4. La “fascistizzazione” dello sport (II)
Iniziata così la progressiva “fascistizzazione” delle strutture sociali e statali ad opera del regime, anche il mondo dello sport iniziava a subire modifiche e “riscritture”. Intanto il mondo sportivo si andava legando a quello dell'istruzione, e la prima mossa del fascismo in quell'anito fu un radicale cambiamento dell'insegnamento dell'educazione fisica nelle scuole. Già l'indomani della Grande guerra la situazione dell'educazione fisica era grave e lacunosa, con insegnanti numericamente e qualitativamente insufficienti e programmi vecchi, tanto che era diventato argomento di discussione la stessa opportunità che l'insegnamento dell'educazione fisica restasse nelle scuole. Il dibattito era molto acceso e il confronto serrato e francamente inconciliabile tra chi riteneva preferibile che l'insegnamento restasse nelle scuole, chi al contrario lo spingeva fuori dalla scuola e chi, invece, riteneva dovesse essere affidato all'esercito1. In tale contesto, salito il fascismo al potere, il Ministro della Pubblica Istruzione Giovanni Gentile prese la decisione di portare al di fuori della scuola l'insegnamento dell'educazione fisica con l'istituzione attraverso il R.D. 684 del 15 marzo 1923 dell'Ente nazionale per l'educazione fisica2.
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| La Gazzetta dello Sport |
L'ENEF era un ente alle dipendenze del Ministero della Pubblica Istruzione e le lezioni di educazione fisica degli alunni della scuola secondaria erano sotto la guida degli istruttori delle società di ginnastica indicate dall’ente e svolte negli impianti iscritti all’ente. L’E.N.E.F., per motivi economici, logistici e per mancanze di risorse umane, andò a morire nel 1926. Successivamente con la legge n. 2247 del 3 aprile 1926, veniva istituita l'Opera Nazionale Balilla per l'assistenza e l'educazione fisica e morale della gioventù. Con detta legge e con i successivi R.D. del 20 novembre 1927 e del 12 settembre 1929 il regime “metteva definitivamente le mani” sull'insegnamento dell'educazione fisica nelle scuole attraverso un sistema di controllo nuovo rispetto alle esperienze passate in quanto anche se l'ONB agiva al di fuori della scuola, allo stesso tempo essa era all'interno della scuola medesima poiché gli insegnanti di ginnastica passavano direttamente alle sue dipendenze3. Di Donato riporta nel suo libro una nota su “Il problema dell'educazione fisica “ dell'ufficio stampa dell'O.N.B. Del 9 giugno del 1927, siglato S., dove si legge “Risolvere il problema dell'educazione fisica significa affrontare in pieno tutto il problema educativo, significa sottoporre a revisione tutta la scuola italiana”. In quella nota – prosegue il Di Donato – viene ricordato ciò che si fa nella scuola inglese, nella quale “il giuoco è un'istituzione” e viene messo in rilevo come nella squadra si faccia appello alla forza spirituale degli allievi, al loro senso d'onore e al loro amor proprio, spronandoli alla cooperazione e alla responsabilità. Insomma, l'insegnante inglese sa che deve formare non dei sapienti, ma degli uomini, prefiggendosi uno scopo non culturale bensì morale ed educativo. Questo è ciò che deve essere imitato: alla scuola l'istruzione, all'O.N.B. l'educazione. Eppure in quel documento veniva posto in rilievo come per poter raggiungere le sue finalità, l'O.N.B. Avrebbe dovuto avere la signoria assoluta nel campo dell'educazione fisica. Il regolamento dell'O.N.B. prevedeva espressamente che le proprie reclute le avrebbe dovute trarre dalle pubbliche scuole, e che i comandanti dei reparti Balilla avrebbero dovuti essere scelti tra gli insegnanti di educazione fisica: “Così l'insegnante di educazione fisica farà parte del corpo insegnante della scuola ed avrà voce in capitolo nei Consigli degli insegnanti”4.
