giovedì 27 agosto 2026

⚽VIAREGGIO 1926 (Puntata 7)

 7. La “Carta di Viareggio”

Dalla commissione voluta da Ferretti, il 2 agosto, nel giro di sole tre settimane, venne emanata la cosiddetta “Carta di Viareggio”, cioè il complesso di norme e indirizzi che modificava in senso sostanziale tutta l'attività calcistica italiana e che successivamente andremo nel dettaglio ad analizzare.

La Capitale Sportiva

 

Così il 3 agosto 1926 il quotidiano “La Stampa” dava la notizia:

In una sala del Municipio di Viareggio si è riunita questa mattina e nel pomeriggio di oggi la presidenza del C.O.N.I. per la sistemazione della Federazione Italiana del Giuoco del Calcio (…). Dopo un breve rendiconto finanziario, i convenuti hanno ricevuto una Commissione delle Società di Prima Divisione escluse dalla Divisione Nazionale. Nel pomeriggio, poi, ha avuto luogo un'ampia discussione alla quale hanno preso parte quasi tutti gli intervenuti e che si è conclusa con l'accettazione della proposta degli esperti. I punti fondamentali della riforma dell'Ente calcistico stabiliscono tra l'altro che i giuocatori vengano divisi in due categorie: dilettanti e non dilettanti.

Alle Società iscritte al Campionato Italiano è fatto divieto di allineare nei propri ranghi giuocatori di nazionalità straniera: come norma transitoria è ammesso per gli anni 1926-27 il tesseramento di due giuocatori da parte di ciascuna Società, con l'obbligo però di non farne partecipare più di uno per ciascuna partita. Sono stati poi presi provvedimenti circa il trasferimento dei giuocatori e si è fissata la data di inizio Campionato italiano, che verrà diviso in due gruppi.

Si è proceduto infine alla costituzione di un Comitato Tecnico arbitrale, con sede a Milano.”1

Questa la sintesi che il quotidiano torinese fa dell'esauriente comunicato emesso dal CONI relativo ad un passo invero decisivo nella storia del calcio italiano. Come detto, questa riforma modificava in profondità e in maniera sostanziale l'assetto calcistico italiano, pertanto merita un'analisi dettagliata.

7.1. La nuova struttura federale

Cambiava un po' tutto. Soprattutto per quel che riguardava la struttura interna federale, che veniva riorganizzata in senso strettamente gerarchico. Scompariva ogni elemento elettivo democratico e le cariche stesse smettevano di essere elettive diventando bensì a nomina: veniva istituito il Direttorio Federale composto da 7 elementi tutti eletti direttamente dal C.O.N.I. - e dunque dal Partito – a capo del quale veniva nominato il gerarca fascista bolognese Leandro Arpinati; a sua volta il Direttorio Federale avrebbe nominato tutti gli organi dipendenti, e cioè il Direttorio delle divisioni superiori (Divisione Nazionale e Prima Divisione) e il Direttorio delle divisioni inferiori Nord e Sud (Seconda Divisione Nord, Seconda Divisione Sud, finali interregionali e Terza Divisione).

A capo del Direttorio Federale, come accennato, fu nominato il gerarca fascista bolognese, amico della prima ora di Benito Mussolini, Leandro Arpinati, il quale resse la presidenza della F.I.G.C. dal 1926 al 1933. 

Leandro Arpinati subito dopo la Grande guerra era diventato uno dei personaggi più importanti nella scena politica bolognese, tanto che nel 1920, pur essendo un anarco-individualista, prende il controllo del fascio bolognese2. Tra gli organizzatori delle prime squadre di azione fascista, guida assalti e pestaggi, tra i quali quello di Palazzo d'Accursio del 21 novembre 1920. In ottobre rifonda il fascio bolognese e nel 1921 diventa deputato nelle liste dei Blocchi nzionali per il PNF3. Non partecipa alla Marcia su Roma, resta a Bologna a difendere il suo potere dagli attacchi di un altro fascista, Gino Baroncini esponente della corrente più dura. Dopo il delitto Matteotti, con Baroncini uscito di scena e Grandi – altro importante gerarca bolognese – mandato a Roma, Arpinati ha mano libera a Bologna per consolidare il proprio potere, tanto che nel 1924 diventa Segretario della federazione provinciale fascista di Bologna e sul finire del 1926 viene nominato podestà di Bologna. Per Bologna Arpinati si impegna in modo sistematico nello sviluppo dello sport cittadino, tanto che come sottolinea Trocchi, lo stesso Arpinati amava ripetere che Bologna sarebbe stata chiamata non solo la dotta e la grassa, ma anche la sportiva. A Bologna Arpinati arriva a sviluppare lo sport su un duplice piano, “alimentandone la valenza sociale di collante interno al tessuto urbano e, contemporaneamente, facendone leva di affermazione della città come centro sportivo di preminenza nel panorama italiano”4. Come sottolinea Pellegrini, Mussolini sceglie Arpinati proprio per “fornire allo sport e al calcio una veste ideologica” ed è così che nel 1926 Arpinati diventa presidente della FIGC5.

Una volta diventato presidente della FIGC Arpinati sposta immediatamente la sede federale da Torino a Bologna e successivamente – nel 1929 – a Roma, in concomitanza con la sua nomina a sottosegretario agli interni.

Per il primo biennio la nomina del Direttorio fu dunque fatta d'autorità dalla Presidenza del C.O.N.I., mentre con la riforma del 1927, riforma che prevedeva la nomina da parte del capo del Governo non solo della presidenza del C.O.N.I., ma di tutte le presidenze delle varie federazioni, la nomina del presidente della Federazione calcistica sarebbe spettata anch'essa a Mussolini.

Per quel che riguardava il mondo arbitrale, venne istituito il Comitato Italiano Tecnico Arbitrale (C.I.T.A.), organismo al quale veniva demandato l'inappellabile giudizio su tutte le questioni di carattere tecnico relativamente al regolamento di gioco. Allo stesso Comitato veniva inoltre conferita tutta una serie di attribuzioni, tra le quali l'attività di aggiornamento e coordinamento dei regolamenti tecnici di gioco, la nomina, vigilanza, classificazione e designazione degli arbitri. Presidente dell'organismo veniva nominato l'avv. Giovanni Mauro.

