giovedì 20 agosto 2026

⚽VIAREGGIO 1926 (Puntata 6)

6. La “fascistizzazione” del calcio (II)

L'ultimo passo del regime per il pieno controllo del calcio venne compiuto nell'estate del 1926, giusto cento anni fa.

Le annate del 1925 e del 1926 furono tumultuose e caratterizzate da numerosi episodi di violenze dentro e fuori dai campi da gioco, raggiunge un triste apice nella finale della Lega Nord tra Genoa e Bologna che si dipanò in ben cinque partite, condite da inaudite violenze tra i rispettivi tifosi1. La vicenda che portò il fascismo al pieno controllo della FIGC prese avvio dalla proclamazione di uno sciopero della classe arbitrale nel maggio del 1926, dopo che la Federazione aveva annullato la vittoria del Casale sul Torino del 7 febbraio a seguito delle vibranti proteste dei granata adducendo quale motivazione il fatto che l'arbitro non “avrebbe diretto con la dovuta serenità” l'incontro. Il campionato del 1925/26 vide molte partite sospese, rinviate e annullate. Gli arbitri erano nell'occhio del ciclone e la gara tra Torino e Casale aveva segnato il classico punto di non ritorno2.

Già da alcuni anni una commissione di saggi, chiamata Commissione dei 13 ed istituita con l'assemblea straordinaria della FIGC nell'agosto del 19253, stava lavorando per una strutturale riforma del calcio. 

La Capitale Sportiva
Nella primavera del 1926 questa Commissione statuì per il Regolamento arbitrale una bizzarra norma che prevedeva la possibilità per le società di indicare un certo numero di arbitri “non graditi”, i quali per tutta la stagione non avrebbero arbitrato quelle squadre. L'Annuario del Giuoco del Calcio italiano nell'edizione del 1929 riporta per intero il testo della norma, prevista all'art.11 del Regolamento degli Arbitri:

Ogni società, entro 10 giorni dal ricevimento dell'elenco degli arbitri, avrà diritto di indicare alla Commissione sportiva (federale) un numero di arbitri non superiore all'8% del totale contenuto nell'elenco stesso. La Commissione stessa per tutta la stagione sportiva iniziantesi, non dovrà destinare tali arbitri alla direzione delle partite che la società che li ha indicati dovrà disputare sia sul proprio campo sia su campo avversario.

Le Società non sono tenute a dichiarare i motivi della indicazione salvo si tratti di casi di indegnità”4

Ovviamente questa norma non venne accolta bene dal mondo arbitrale e al termine di una riunione tra tutti gli arbitri, il 30 maggio 1926 l'Associazione degli Arbitri emanò un durissimo comunicato:

Il Consiglio plenario dell'Associazione Italiana degli Arbitri, riunito ieri a Milano, presa in esame la situazione creatasi in seguito alle ultime decisioni degli Enti Federali (…) delibera alla unanimità di invitare i colleghi di tutte le categorie a ritornare alla Commissione sportiva entro il giorno 5 giugno 1926 la tessera di arbitro, spontaneamente rinunciando ad assolvere l'ufficio, che non è più tutelato da leggi scritte, ma è abbandonato all'arbitrio di parte.5

In una parola, sciopero.

Insomma c'era il concreto rischio che il campionato non vedesse la fine perché ovviamente non si poteva giocare senza arbitro, ma fu qui che intervenne in maniera decisa il regime. Per trovare una soluzione venne investito della questione il C.O.N.I. - ente controllato dal regime – il cui presidente, come abbiamo visto, già dal 1925 era Lando Ferretti, nominato direttamente da Mussolini. Ferretti ci mise molto poco ad intervenire. Convocati – anche su impulso del Segretario generale del PNF Turati – i rappresentanti di FIGC e AIA al fine di definire la vertenza ed uscire dalla difficile situazione, ordinava l'immediata cessazione dell'agitazione arbitrale e la ripresa del campionato con un lungo ed articolato comunicato che terminava con toni perentori:“(...) la situazione di fatto creatasi a seguito dell'annullamento e della ripetizione della gara in causa debba essere accettata disciplinatamente dalle Società e dagli arbitri”6.

Quella riunione non segnava, però, la fine della vicenda: era, al contrario, era prodromica al regime per poter chiudere il cerchio esercitando la giusta pressione sugli organi federali. Ferretti, infatti, a fine giugno otteneva le dimissioni dell'intero Consiglio federale, i cui poteri finivano proprio nella mani del presidente del CONI. Il 27 giugno la Presidenza federale rassegnava il proprio mandato e contestualmente deliberava “(...) di pregare il Presidente del C.O.N.I. a voler assumere immediatamente tutti i poteri federali, nessuno escluso”7.

A quel punto Ferretti aveva mano libera e non perdeva certo tempo. Nella riunione del 7 luglio la Presidenza del CONI nominava una commissione di tre saggi composta da Giovanni Mauro quale presidente dell’Associazione Italiana Arbitri, il segretario del partito fascista romano Italo Foschi e il presidente del Bologna Paolo Graziani con il compito di riformare radicalmente l'organizzazione calcistica italiana. Nello specifico ai tre esperti veniva demandata la soluzione alle seguenti questioni:

a) Assegnazione delle Società alle varie categorie e organizzazione dei campionati;

b) Classifica dei giocatori;

c) Sistemazione tributaria;

d) Fissazione delle gerarchie dell'ente.