“Conquistare” il controllo del CONI e quindi porlo sotto il diretto controllo del potere politico era l'obiettivo finale che venne raggiunto nel 1926 quando il CONI venne trasformato in organo posto sotto il diretto controllo del PNF. La decisione Mussolini la prese aderendo alle indicazioni che erano emerse dai lavori della “Commissione Reale per lo studio di un progetto relativo all'ordinamento dell'educazione fisica e della preparazione militare del Paese”, istituita nel 1925 sotto la direzione del generale Grazioli, con lo scopo di “risolvere, una buona volta in modo completo il capitale problema del miglioramento fisico della nostra razza”. Questa Commissione raccomandava di salvaguardare Società e Federazioni sorte in età liberale in quanto rappresentavano un prezioso capitale tecnico-culturale da non disperdere, “(...) un poderoso esercito sportivo, ricco di campi, di palestre, d'attrezzi, d'imbarcazioni, di mezzi d'ogni sorta, ricco, soprattutto, di fede e di entusiasmo. Basta perfezionarlo nei quadri, potenziarlo nei compiti”, quindi, esercitarne il controllo tecnico, morale e politico senza peraltro “ferirne la suscettibilità”. Come fare? A questa seconda domanda rispondeva la seconda raccomandazione scaturita dai lavori della Commissione. Occorreva imprimere un indirizzo chiaro ed organico a tutto il sistema sportivo attraverso il controllo politico del CONI che sarebbe dovuto diventare la centrale unica di coordinamento5.
Come appurato dalla storiografia, il Fascismo non si interessò al fenomeno sportivo, e calcistico in particolare, per mera passione, bensì per oggettive motivazioni di carattere politico che spaziavano dalla politica interna alla politica estera. Lo sport come strumento di “distrazione di massa”, si direbbe oggi, ma anche un mezzo efficace, grazie ai successi internazionali dei “campioni”, per infondere un senso di nazionalismo che – in ultima analisi – coincideva con l'appartenenza fascista6. Lo sport e più in generale l'attività fisica e ricreativa diventarono uno degli strumenti più efficaci del regime “per creare una cultura popolare fascista, per attirare masse e per creare un senso di comunità e di identità nazionale in riferimento a simboli, miti, rituali e luoghi”7.
Già durante il Primo conflitto mondiale, su molti fronti gli ufficiali dei vari eserciti ritenevano utile far disputare incontri di calcio, rugby ed esercizi ginnici ai soldati al fine di temprarne e formarne il carattere e il fisico, durante le lunghe giornate in trincea. Mussolini – dal canto suo – pare aver assorbito e condiviso questa visione, in quanto riteneva che la pratica sportiva fosse necessario completamento della preparazione militare del “cittadino soldato”: è la chiusura di quel percorso iniziato nel 1833 quando sotto il Re di Sardegna Carlo Alberto a Torino lo svizzero Rodolfo Obermann aprì una prima scuola di educazione fisica per gli artiglieri e proseguito quindi con l'introduzione da parte del Ministero della Guerra dell'obbligatorietà della ginnastica nell'addestramento militare8.
Lando Ferretti, gerarca fascista e presidente del C.O.N.I. dal 1925 al 1928, spiega molto bene quale fu l'approccio del Fascismo allo sport in un estratto dal fondamentale lavoro di Antonio Ghirelli “Storia del calcio in Italia”:
“Politico – e solo politico! - Mussolini vide, anche nello sport, e apprezzò il lato politico. Per essere più precisi: la sua funzione politico-sociale. All'inizio lo sport indubbiamente era, ed è, nemico della lotta di classe, affratellatore e livellatore di gente proveniente dai più diversi ceti, tutta fusa da una passione comune e tesa verso la stessa meta. Inoltre costituisce, coi suoi spettacoli, il diversivo migliore per la gioventù, altrimenti convogliata verso attività di partiti politici.”9
Renato Ricci, animatore dell'ONB spiegava cosa si dovesse intendere per educazione fisica: “(...) quel complesso di attività fisiche volontarie che sono in grado di conservare e migliorare lo stato di salute e le forze fisiche e di vivificare e disciplinare le qualità dello spirito10”.
Lo sport, dunque, venne subito percepito da Mussolini come uno degli strumenti migliori e più efficaci per educare e rendere totalitaria la società, assieme al lavoro: per lo sport venne istituita l'Opera Nazionale Balilla, per il lavoro l'Opera nazionale del Dopolavoro. Come sintetizza bene Dogliani, sia lo sport sia il lavoro “necessitavano di volontà, disciplina e sforzo”11.