L'interpretazione autentica del portato normativo la fornisce lo stesso Lando Ferretti raggiunto un paio di giorni dopo nel suo luogo di villeggiatura dal corrisponde Fabio Orlandini de La Gazzetta dello Sport. In quella intervista Ferretti chiarisce i criteri seguiti relativamente alla creazione dei nuovi Direttori e le ragioni sottostanti. In sintesi essi rispondevano al bisogno “da tutti sentito” di snellire le gerarchie federali rafforzandone al contempo l'autorità “evitando una serie di interferenze e di sovrapposizioni spesso inutili, sempre dannose”. In altre parole si era voluto eliminare il dibattito democratico all'interno della Federazione, dibattito che certo aveva avuto, come abbiamo visto, le sue storture, ma che era stato anche la base per l'evoluzione strutturale del calcio italiano6. 

 


7.2. La riforma dei campionati

La riforma, poi, si occupava anche della configurazione dei campionati. In buona sostanza seguiva la via tracciata anni prima dal Progetto di riforma dei campionati ideata da Vittorio Pozzo, teso all'unificazione territoriale del campionato. Veniva dunque creata una Divisione Nazionale formata da 20 squadre divise in due gironi, di queste ben 16 appartenevano alla Lega Nord alle quali si aggiunse una diciassettesima individuata tramite torneo di spareggio tra le otto retrocesse nell'anno precedente; completavano il quadro tre squadre del centro-sud: le due squadre di Roma, l'Alba – finalista del torneo precedente – e la Fortitudo, e la novità del Napoli che, nato nell'agosto del 1926 grazie all'opera dell'imprenditore Giorgio Ascarelli, aveva assorbito l'Internaples, cioè la squadra che aveva acquisito nel campionato precedente il diritto a partecipare alla Divisione Nazionale.


Guerin Sportivo
Il torneo di qualificazione tra le otto squadre del settentrione non ammesse direttamente prese avvio domenica 29 agosto 1926 con le partite che vennero disputate in campo neutro e senza pubblico. Si arrivò così alla fine con la ripetizione della finale del 23 settembre nella quale il “pass” per la nuova Divisione Nazionale se lo aggiudicò l'Alessandria. 

Nella seduta del 6 settembre, alla vigilia della finale del torneo di qualificazione, il Direttorio decideva la compilazione dei due gironi della Divisione Nazionale, in base alle classifiche degli ultimi Campionati con criterio economico-territoriale, e dei tre gironi della Prima Divisione:



DIVISIONE NAZIONALE GIRONE A

DIVISIONE NAZIONALE GIRONE B

JUVENTUS

BOLOGNA

MODENA

TORINO

GENOA

PADOVA

HELLAS

CREMONESE

INTERNAZIONALE

LIVORNO

PRO VERCELLI

SAMPIERDARENESE

BRESCIA

ANDREA DORIA

NAPOLI

MILAN

ALBA AUDACE ROMA

FORTITUDO ROMA

CASALE

ALESSANDRIA


Al termine dei due gironi, le prime tre di ciascun raggruppamento avrebbero partecipato ad un girone finale per l'assegnazione del titolo di Campione Nazionale, mentre le ultime due classificate di ciascun girone sarebbero retrocesse in Prima Divisione.

Al campionato di Prima Divisione partecipavano 32 squadre; il campionato veniva diviso secondo un criterio geografico in due macro gruppi, Nord e Sud. Nel raggruppamento Nord giocavano 24 squadre suddivise in tre gironi da 8 squadre ciascuno, ed era costituito dalle sette squadre rimaste in categoria nella stagione 1925-26, dalla squadra dell'U.S. Anconitana – che per ragioni geografiche venne aggregata al nord – e dalle 16 squadre che avevano conquistato il diritto di passare dalla seconda alla prima divisione. Nel raggruppamento Sud partecipavano 8 squadre che vennero scelte in base ai migliori piazzamenti nei vari gironi regionali del sud, “tenuto conto della potenzialità dei differenti gironi, designate, in base a questi criteri, dal Direttorio Federale, su proposta degli enti competenti”.

Le quattro vincenti dei quattro gironi di prima divisione sarebbero state promosse in Divisione Nazionale, mentre l'ultima classificata di ciascun girone (quindi 4 squadre in totale) sarebbero retrocesse in Seconda Divisione.

Anche la Seconda Divisione prevedeva la suddivisione in due macro gruppi, Nord e Sud per un totale di massimo 68 squadre. Le 32 squadre del Nord sarebbero state divise in tre gironi da 12 squadre ciascuno, con la vincente di ciascun girone promossa in Prima Divisione e le ultime due retrocesse in Terza Divisione. Il gruppo Sud, invece, venne suddiviso in quattro gironi da otto squadre ciascuno: le quattro vincenti avrebbero disputato la finale a girone doppio per il titolo e per il posto in Prima Divisione, mentre l'ultima classificata di ogni girone sarebbe stata retrocessa in Terza Divisione.

Il campionato di Terza Divisione, infine, anch'esso diviso tra Nord e Sud prevedeva che potessero iscriversi “tutte le società che avessero la libera e piena disponibilità di un campo da giuoco nelle misure regolamentari e con cinta stabile”. Ovviamente l'intero campionato era organizzato su base strettamente regionale: per il Nord i Direttori regionali avrebbero dovuto provvedere a creare gironi da 10 squadre ciascuno; le vincenti di ogni girone si sarebbero incontrate su base interregionale per determinare i sei posti che avrebbero concesso la promozione in Seconda Divisione. Al Sud i Direttori regionali avrebbero, allo stesso modo del Nord, creato gironi da otto squadre e le vincenti, sempre su base interregionale, si sarebbero incontrate per la conquista dei quattro posti di Seconda Divisione7.


7.3. Lo status dei giocatori

Ultimo aspetto, non certo il meno importante, anzi, il più innovativo, riguardava il nuovo status del calciatore.

Per tutto il suo periodo pionieristico il calcio italiano era stato improntato all'insegna del dilettantismo, anche se non erano mancati – possiamo dire da subito – casi di società che per accaparrarsi i giocatori migliori avevano promesso loro posti di lavoro e “benefit”8. Questo atteggiamento della Federazione e del mondo tutto calcistico italiano si rifaceva all'ideale del gentleman-amateur, ideale che era arrivato in Italia assieme ai primi rudimenti sul nuovo gioco: eppure, seppur proprio in Gran Bretagna il professionismo fosse riconosciuto già a partire dal 1885, qui da noi l'idea incontrò sempre molte resistenze, con la FIGC che in varie circostanze aveva ribadito con forza la piena condanna al professionismo. Qualcosa però in quegli anni – e non solo in Italia – si stava muovendo e mutava il quadro d'insieme, nuovi interessi iniziavano a ruotare attorno al calcio, sempre più imprenditori facoltosi acquistavano società pronti ad investire cifre importanti per raggiungere le vittorie9. A metà Anni Venti era ormai inevitabile porsi il problema del professionismo e dare risposte adeguate.

