ad annunciare che il provvedimento per la proclamazione dello stato d'assedio non ha più corso”.

9De Felice, 2000, Op. cit.

10Bassi, Alessandro, https://www.calciomercato.com/notizie/fantasmi-del-passato-1922-la-marcia-fascista-su-roma-ferma-anche/922566

 

giovedì 16 luglio 2026

⚽ VIAREGGIO 1926 (Puntata 1)

 1. Introduzione

Nel 1926 la politica – il regime fascista – licenziò una rivoluzionaria riforma nel campo calcistico il cui anniversario dei cento anni offre l'occasione per una ricostruzione che ha l'obiettivo di fornire una mappa e un vocabolario per chi – semplice appassionato o studioso – voglia approfondire quel momento, spartiacque nella storia del calcio nel nostro Paese.

Necessario è ricostruire – almeno per sommi capi – le vicende storiche che dalla fine della Grande guerra portarono all'ascesa al potere del fascismo.

La ripresa della vita quotidiana e la ricostruzione del tessuto sociale, produttivo, politico e sportivo si presentavano interconnesse tra loro e meritano, seppur succintamente, una trattazione introduttiva.

Con la firma dell'armistizio di Villa Giusti del 3 novembre 1918 terminava la guerra tra Italia ed Austria-Ungheria. Il Paese che usciva da quattro lunghi e devastanti anni di guerra si trovava di colpo a dover affrontare problemi altrettanto drammatici che riguardavano aspetti economici, sociali e politici. La riconversione industriale post bellica e la strutturale povertà delle campagne andavano ad accentuare un quadro economico esplosivo con aumento del debito pubblico, svalutazione della lira e una forte inflazione che fece diminuire il potere d'acquisto1. Questo quadro si andava ad aggiungere ad un complicato reinserimento dei reduci – moltissimi dei quali invalidi – che nel frattempo avevano perso affetti e posizione lavorativa, andando così a costituire una miscela esplosiva che produsse l'inevitabile crisi dell'intero sistema sociopolitico. 

New York Tribune

Dalla Conferenza di pace di Parigi del 1919 l'Italia non era riuscita ad ottenere tutte le ricompense territoriali previste dal Patto di Londra del 1915. Il modo in cui vennero portate avanti le trattative al tavolo della Conferenza dalla delegazione italiana e la postura degli Alleati esasperarono le tensioni interne, con il governo che si trovò bersaglio all'un tempo dei nazionalisti e dell'opposizione. I nazionalisti, che avevano fortemente voluto l'entrata in guerra, ritenevano che gli Alleati non volessero mantenere la parola data nel 1915, mentre gli oppositori contestavano a Vittorio Emanuele Orlando e a Sonnino di non essere in grado di far valere il punto di vista italiano alla Conferenza. L'atteggiamento della delegazione italiana che in un primo momento abbandonò i lavori, salvo poi ritornare sui propri passi con il nuovo Governo Nitti, non agevolò certo il compito e la realizzazione dell'obiettivo, tanto che né la Dalmazia, né Fiume furono concesse all'Italia. Frustrazione e malcontento accomunavano, quindi, entrambi gli schieramenti: da un lato chi riteneva che l'Italia avesse combattuto e pagato un prezzo di sangue altissimo per ottenere alla fine meno di quanto promesso, dall'altro chi, come i socialisti, avevano considerato un crimine la partecipazione alla guerra, “un crimine la cui inutilità era confermata dai fatti”2.