Infine, interessante riportare le parole di Giunio Salvi, commissario dell'ENEF dal 1924 al 1926 – che qua vengono riprese dal lavoro di Domenico Elia – tratte dalla relazione conclusiva del suo lavoro presentata in Parlamento:
“L'educazione fisica deve essere parte integrante di tutto il sistema educativo che lo Stato attua per la più perfetta formazione del Cittadino, sistema che è uno e inscindibile, comprendendo insieme unite in un solo indirizzo ed in una sola finalità pedagogica, educazione intellettuale, educazione morale e educazione fisica”12.
Oltre a questo, lo sport serviva al regime per raggiungere anche un altro importante scopo, quello cioè di infondere negli italiani un marcato sentimento di orgoglio nazionale. Per arrivare a ciò indispensabile fu la figura dell'atleta che mietendo successi in campo internazionale da un lato aumentava il senso di appartenenza delle masse e dall'altro ingigantiva il prestigio internazionale di Mussolini e del regime stesso. A tal proposito, interessante è riportare qua, attraverso sempre il lavoro del Ghirelli, le parole che Mussolini pronunciò in occasione del raduno del 28 ottobre 1934 a Roma di tutti gli atleti italiani:
“Voi, atleti di tutta Italia, avete dei particolari doveri. Voi dovete essere tenaci, cavallereschi, ardimentosi. ricordatevi che quando combattete oltre i confini, ai vostri muscoli e soprattutto al vostro spirito è affidato in quel momento l'onore e il prestigio sportivo della Nazione. Dovete quindi mettere tutta la vostra energia, tutta la vostra volontà, per raggiungere il primato in tutti i cimenti della terra, del mare e del cielo”13 .
Se, quindi, la politica sportiva era centrale nella visione statale fascista, necessario era controllare anche lo sport che più di ogni altro stava conoscendo un'ascesa vertiginosa e si apprestava a diventare sport popolare e di massa: il calcio. E di questo inizieremo a trattare nella prossima puntata.
( Continua - 4)
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1Di Donato, Michele, Storia dell'educazione fisica e sportiva. Indirizzi fondamentali, Roma, Studium, 1984
2Cfr. La Gazzetta dello Sport del 9 marzo 1923
3Guido, Pizzamiglio, L'evoluzione dell'educazione fisica e sportiva nella scuola media italiana dalla riforma Gentile ai giorni nostri, sta in Scritti di storia e legislazione scolastica, Parma, Casanova, 1993
4Di Donato, 1984, Op. Cit.
5Per approfondire cfr. Landoni, 2016, Op. cit. Caduto in disgrazia Finzi dopo essere stato costretto alle dimissioni in quanto coinvolto nel delitto Matteotti, nel dicembre del 1925 venne eletto a presidente del CONI Lando Ferretti. Con il nuovo statuto del 1926-27 venne abolito il sistema elettivo ed introdotto il meccanismo delle nomine. L'art.3 del nuovo Statuto del CONI prevedeva, infatti, che il Presidente del CONI sarebbe stato nominato dal Capo del Governo Nazionale su proposta del Segretario Generale del Partito. Cfr. La Gazzetta dello Sport del 25 febbraio 1927
6Bassetti, Remo, Storia e storie dello sport in Italia. Dall'Unità ad oggi, Venezia, Marsilio, 1999
7Dogliani, Patrizia, 2008, Op. cit.
8Giacomo, Zanibelli, La scuola al fronte: l'educazione fisica come strumento di “vocazione” patriottica. Dalle sonnacchiose aule dell'italietta alla trincea. Il caso senese, sta in Lo sport alla Grande Guerra, Quaderni della SISS, n.4 Serie Speciale, 2015
9 Antonio, Ghirelli, Storia del calcio in Italia, Torino, Einaudi, 1967
10Guido, Pizzamiglio, 1993, Op. cit.
11Dogliani, Patrizia, 2008, Op. cit.
12Elia, Domenico, Giunio Salvi e il commissariamento dell'Ente nazionale per l'educazione fisica (1924 – 1926), sta in Lo sport durante il fascismo. Ricerche storiche e prospettive storiografiche, Quaderni della SISS, n.11, 2024
13 Cfr. La Stampa del 29 ottobre 1934


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