La Carta di Viareggio in fondo recepiva quanto già deliberato dalla F.I.F.A. nel congresso di Roma del 1926 laddove la Federazione internazionale, pur continuando a proclamare il principio del dilettantismo per i calciatori, di fatto lasciava alle singole federazioni nazionali il compito di inquadrare concretamente il calciatore e quindi – in altre parole – dava loro la possibilità di prevedere un “compenso” per i giocatori. Ovviamente quel “compenso” non poteva essere in alcun modo una retribuzione diretta, ossia elargita in relazione ad una prestazione di gioco, ma poteva benissimo essere inteso nel senso di “indennizzo” per il “mancato guadagno” che il calciatore avrebbe subito a causa dell'attività calcistica, oltre al rimborso delle spese.

Leggiamo dall'Annuario del Giuoco del Calcio del 1929:

Il Congresso conferma la definizione del dilettante così e come è stata adottata al Congresso di Parigi. Sulla questione del rimborso eccezionale del mancato guadagno il congresso, allo stato della questione (fait confiance) affida alle Associazioni nazionali di definire provvisoriamente leur statut personel10

La riforma dunque si adeguò e, pur non riconoscendo il professionismo, recepiva la linea nuova emanata dalla federazione internazionale e distingueva i calciatori in Dilettanti e Non Dilettanti, prevedendo per questi ultimi l'obbligo di depositare in Federazione “copia degli impegni di rimborso spese e mancato guadagno, firmata dal rappresentante della Società e dal giocatore”11. Sempre sul punto i giocatori “non dilettanti” che avessero voluto ritornare ad essere dilettanti, avrebbero potuto farlo soltanto al termine di due anni di inattività sportiva.

Grande attenzione veniva riservata al controllo dello status di dilettante, prevedendo, tra l'altro, che la Presidenza del C.O.N.I. nominasse una Commissione del dilettantismo composta da tre membri con il compito di vigilare “sull'applicazione integrale delle norme sul dilettantismo, applicando gravissime sanzioni contro i colpevoli, essendo le Società e i giuocatori solidalmente responsabili”12.

Le novità riguardanti i giocatori non finivano però qua. Si chiudevano le frontiere e si statuiva che ai campionati italiani potessero partecipare soltanto giocatori di nazionalità e cittadinanza italiana, prevedendo, quale norma transitoria per la stagione successiva – dunque quella del 1926/27 – la possibilità per ciascuna società di tesserare al massimo due giocatori stranieri, fatto obbligo però di poterne schierare soltanto uno per ogni partita. Per ciò che riguardava i trasferimenti dei giocatori, cadeva ogni vincolo territoriale (dal 1922 il calciatore poteva cambiare squadra soltanto se la sua residenza anagrafica coincideva con quella del club) ma dovevano comunque sempre essere espressamente autorizzati dal Direttorio Federale:

a) giuocatori chiamati a prestare servizio militare (…) per il periodo del servizio effettivo e per una Società avente sede ove il servizio viene prestato;

b) giuocatori stranieri, già tesserati in Italia nella stagione 1925-1926, che sono rimasti in soprannumero a norma delle disposizioni riguardanti la partecipazione dei giuocatori straneiri al Campionato;

c) giuocatori che avanti la data del 31 luglio 1926 abbiano avuto ragioni di insanabile dissenso con la loro Società, per motivi di eccezione gravità di natura in ispecie morale ovvero giuocatori ai quali la Società dichiari, motivando, di non voler più conservare nei propri ruoli13.

Sui motivi che indussero il regime a non voler introdurre con quella riforma la figura del professionismo e ad uniformarsi alla deliberazione della FIFA, lo stesso Ferretti spiegava che riconosciuto legalmente quello che era ormai lo stato delle cose, la figura del “non dilettante”avrebbe costituito il passo successivo che con il tempo avrebbe portato al naturale e finale “professionismo” tale e quale era in Inghilterra una volta raggiunta la maturità necessaria del sistema calcio nazionale14. Insomma, per Ferretti quella doveva essere una tappa intermedia, prodromica al naturale approdo del calcio italiano al professionismo.

Antonio Papa e Guido Panico riportano un dato molto interessante, comparando il numero dei giocatori retribuiti in Italia e Inghilterra negli anni'30:

Nel corso degli anni'30 la media dei giocatori retribuiti, circa cinquecento, rappresentò solo l'1% dei tesserati. Ciò nonostante la percentuale italiana era superiore a quella dei professionisti inglesi, che costituivano solo lo 0,4% dei giocatori delle società di football”15.

Certo, introdurre nel quadro normativo italiano la fattispecie del calciatore professionista avrebbe di conseguenza significato affrontare il tema non soltanto dal mero punto di vista sportivo, bensì anche da quello giuridico, sindacale ed economico. Nel 1926 altre erano le urgenze del regime in materia sportiva e si accontentò di un sistema che a livello economico e finanziario era destinato a zoppicare nella sua ambiguità. 

 


7.4. Conclusioni

Come abbiamo cercato di raccontare in questo lavoro, la riforma dell'estate 1926 dell'intero movimento calcistico – e non dunque solo un mero rimaneggiamento delle carte federali – mirava al pieno controllo statale del calcio italiano, determinandone non soltanto gli aspetti più prettamente di indirizzo politico, ma entrando nel merito della gestione dei campionati e di chi avrebbe potuto parteciparvi. La riforma avrebbe prodotto effetti immediati diretti sulle società: molte furono le fusioni ed incorporazioni rese necessarie per potersi iscrivere ai vari livelli del campionato, divenute stringenti e necessarie le questioni territoriali e finanziarie. Sin da subito soprattutto le società settentrionali avanzarono parecchie perplessità sulla bontà della riforma, in special modo sulla nuova organizzazione dei campionati. Nell'edizione del 10 agosto La Gazzetta dello Sport dava spazio al pensiero di Luigi Bozino, già presidente della Pro Vercelli ante guerra, già presidente della FIGC e – ci tiene egli stesso a sottolinearlo nell'intervista concessa a G.C. Corradini – “fascista convinto”. Bozino riteneva che “l'errore fondamentale” della riforma risiedesse nella volontà di creare “artificiosamente una maturità tecnica sportiva a regioni che (…) questa maturità ancora non hanno”. L'altro punto contestato – che comunque si legava sempre a questo – riguardava l'inserimento di Alba, Fortitudo e Internaples in Divisione Nazionale. Bozino esprime perplessità finanziarie che, a ben guardare, sono le stesse che erano state alla base della crisi federale di inizio Anni Venti: “(...) la divisione nazionale in due gironi (…) mentre conede alle sei migliori la possibilità di quattordici matches proficui in casa propria, riduce sensibilmente tale beneficio con l'inclusione di una o due squadre laziali-meridionali le quali non solo non possono richiamare grande pubblico nelle nostre città, ma cagionano un grave disturbo ed un grave onere finanziario per andarle ad incontrare in casa loro”. Il pensiero è chiaro ed investe sempre il tema economico-finanziario: “Come potranno le società laziali e meridionali sopportare il peso finanziario di metà dei matches di campionato in città notevolmente distanti dai loro centri?”16 Insomma, Bozino solleva una questione che avrà ripercussioni nel futuro del sistema calcistico italiano tanto da diventarne strutturale.