Dall'insoddisfazione in campo internazionale e dalle criticità della ripresa della vita quotidiana sgorgava quindi una serie di agitazioni sociali e di nuove dinamiche politiche che caratterizzarono la vita interna del Paese. Se i partiti esistenti nel periodo prebellico non sembravano più in grado di dare voce alle nuove istanze, le novità istituzionali legate al suffragio universale maschile e al nuovo sistema elettorale proporzionale produssero nelle elezioni del novembre 1919 un risultato che premiava il Partito Socialista e il neonato Partito Popolare di don Sturzo e contestualmente ridimensionava i partiti liberali postunitari3. Con i primi mesi del 1919 iniziò una serie di scioperi e di agitazioni contadine che contribuì non poco a destabilizzare ulteriormente il quadro politico e sociale. Il conflitto di classe andava così saldandosi al profondo malcontento dei reduci che, a loro volta, esprimevano due posizioni opposte tra chi riteneva di aver buttato via i migliori anni a favore degli interessi dei padroni e chi, al contrario, era convinto di aver combattuto per una giusta causa e quindi da premiare4.

Con la seconda metà del 1920 la crisi che aveva investito la Nazione subì una violenta accelerazione alla quale contribuirono due spinte – rivoluzionarie entrambe, ma con caratteri ben distinti: l'azione spesso violenta del movimento fascista e l'attrazione all'esperienza russa del Partito socialista. I Fasci italiani prima e il movimento fascista poi erano esperienze che facevano della violenza uno dei tratti distintivi, tanto che non erano riusciti a sfondare nella piccola e media borghesia, poco inclini al massimalismo. 

La Stampa

Con l'autunno del 1920 l'occupazione da parte dei sindacati metallurgici delle fabbriche del settentrione – illusi di poter impiantare in Italia il sistema dei Soviet – mutò il quadro. Il Governo Giolitti affrontò la questione con misura e saggezza, evitando volutamente l'uso della forza, cogliendo prima di altri come i sindacati non sarebbero riusciti a trasformare quel primo passo in un'azione davvero concreta, lasciando così, in buona sintesi, che l'esperienza rivoluzionaria si spegnesse da sé. Non tutti però apprezzarono l'operato moderato del Governo, ritenendo al contrario che fosse necessaria una repressione violenta5. Il riverbero di quanto accaduto si ebbe immediatamente nelle elezioni amministrative di novembre, dove il Partito Socialista iniziava un lento declino mentre la borghesia e il mondo imprenditoriale proseguiva a coalizzarsi in blocchi apertamente antisocialisti nei quali spesso erano presenti elementi fascisti.6 La borghesia imprenditoriale italiana – scottata da quanto accaduto nell'autunno del 1920 – arrivò a considerare l'esperienza fascista come una malattia breve ma necessaria, ritenendo – come rileva Di Nolfo - che “una rapida applicazione di violenza repressiva avrebbe rimesso la situazione in ordine, in un ordine entro il quale anche i fascisti avrebbero dovuto adattarsi”7.

Insomma nel dopoguerra italiano, come abbiamo provato a sintetizzare, assistiamo ad una radicalizzazione del confronto sia sociale sia politico, tra scioperi agrari, occupazione di fabbriche, nuova legge elettorale, nascita di nuovi partiti di massa e, infine, una forte accentuazione della reazione antisocialista. In questo clima di forte turbolenza il calcio italiano – lo sport in generale – riprendeva in maniera dirompente e – forse inevitabilmente – altrettanto burrascosa il proprio cammino.

“Un nuovo anno giunge e si inizia e lo sport, che neppur la guerra ha saputo far morire ed interrompere, continua vittorioso e purificatore la sua via”8.

La Gazzetta dello Sport del 30 dicembre 1918 così salutava i propri lettori dando loro l'appuntamento al nuovo anno, anno che sarebbe stato ricco di appuntamenti sportivi, in special modo di ciclismo – che peraltro già nella seconda parte del 1918 aveva visto disputare “classiche” quali Milano-Sanremo e Giro di Lombardia – con il ritorno del Giro d'Italia che avrebbe celebrato le terre irredente con le tappe di Trento e Trieste9

 

Guerin Sportivo

Il 1919 fu anche l'anno del ritorno del campionato di calcio.