Antonio Ghirelli sul medesimo punto chiosa sull'ambiguità che da allora avrebbe caratterizzato la gestione economico-finanziaria del calcio in Italia riportando ciò che Carlo Doglio scriveva nel 1952 a proposito dei deleteri effetti della riforma:

(...) nessuna società tra quante ho visitato, si sogna di poter narrare la propria storia economico-sociale post 1926-27. Fino ad allora l'aneddotica cita anche i centesimi, dopo, silenzio assoluto.”17

Infine: i giornali come reagirono al “colpo di mano” fascista? Molti di essi o non si occuparono delle reazioni – soprattutto delle squadre del nord – o si schierarono più o meno apertamente a favore della riforma. Senza qui voler fare un'analisi di ogni singola testata giornalistica sportiva, interessante pare comunque soffermarsi su un dibattito che attorno alla riforma in effetti si aprì, ma che vide coinvolte direttamente in particolare due testate.

La Gazzetta dello Sport, quasi in maniera istituzionale, nell'ammettere che sin da subito le società settentrionali avevano mosso riserve e preoccupazioni si affrettava comunque a giustificare il portato complessivo della riforma affermando il primato dell'interesse generale degli sportivi su quello particolare delle società, in quanto “per lo sport è di vitale importanza che si giuochi con disciplina e con continuità (…) e noi crediamo che un gran passo avanti sulla via della regolarità sarà compiuto se le norme emanate, comunque esse siano, saranno applicate con mano ferma”. Non mancava, infine, una stilettata al passato recente federale e alle turbolenze che lo avevano caratterizzato, per affermare con decisione il parere comunque positivo della riforma: “Il passato ha dimostrato che nuoce più allo sport una questioncella causidica che un regolamento imperfetto18. Alcuni giorni dopo Bruno Roghi promuove la licenziata riforma. Non nascondendo imperfezioni, Roghi sottolinea come “l'unità di misura dell'eccellenza di una legge non è data dall'interesse dei singoli” bensì “dalla visione panoramica della riforma che ne delineano solidità e l'armonia”. Nello specifico, per Roghi la riforma risponde alla necessità di evoluzione del calcio italiano, in particolare per il portato della normativa relativa alla nuova struttura “a piramide” dei campionati unita a quella relativa allo status dei calciatori19.

Sin da subito entusiasta della riforma era La Capitale Sportiva, giornale fondato a Roma nel 1925 con l'obiettivo di dar voce al movimento sportivo centro-meridionale. Dalle sue colonne viene dato pieno appoggio alle istanze delle società laziali e meridionali e soprattutto viene sottolineato un aspetto uguale e contrario a quello lamentato da Bozino. Il giornale di Roma, infatti, già nel numero del 7 agosto non solo elogia l'abolizione delle due leghe - Nord e Sud – il cui dualismo avrebbe potuto “concorrere al crearsi d'una me talità sportiva pericolosa e comunque in contrasto col carattere d'unità che deve avere (…) la vita nazionale”, ma sottolinea come la presenza di tre formazioni centro-meridionali in Divisione Nazionale avrebbe contribuito al miglioramento tecnico di quella realtà. Non si nasconde il tema economico, anche il giornale di Roma non nega che difficoltà finanziarie ci saranno per le squadre meridionali, ma tutto è attenuato dall'enorme opportunità di avere ogni domenica a casa propria il meglio che il calcio italiano possa offrire20. Ciò scritto, la settimana successiva la stessa testata pubblicava un lungo articolo a firma di Renato Ferminelli con il quale attaccava l'intervista di Bozino non solo – o non tanto – nel merito, piuttosto riguardo la persona di Bozino, facendo non velato sarcasmo sull'autenticità dell'anima fascista del dirigente piemontese21.

Insomma, la polemica attorno alla riforma licenziata a Viareggio – comunque misurata e di breve durata – riguardò essenzialmente un aspetto tecnico – lo stravolgimento dei campionati – e non invece la portata generale della riforma stessa che azzerava i principi democratici che avevano contraddistinto la vita federale sin dalle sue origini.

Come negli altri ambiti economici, sociali, culturali e sportivi, anche la “fascistizzazione” del calcio poteva dirsi attuata e accettata supinamente da tutte le componenti.


Puntate precedenti:

1. Introduzione - Contesto storico

2.  L'ascesa al potere di Mussolini

3. La fascistizzazione dello sport (I)

4. La fascistizzazione dello sport (II)

5. La fascistizzazione del calcio (I)

6. La fascistizzazione del calcio (II) 

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1 Cfr. La Stampa del 3 agosto 1926. Per una lettura completa del comunicato cfr. La Gazzetta dello Sport del 3 agosto 1926

2Trocchi, Pierfrancesco, Bologna come epicentro e laboratorio dello sport fascista. Uno sguardo su e oltre Leandro Arpinati, sta in Storia dello Sport, n.4, 2022

3 Pellegrini, Francesco, Arpinati e il calcio, sta in Bibliomanie. Letterature, storiografie, semiotiche, 52, no. 10, 2021

4Trocchi, Op.cit., 2022

5Pellegrini, Op.cit., 2021

6Cfr. La Gazzetta dello Sport del 5 agosto 1926

7 Annuario Italiano Giuoco del Calcio, Vol. II, Società Tipografica Modenese, Modena, 1929

8Alessandro, Bassi, Il football dei pionieri, Bradipolibri Editore, Ivrea, 2012

9Antonio, Papa - Guido, Panico, Storia sociale del calcio in Italia, Il Mulino, Bologna, 1993

10 Annuario Italiano Giuoco del Calcio, 1929

11Cfr. La Gazzetta dello Sport del 5 agosto 1926

12Ibiddem

13 Annuario Italiano Giuoco del Calcio, 1929

14Cfr. La Gazzetta dello Sport del 5 agosto 1926

15Antonio, Papa - Guido, Panico, 1993, Op. cit.,

16Cfr. La Gazzetta dello Sport del 10 agosto 1926

17Antonio, Ghirelli, 1967,Op. cit. .

18Cfr. La Gazzetta dello Sport del 5 agosto 1926.

19Cfr. La Gazzetta dello Sport del 7 agosto 1926

20Cfr. La Capitale Sportiva del 7 agosto 1926

21Cfr. La Capitale Sportiva del 14 agosto 1926. Il relativo passaggio dell'articolo è il seguente: “C'è chi afferma che grattando il fascista piemontese si possa avere in sorpresa di veder uscir fuori un liberale o peggio un giolittiano. (…) L'ex presidente della F.I.G.C potrà portare il distintivo all'occhiello, potrà essere convinto della sua fede fascista, ma certo è ancora e forse lo sarà sempre, vittima della vecchia mentalità che il fascismo ha ormai definitivamente sbaragliato.”

giovedì 20 agosto 2026

⚽VIAREGGIO 1926 (Puntata 6)

6. La “fascistizzazione” del calcio (II)

L'ultimo passo del regime per il pieno controllo del calcio venne compiuto nell'estate del 1926, giusto cento anni fa.

Le annate del 1925 e del 1926 furono tumultuose e caratterizzate da numerosi episodi di violenze dentro e fuori dai campi da gioco, raggiunge un triste apice nella finale della Lega Nord tra Genoa e Bologna che si dipanò in ben cinque partite, condite da inaudite violenze tra i rispettivi tifosi1. La vicenda che portò il fascismo al pieno controllo della FIGC prese avvio dalla proclamazione di uno sciopero della classe arbitrale nel maggio del 1926, dopo che la Federazione aveva annullato la vittoria del Casale sul Torino del 7 febbraio a seguito delle vibranti proteste dei granata adducendo quale motivazione il fatto che l'arbitro non “avrebbe diretto con la dovuta serenità” l'incontro. Il campionato del 1925/26 vide molte partite sospese, rinviate e annullate. Gli arbitri erano nell'occhio del ciclone e la gara tra Torino e Casale aveva segnato il classico punto di non ritorno2.

Già da alcuni anni una commissione di saggi, chiamata Commissione dei 13 ed istituita con l'assemblea straordinaria della FIGC nell'agosto del 19253, stava lavorando per una strutturale riforma del calcio. 

La Capitale Sportiva
Nella primavera del 1926 questa Commissione statuì per il Regolamento arbitrale una bizzarra norma che prevedeva la possibilità per le società di indicare un certo numero di arbitri “non graditi”, i quali per tutta la stagione non avrebbero arbitrato quelle squadre. L'Annuario del Giuoco del Calcio italiano nell'edizione del 1929 riporta per intero il testo della norma, prevista all'art.11 del Regolamento degli Arbitri:

Ogni società, entro 10 giorni dal ricevimento dell'elenco degli arbitri, avrà diritto di indicare alla Commissione sportiva (federale) un numero di arbitri non superiore all'8% del totale contenuto nell'elenco stesso. La Commissione stessa per tutta la stagione sportiva iniziantesi, non dovrà destinare tali arbitri alla direzione delle partite che la società che li ha indicati dovrà disputare sia sul proprio campo sia su campo avversario.

Le Società non sono tenute a dichiarare i motivi della indicazione salvo si tratti di casi di indegnità”4

Ovviamente questa norma non venne accolta bene dal mondo arbitrale e al termine di una riunione tra tutti gli arbitri, il 30 maggio 1926 l'Associazione degli Arbitri emanò un durissimo comunicato:

Il Consiglio plenario dell'Associazione Italiana degli Arbitri, riunito ieri a Milano, presa in esame la situazione creatasi in seguito alle ultime decisioni degli Enti Federali (…) delibera alla unanimità di invitare i colleghi di tutte le categorie a ritornare alla Commissione sportiva entro il giorno 5 giugno 1926 la tessera di arbitro, spontaneamente rinunciando ad assolvere l'ufficio, che non è più tutelato da leggi scritte, ma è abbandonato all'arbitrio di parte.5

In una parola, sciopero.

Insomma c'era il concreto rischio che il campionato non vedesse la fine perché ovviamente non si poteva giocare senza arbitro, ma fu qui che intervenne in maniera decisa il regime. Per trovare una soluzione venne investito della questione il C.O.N.I. - ente controllato dal regime – il cui presidente, come abbiamo visto, già dal 1925 era Lando Ferretti, nominato direttamente da Mussolini. Ferretti ci mise molto poco ad intervenire. Convocati – anche su impulso del Segretario generale del PNF Turati – i rappresentanti di FIGC e AIA al fine di definire la vertenza ed uscire dalla difficile situazione, ordinava l'immediata cessazione dell'agitazione arbitrale e la ripresa del campionato con un lungo ed articolato comunicato che terminava con toni perentori:“(...) la situazione di fatto creatasi a seguito dell'annullamento e della ripetizione della gara in causa debba essere accettata disciplinatamente dalle Società e dagli arbitri”6.

Quella riunione non segnava, però, la fine della vicenda: era, al contrario, era prodromica al regime per poter chiudere il cerchio esercitando la giusta pressione sugli organi federali. Ferretti, infatti, a fine giugno otteneva le dimissioni dell'intero Consiglio federale, i cui poteri finivano proprio nella mani del presidente del CONI. Il 27 giugno la Presidenza federale rassegnava il proprio mandato e contestualmente deliberava “(...) di pregare il Presidente del C.O.N.I. a voler assumere immediatamente tutti i poteri federali, nessuno escluso”7.

A quel punto Ferretti aveva mano libera e non perdeva certo tempo. Nella riunione del 7 luglio la Presidenza del CONI nominava una commissione di tre saggi composta da Giovanni Mauro quale presidente dell’Associazione Italiana Arbitri, il segretario del partito fascista romano Italo Foschi e il presidente del Bologna Paolo Graziani con il compito di riformare radicalmente l'organizzazione calcistica italiana. Nello specifico ai tre esperti veniva demandata la soluzione alle seguenti questioni:

a) Assegnazione delle Società alle varie categorie e organizzazione dei campionati;

b) Classifica dei giocatori;

c) Sistemazione tributaria;

d) Fissazione delle gerarchie dell'ente.