Sul finire di gennaio la Presidenza Federale sottoponeva al Consiglio Federale varie proposte di modifica dei regolamenti federali che vennero discusse nell'Assemblea generale tenutasi a Torino il 13 aprile 1919. Tra i temi di maggior spessore due meritano una sottolineatura perché espressione di un deciso cambio di passo nella struttura federale e nella presa di coscienza che la FIGC pareva acquisire di sé e del ruolo pubblico del gioco del calcio. Uno era quello relativo al progetto di decentramento delle competenze e delle attività federali attraverso il potenziamento e la ristrutturazione dei comitati regionali, teso ad un processo di snellimento all'interno della Federazione tramite l'istituto dell'autonomia da concedersi ai comitati, l'altro riguardava espressamente la rappresentanza della Federazione verso il potere pubblico teso ad ottenere “tutte quelle facilitazioni di natura fiscale, ferroviaria, ecc che lo sviluppo dello sport calcistico e la sua importanza per l'educazione fisica richiedono”10. Circa quest'ultimo punto, l'esplicita previsione formulata stava a sottolineare il peso sempre maggiore che il gioco del calcio aveva nel panorama sportivo nazionale e di come il movimento calcistico cercasse riconoscimento – e appoggi – dalla politica, forte dell'esperienza recente maturata durante gli ultimi anni di guerra.

La richiesta non era assurda e priva di contesto. La politica negli anni immediatamente seguenti la fine della guerra non parve interessarsi al calcio e più in generale allo sport. La Gazzetta dello Sport nel numero del 2 ottobre (00391) chiedeva espressamente con forza che lo sport avesse posto rilevante nell'agenda politica poiché “(...) una generazione che dev'essere sana risolve da sé le questioni eternamente arretrate dell'abitazione sana, dell'antialcoolismo, del piacere dell'esercizio all'aria libera, dei superiori gusti intellettuali, della gioia di vivere”11, arrivando a ridosso dell'appuntamento elettorale ad auspicare la realizzazione della riforma della scuola volta “(...) a stabilire, nell'educazione dei nostri giovani, un giusto equilibrio fra le cure dedicate allo sviluppo mentale e quelle assegnate nell'esercizio dello sport”12. La “questione sportiva” pareva stare a cuore a molti cittadini, tanto che il 14 novembre a Firenze si costituiva un comitato di sportivi che chiedeva la riforma dell'educazione fisica al fine di “renderla consona ai tempi e di darle maggiore diffusione tra le masse”, oltre che prevedere la costruzione di nuove palestre e campi sportivi. Inoltre questo comitato chiedeva una legge che facesse “obbligo allo Stato ed ai Comuni di istituire in ogni centro i fondi necessari allo sviluppo della associazioni sportive e di cultura fisica”13.

Insomma, le istanze degli sportivi di attenzione da parte di quella che sarebbe stata la nuova classe politica italiana erano forti, così come forti erano le speranze che quelle istanze venissero ascoltate ed esaudite. Tra quelle speranze e l'incapacità – ovvero mancanza di volontà – della classe politica di darvi risposte concrete si sarebbe incuneato alla perfezione Benito Mussolini che, come bene sintetizza Landoni, “(...) comprese, annusando semplicemente l'aria, che lo sport (…) sarebbe diventato di lì a breve un formidabile strumento di lotta politica”14

Dell'ascesa al potere di Mussolini ne parleremo nella prossima puntata.

 

(Continua -1)


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1Candeloro, Giorgio, Storia dell'Italia moderna, vol. VIII – La prima guerra mondiale, il dopoguerra, l'avvento del fascismo, Feltrinelli, Milano, 1996

2Di Nolfo, Ennio, Storia delle relazioni internazionali 1918-1992, Editori Laterza, Roma-Bari, 1994

4Di Nolfo, 1994, Op. cit.

5Ibidem.

6Candeloro, 1996, Op. Cit.

7Di Nolfo, 1994, Op. Cit.

8Cfr. La Gazzetta dello Sport del 30 dicembre 1918

9Dietschy, Paul, Pivato, Stefano, Storia dello sport in Italia, Il Mulino, Bologna, 2019

10Cfr. La Gazzetta dello Sport del 31 gennaio 1919 e del 13 e 14 aprile 1919

11Cfr. La Gazzetta dello Sport del 3 ottobre 1919

12Cfr. La Gazzetta dello Sport del 9 novembre 1919.