Ovviamente, il mandato si concludeva con una precisazione tanto superflua quanto puntuale e chiarificatrice dell'impronta autoritaria e verticistica che si sarebbe data anche al mondo calcistico: “(...) riservandosi ogni decisione alla Presidenza del C.O.N.I.”8

A fine luglio La Gazzetta dello Sport riportava una breve intervista rilasciata da Ferretti nella quale il gerarca fascista trasmetteva la sicurezza che entro metà agosto tutto sarebbe stato sistemato e la FIGC avrebbe ripreso la sua normale attività, specificando due concetti molto precisi, due linee guida programmatiche del fascismo. Da un lato Ferretti senza giri di parole aveva ben chiaro come il calcio avrebbe dovuto piegarsi alla visione sportiva fascista: “(...) naturalmente molto sarà rinnovato non solo nella lettera, ma anche negli spiriti perché l'ambiente calcistico deve subordinare la propria attività alla nuova concezione che dell'educazione fisica ha il fascismo”. Dall'altro non aveva timore alcuno ad affermare come non ci sarebbe più stato spazio per il dibattito democratico nel nuovo calcio fascista, auspicando che finisse “la mania di presentare reclami da parte delle società e il malvezzo dei dirigenti di discutere con sottigliezze curialesche sui reclami sporti”9. A promemoria per il pubblico che era esso stesso da piegare e e convincere del nuovo corso, La Capitale Sportiva nel numero del 21 giugno aveva già chiarito quale sarebbe stata la nuova linea da seguire nella “radicale sistemazione dell'organizzazione calcistica nazionale. La quale ha bisogno di essere epurata al Nord e al Sud da tutti quegli elementi penetrati nella F.I.G.C., come in tutte le Federazioni sportive, con mire di politica, di speculazione,d'intrighi in vario senso, mire sì bene in altri campi individuate e sì decisamente stroncate dal fascismo d'azione”10.

In breve, il fascismo avrebbe messo fine all'era liberale del calcio, come peraltro aveva già posto fine a quella sportiva e politica.


( Continua - 6)

 

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2Carlo, F., Chiesa, La grande storia del calcio italiano , pubblicata a puntate su GS Guerin Sportivo

3Cfr. La Gazzetta dello Sport del 28 luglio 1925 e del 18 agosto 1925. Già durante i lavori dell'assemblea della Lega Nord del 26 luglio, i delegati sul punto avevano mostrato unanime orientamento favorevole, votando peraltro un ordine del giorno che pur approvando i principi informatori, dava mandato alla commissione incaricata di proporre quei concetti all'assemblea straordinaria di agosto.

4Cfr. Annuario del Giuoco del Calcio italiano, Vol. 2, Società Tipografica Modenese, Modena, 1929

5 Cfr. La Stampa del 31 maggio 1926; Cfr. La Gazzetta dello Sport del 31 maggio 1926.

6 Cfr. La Gazzetta dello Sport del 14 giugno 1926. Nel comunicato il Presidente del CONI puntualizzava come la Federazione “(...) nelle sue decisioni che si riferiscono alla vertenza in corso ha inteso usare soltanto dei poteri che le sono conferiti dai diritti di suprema gerarchia del Football nazionale, come dà atto che l'A.I.A. ha inteso colla sua azione difendere i diritti dei propri associati senza peraltro voler pregiudicare lo svolgimento dei campionati.” Si dava atto inoltre del fato che la motivazione della decisione federale di annullare l'incontro tra Casale e Torino “non intende avere valore di nuova massima giurisprudenziale” e che “la motivazione lamentata dagli arbitri, per esplicita dichiarazione dei delegati della federazione, non intese intaccare come non intacca la dignità e la personalità degli arbitri tutti”.

7Cfr. La Gazzetta dello Sport del 28 giugno 1926

8Cfr. La Gazzetta dello Sport del 8 luglio 1926. L'impronta autoritaria e la visione patriottica e nazionalista di stampo fascista la si evince anche in altre decisioni prese sempre in quell'occasione, specialmente là dove venivano stabilite sanzioni sia per i calciatori che non avessero voluto partecipare alla tournée della Nazionale in Svezia, sia alle società che non avessero fatto tutto il necessario per evitare le defezioni. Il tutto “rilevando come sia dovere di ogni italiano, e specialmente di ogni sportivo degno di questo nome, sacrificarsi se necessario per la affermazione dei nostri colori in un cimento internazionale”.

9Cfr. La Gazzetta dello Sport del 27 luglio 1926

10Cfr. La Capitale Sportiva del 21 giugno 1926

 

giovedì 13 agosto 2026

⚽VIAREGGIO 1926 (Puntata 5)

5. La “fascistizzazione” del calcio (I)

Il calcio italiano degli anni'20 era scosso da violenti polemiche e duri scontri al proprio interno che fomentavano la già di suo inquieta folla che sempre più seguiva, discuteva e si appassionava alle vicende calcistiche. A ciò si accompagnava una grave crisi finanziaria e di “potere” che attanagliava gli enti del calcio dell'epoca, passati da scontri, scissioni, riappacificazioni e nuove partenze. Quel che accadde nel 1926 offrì il pretesto al regime per rafforzare in maniera decisiva la sua presenza e la sua influenza all'interno delle strutture calcistiche.

Occorre, però, fare un passo indietro.

L'assemblea del 1922 aveva segnato non solo la pacificazione e la ritrovata unità all'interno del sistema calcistico italiano, dopo la gravissima crisi del biennio precedente, ma soprattutto aveva dimostrato con i fatti l'enorme vitalità del suo gruppo dirigente. Vitalità che – come bene rileva Ghirelli – fece da volano ad un “prodigioso sviluppo tecnico” al quale “corrispose un graduale mutamento del regime economico che normava i rapporti tra società e giocatori”. Le fondamenta del profondo dissidio che era appena stato ricomposto con molta fatica tra piccole e grandi società si basava su concetti moderni ed ancora oggi del tutto attuali quali incassi e appetibilità delle partite: chiaro dunque che il successo del gioco del calcio si iniziava a misurare non più soltanto dai risultati sul campo, ma anche sul valore finanziario dei protagonisti e, di conseguenza, sulla loro preparazione atletica si dispiegava l'organizzazione dei campionati. I calciatori, soprattutto i migliori, facevano sempre più la differenza ed iniziava ad essere ormai inevitabile che questi rivolgessero una parte sempre maggiore del loro tempo al gioco del calcio a discapito della vita lavorativa, e che pertanto il tempo dedicato al gioco del calcio andasse retribuito in qualche modo1. Il tema del professionismo da sottotraccia spingeva sempre più verso la superficie e, come vedremo, con alcuni casi clamorosi che sarebbero scoppiati nei mesi e anni successivi avrebbe fornito il destro al regime fascista di occuparsi del gioco del calcio. 

Hurrà Juventus, settembre 1923

Quando, quindi, tutto pareva risolto e il calcio italiano destinato a marciare solido e compatto, ecco che nel 1923 una serie di “casi” legati al trasferimento di calciatori scombussolò nuovamente l'ambiente. Già ad inizio settembre vi fu il caso del vercellese Gustavo Gay che dalla Pro Vercelli si trasferì al Milan, ma ciò che fece davvero clamore e aprì una nuova fase fu il “Caso Rosetta” sempre nell'autunno di quell'anno. In sintesi. In settembre la Pro Vercelli per ragioni economiche aveva inviato una lettera a tutti i suoi giocatori per chieder loro chi volesse restare – non pagato – e chi invece volesse andarsene: Rosetta e Gay avevano comunicato la scelta di non voler restare, ma mentre il primo semplicemente si fermò in attesa degli eventi, Gay – forte di un preaccordo con il Milan – chiese di essere inserito nella lista di trasferimento e, senza voler qui ricostruire l'intera vicenda, il giocatore venne accontentato e passò dunque ai rossoneri. A questo punto entrava in scena la Juventus, la nuova Juventus che da poche settimane era entrata nell'orbita della famiglia Agnelli2. I bianconeri, visto che Rosetta non aveva giocato alcune amichevoli, decisero di ingaggiarlo, ma le cose andarono in maniera alquanto diversa rispetto a ciò che era accaduto per Gay, ingenerando una serie di situazioni che portarono ad un vero terremoto3. Nella seduta del 7 novembre la Presidenza della Lega Nord, chiamata a deliberare sulla richiesta del giocatore Rosetta, “(...) ritenendo che per la posizione di questo giocatore non concorrano gli stessi elementi in base ai quali il Consiglio della Lega ha deliberato la messa in lista di trasferimento d'autorità del giocatore Gay (…) decide di sottoporre la richiesta del Rosetta alla prima adunanza del Consiglio stesso”4. Da un punto di vista squisitamente oggettivo, Rosetta presenta le dimissioni dalla Pro Vercelli e producendo la lettera della società vercellese di accettazione delle dimissioni chiede – sulla scorta di quanto deliberato pochi giorni prima dalla Presidenza di Lega – di essere posto d'ufficio in lista di trasferimento. La Presidenza di Lega Nord, però, anziché uniformarsi alla sua precedente deliberazione, rimanda la questione al giudizio del Consiglio. La vicenda si va ad incasellare in un intricato labirinto di giochi di potere e di difesa spesso di facciata e di comodo del dilettantismo, tutto riportato nell'atavica e mai risolta contrapposizione tra le due anime economicamente e politicamente più rilevanti nella vita calcistica, Milano e Torino. Rosetta a quel punto presentava ricorso alla Federazione che nella seduta del 24 novembre accoglieva, stabilendo così che “la deliberazione delle società sportive che accettano le dimissioni da socio dei propri giocatori ne provoca la messa in lista di trasferimento d'autorità, da parte degli Enti federali”5. Il calciatore, di conseguenza, il giorno successivo giocò con la Juventus nella partita vinta contro il Modena e da lì un nuovo putiferio. Il Modena sporse reclamo alla Lega e si vide assegnare la vittoria a tavolino, e a sua volta la Juventus spiegava reclamo alla Presidenza Federale insistendo nello schierare in campo il Rosetta nelle partite successive e così incorrendo nei ricorsi delle avversarie, ricorsi tutti vinti6. Si andò avanti così fino a quando, a metà dicembre, il Consiglio Federale capovolse i verdetti della Lega Nord, restituendo ai bianconeri i punti conquistati sul campo e tolti a tavolino dalla Lega7

 A quel punto il presidente della Lega Nord rassegnò le dimissioni e l'ente radunò un'assemblea straordinaria per il 6 gennaio 1924. Il 30 dicembre il Consiglio federale in una riunione d'urgenza dichiarava decaduto l'intero Consiglio direttivo della Lega Nord e annullava l'assemblea indetta per il 6 gennaio sostituendola con quella federale fissata per il 9 febbraio8. La Lega Nord tirava però dritta per la propria strada9 e celebrava comunque la propria assemblea il 6 gennaio, a Milano, ove confluirono i delegati di ben 170 società. In quella sede l'assemblea della Lega Nord votava un ordine del giorno nel quale, oltre a respingere le dimissioni del Consiglio di Lega reputando che non fosse di competenza federale il suo scioglimento, riaffermava l'inderogabilità delle norme statutarie “suprema garanzia e presupposto necessario di vita per tutti gli Enti federati”. Inoltre ribadiva che “in materia di liste di trasferimento ogni interpretazione estensiva è contro la lettera e lo spirito dello Statuto, nel bene inteso interesse della attività sportiva nazionale”. Peraltro il punto che qua più interessa era l'auspicio che Consiglio federale e Consiglio della Lega Nord sapessero trovare, nel lasso di tempo che separava dall'assemblea federale del 9 febbraio, una composizione alla diatriba prevedendo in caso contrario già il preciso mandato al Consiglio di Lega di “richiedere l'intervento del C.O.N.I. per la nomina di una Commissione la quale dirima qualsiasi controversia che possa, comunque, danneggiare lo svolgimento delle gare internazionali e della preparazione olimpionica”10.

In altre parole, l'intervento del governo. 

E il CONI non ci mise molto ad intervenire. In data 11 gennaio la Presidenza del CONI, infatti, riunita d'urgenza per esaminare la situazione del calcio deliberava “di invitare la P. F. a considerare il Consiglio della Lega Nord legalmente in carica fino al giorno dell'assemblea e il Consiglio della Lega Nord e i Comitati Regionali dipendenti a rimanere disciplinati al loro posto”11. Il 14 gennaio la Presidenza federale raccoglieva l'invito rivoltole dal CONI consentendo che il Consiglio della Lega Nord riprendesse le sue facoltà e i suoi poteri, ma a condizione che “il Consiglio stesso di Lega Nord, ritornando disciplinato al suo posto, riconosca e traduca in atto nella sua prossima seduta le pronunce tutte del Consiglio federale tuttora in sospeso o reietta e ne dia regolare atto in un comunicato ufficiale”12. Quindi, il CONI chiedeva che il Consiglio di Lega Nord fosse riammesso (blah) in carica, ma la Presidenza federale pareva subordinare questo atto al riconoscimento di controparte di tutte le norme emanate, quindi anche quelle relative all'interpretazione sul tema delle liste di trasferimento. Il 20 gennaio il Consiglio federale emanava un proprio libro bianco con il quale puntava a dimostrare di aver sempre agito nell'ambito ed entro i limiti dello Statuto e dei regolamenti federali, sottolineando peraltro come essi non “possono essere considerati immutabili quando la lettera non ne esprime esattamente lo spirito, ma debbano – a suo avviso – poter essere illuminati da una savia prudente e moderata interpretazione sportiva”. Il Consiglio, pertanto, procedeva ad illustrare le motivazioni addotte sul “caso Rosetta” andandole a conformare ad altro analogo caso del 1922 che la Federazione risolse analogamente a quanto deliberato per Rosetta, con piena aderenza in quella circostanza da parte della Lega Nord13.