13Cfr. La Gazzetta dello Sport del 16 novembre 1919. Alla vigilia del voto, su iniziativa di alcuni soci dell'A.S.S.I. a Milano vennero riuniti esponenti di molte società sportive milanesi e di molte federazioni sportive italiane al fine di raccomandare agli sportivi della circoscrizione milanese alcuni nomi di candidati che – per il loro passato – avrebbero potuto fornire maggiori garanzie – una volte eletti – di occuparsi della questione sportiva in Parlamento. In detta sede venne dunque deliberato di “raccomandare a tutti gli elettori sportivi della circoscrizione di Milano (…) di appoggiare coi voti aggiunti o di preferenza i seguenti candidati: Capitano Alfredo Banfi (Fasci di Combattimento), on. avv. Giuseppe De Capitani D'Arzago (Fascio Patriottico), avv. Edgardo Longoni (Blocco di Sinistra) e ing. Prof. Francesco Mauro (P.P.I.)”

14Landoni, Enrico, Gli atleti del duce. La politica sportiva del fascismo 1919-1939, Mimesis, Milano-Udine, 2016


mercoledì 15 luglio 2026

⚽ Album di football perduto

ARGENTINA - INGHILTERRA, 1986

 


Banale forse alla vigilia di Inghilterra – Argentina riproporre la rete che Maradona segnò con la mano, la famosa “mano de Dios” nella sfida che valeva un posto alle semifinali del mondiale messicano del 1986.

Eppure, oggi come 40 anni fa, la sfida presenta da una parte un fuoriclasse assoluto, un Messi, forse, al suo ultimo tango mondiale e dall'altra uno dei cannonieri – e molto altro – più letali e prolifici del nostro tempo. Insomma, se 40 anni fa, oltre a tutto il resto, emergevano Maradona e Lineker, oggi brillano Messi e Keane.

Ma in quegli ormai lontani Anni Ottanta la sfida tra Argentina e Inghilterra rimandava ad altre sfide e ad altri scenari. Quattro anni prima l'Argentina della giunta militare e la Gran Bretagna della “Lady di ferro” Thatcher, si fecero la guerra per alcune isole, territorio britannico d'oltre mare nell'oceano Atlantico meridionale. La giunta militare aveva rivendicato le isole – Malvinas per gli argentini, Falkland per i britannici – e una volta rotta la via diplomatica le aveva invase il 2 aprile 1982, scatenando così la reazione britannica. Iniziava una guerra che si concluse con la resa degli argentini dopo 74 giorni, in pieno “mundial” spagnolo. In quell'occasione le due nazionali non si incontrarono, ma va sottolineato come nel Regno Unito – per effetto della guerra che si stava combattendo – non venne trasmessa la cerimonia d'apertura e la conseguente partita inaugurale giocata tra l'Argentina campione del mondo in carica e il Belgio.

Che poi Maradona – tornando a quel 22 giugno 1986 indelebile a Città del Messico – una manciata di minuti dopo aver segnato “un poco con la cabeza y otro poco con la mano de Dios” si mette in proprio e da solo parte da metà campo e dribblando tre, quattro, cinque e sei inglesi segna il “gol del secolo”.

Lui era Maradona, e quello ddl 1986 il suo mondiale.

 

(Fotografia dazn.com) 

 

 

 

 

martedì 14 luglio 2026

BREVE STORIA DELL'ASSOCIAZIONE CALCIO REGGIANA (Puntata 5)

 


Quinta puntata della breve storia della Reggiana per spazioreggio.it.

È l’estate del 1969, l’estate dei piccoli e grandi passi sulla Luna e dei sogni immensi nel fango di Woodstock. Tutto è possibile in quella irripetibile estate, anche sognare la Serie A a Reggio Emilia.

La quinta puntata della storia granata continua su SpazioReggio QUI

giovedì 9 luglio 2026