Si arrivò così all'assemblea federale straordinaria del 9 febbraio, alla quale venne chiamato a presiedere significativamente il Comm. Tonelli, in rappresentanza del CONI. In quell'assemblea con una netta maggioranza venne votata la sfiducia al Consiglio federale che si dimise e al suo posto fu nominato un Direttorio formato da sette membri con il compito di occuparsi della straordinaria amministrazione sino a luglio. In quella stessa assemblea, successivamente, venne anche deciso che si potessero riprendere in esame e discussi tutti i casi esaminati dal Consiglio federale, quindi anche quello relativo a Rosetta14. Senza voler qui entrare nel dettaglio delle successive fasi riguardanti la posizione del calciatore, basti dire che nella prima riunione del Direttorio del 17 febbraio, questi deliberò “come non emessa la tessera a favore” del giocatore, con la conseguenza che lo stesso restava alla Pro Vercelli sino a quando questa non lo avesse posto in lista di trasferimento. Inoltre veniva deciso che Rosetta non avrebbe più potuto giocare in campionato per l'intero anno, vennero confermate le tre sconfitte a tavolino che la Juventus aveva “giuocato sotto la sua responsabilità, cioè prima della messa in lista di trasferimento del Rosetta per parte del Consiglio Federale”, mentre per quelle successive alla mesa in lista d'ufficio e il rilascio della tessera dopo il 15 dicembre, “ammessa la buona fede della Juventus” venivano omologati i risultati15


 Così il “Caso Rosetta” veniva chiuso e risolto con il decisivo intervento del CONI. Per la prima volta, quindi, l'autonomia delle componenti calcistiche veniva alterata, producendo un precedente che sarebbe stato solo prodromico per il governo fascista al successivo definitivo controllo anche della FIGC e dell'intero mondo calcistico italiano.


( Continua - 5)

 

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1AA.VV, 75° Anniversario fondazione F.I.G.C. 1898 - 1973, Federazione Italiana Giuco Calcio, Roma, 1973.

2 Cfr. Hurrà Juventus n.9 del settembre 1923; AA.VV., A-i é gnun ed pì che noi!, Bradipolibri Editore, Ivrea, 2018

4Cfr. La Gazzetta dello Sport del 9 novembre 1923

5Cfr. La Gazzetta dello Sport del 27 novembre 1923

6Cfr. La Gazzetta dello Sport del 3 dicembre 1923 e seguenti

7Cfr. La Gazzetta dello Sport del 15 e 17 dicembre 1923. Nella seduta del 15 dicembre 1923 il Consiglio Federale relativamente al reclamo sporto da Rosetta “avverso la negata applicazione, nei suoi confronti, da parte della Lega Nord, del disposto federale in materia di liste di trasferimento d'autorità (…)

ritenuto (…) non potervi essere dubbio che il giuocatore Rosetta Virginio si trovi nelle precise condizioni contemplate dalla deliberazione di massima del Consiglio Federale, ed abbia quindi il diritto di vedere applicate nei suoi confronti le norme in essa deliberazione contenute;

ritenuto altresì che la libera disponibilità dei giuocatori, in quanto il loro caso sia dichiarato identificabile con la succitata deliberazione federale, debba avere inizio dalla data stessa dell'emanata pronuncia e da quella data abbia parimenti inizio il diritto delle Società federate di assumere responsabilità e malleveria sulla posizione di giuocatori interessatati, ai sensi di analoga decisione del Consiglio Federale,

delibera:

a) il giuocatore Rosetta Virgilio è dichiarato in lista di trasferimento d'autorità a partire dal 24 novembre 1923;

b) la posizione del giuocatore Rosetta Virgilio è dichiarata sostanzialmente perfetta a partire dal 24 novembre 1923 e si ritiene legittima la responsabilità assunta dal Juventus F.C. nei confronti del detto giuocatore per le gare successive a detta data;

c) in riforma dei deliberati del Consiglio Lega Nord, il Consiglio Federale ripristina il risultato delle suddette gare quale effettivamente risulta dai rederti arbitrali (...)”.

8Cfr. La Gazzetta dello Sport del 31 dicembre 1923. Nel suo comunicato ufficiale, il Consiglio federale “(...) preso soprattutto in esame l'atteggiamento del Consiglio di Lega nei confronti delle recenti decisioni federali (…) constata come il Consiglio di Lega Nord si sia reso perfettamente solidale con la sua presidenza nell'opporsi e nel censurare atti di legislazione provvisoria e di interpretazione di statuto compiuti dal C.F., ed abbia assunta solidale responsabilità nel rifiuto di tradurre in atto le deliberazioni stesse; ravvisa in questi atti e nella motivazione dell'assemblea straordinaria di Lega Nord (…) un vero e proprio atteggiamento di indisciplina comunque di disconoscimento della superiore autorità federale; dichiara decaduto il Consiglio della Lega Nord (…) e nulla in ogni suo effetto e conseguenza la assemblea generale straordinaria di detta Lega a seguito della sua antistatutaria convocazione”.

9Cfr. La Gazzetta dello Sport del 2 gennaio 1924

10Cfr. La Gazzetta dello Sport del 7 gennaio 1924

11Cfr. La Gazzetta dello Sport del 12 gennaio 1924

12Cfr. La Gazzetta dello Sport del 15 gennaio 1924. Per approfondire tutti gli interventi che tra la metà di gennaio e gli inizi di febbraio si succedettero vedasi, tra gli altri, La Gazzetta dello Sport e Il Paese Sportivo e le relative, opposte posizioni.

13Il libro bianco che la Federazione inviò a tutte le società federate nel gennaio 1922 contiene il punto di vista federale sia per quel che attiene la promanazione giuridica dei suoi poteri e i limiti e gli ambiti di applicazione degli stessi. Inoltre contiene l'analisi del precedente sul quale si è basata la sua deliberazione in merito al “caso Rosetta”. La versione integrale di questo documento è stato consultato in Il Paese Sportivo del 20 gennaio 1924.

14Cfr. La Gazzetta dello Sport del 11 febbraio 1924

15Cfr. La Gazzetta dello Sport del 18 febbraio 1924. Risultati ufficialmente omologati nella seduta del Consiglio di Lega Nord del 1° marzo 1924.