Ovviamente, il mandato si concludeva con una precisazione tanto superflua quanto puntuale e chiarificatrice dell'impronta autoritaria e verticistica che si sarebbe data anche al mondo calcistico: “(...) riservandosi ogni decisione alla Presidenza del C.O.N.I.”8

A fine luglio La Gazzetta dello Sport riportava una breve intervista rilasciata da Ferretti nella quale il gerarca fascista trasmetteva la sicurezza che entro metà agosto tutto sarebbe stato sistemato e la FIGC avrebbe ripreso la sua normale attività, specificando due concetti molto precisi, due linee guida programmatiche del fascismo. Da un lato Ferretti senza giri di parole aveva ben chiaro come il calcio avrebbe dovuto piegarsi alla visione sportiva fascista: “(...) naturalmente molto sarà rinnovato non solo nella lettera, ma anche negli spiriti perché l'ambiente calcistico deve subordinare la propria attività alla nuova concezione che dell'educazione fisica ha il fascismo”. Dall'altro non aveva timore alcuno ad affermare come non ci sarebbe più stato spazio per il dibattito democratico nel nuovo calcio fascista, auspicando che finisse “la mania di presentare reclami da parte delle società e il malvezzo dei dirigenti di discutere con sottigliezze curialesche sui reclami sporti”9. A promemoria per il pubblico che era esso stesso da piegare e e convincere del nuovo corso, La Capitale Sportiva nel numero del 21 giugno aveva già chiarito quale sarebbe stata la nuova linea da seguire nella “radicale sistemazione dell'organizzazione calcistica nazionale. La quale ha bisogno di essere epurata al Nord e al Sud da tutti quegli elementi penetrati nella F.I.G.C., come in tutte le Federazioni sportive, con mire di politica, di speculazione,d'intrighi in vario senso, mire sì bene in altri campi individuate e sì decisamente stroncate dal fascismo d'azione”10.

In breve, il fascismo avrebbe messo fine all'era liberale del calcio, come peraltro aveva già posto fine a quella sportiva e politica.


( Continua - 6)

 

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2Carlo, F., Chiesa, La grande storia del calcio italiano , pubblicata a puntate su GS Guerin Sportivo

3Cfr. La Gazzetta dello Sport del 28 luglio 1925 e del 18 agosto 1925. Già durante i lavori dell'assemblea della Lega Nord del 26 luglio, i delegati sul punto avevano mostrato unanime orientamento favorevole, votando peraltro un ordine del giorno che pur approvando i principi informatori, dava mandato alla commissione incaricata di proporre quei concetti all'assemblea straordinaria di agosto.

4Cfr. Annuario del Giuoco del Calcio italiano, Vol. 2, Società Tipografica Modenese, Modena, 1929

5 Cfr. La Stampa del 31 maggio 1926; Cfr. La Gazzetta dello Sport del 31 maggio 1926.

6 Cfr. La Gazzetta dello Sport del 14 giugno 1926. Nel comunicato il Presidente del CONI puntualizzava come la Federazione “(...) nelle sue decisioni che si riferiscono alla vertenza in corso ha inteso usare soltanto dei poteri che le sono conferiti dai diritti di suprema gerarchia del Football nazionale, come dà atto che l'A.I.A. ha inteso colla sua azione difendere i diritti dei propri associati senza peraltro voler pregiudicare lo svolgimento dei campionati.” Si dava atto inoltre del fato che la motivazione della decisione federale di annullare l'incontro tra Casale e Torino “non intende avere valore di nuova massima giurisprudenziale” e che “la motivazione lamentata dagli arbitri, per esplicita dichiarazione dei delegati della federazione, non intese intaccare come non intacca la dignità e la personalità degli arbitri tutti”.

7Cfr. La Gazzetta dello Sport del 28 giugno 1926

8Cfr. La Gazzetta dello Sport del 8 luglio 1926. L'impronta autoritaria e la visione patriottica e nazionalista di stampo fascista la si evince anche in altre decisioni prese sempre in quell'occasione, specialmente là dove venivano stabilite sanzioni sia per i calciatori che non avessero voluto partecipare alla tournée della Nazionale in Svezia, sia alle società che non avessero fatto tutto il necessario per evitare le defezioni. Il tutto “rilevando come sia dovere di ogni italiano, e specialmente di ogni sportivo degno di questo nome, sacrificarsi se necessario per la affermazione dei nostri colori in un cimento internazionale”.

9Cfr. La Gazzetta dello Sport del 27 luglio 1926

10Cfr. La Capitale Sportiva del 21 giugno 1926

 

giovedì 13 agosto 2026

⚽VIAREGGIO 1926 (Puntata 5)

5. La “fascistizzazione” del calcio (I)

Il calcio italiano degli anni'20 era scosso da violenti polemiche e duri scontri al proprio interno che fomentavano la già di suo inquieta folla che sempre più seguiva, discuteva e si appassionava alle vicende calcistiche. A ciò si accompagnava una grave crisi finanziaria e di “potere” che attanagliava gli enti del calcio dell'epoca, passati da scontri, scissioni, riappacificazioni e nuove partenze. Quel che accadde nel 1926 offrì il pretesto al regime per rafforzare in maniera decisiva la sua presenza e la sua influenza all'interno delle strutture calcistiche.

Occorre, però, fare un passo indietro.

L'assemblea del 1922 aveva segnato non solo la pacificazione e la ritrovata unità all'interno del sistema calcistico italiano, dopo la gravissima crisi del biennio precedente, ma soprattutto aveva dimostrato con i fatti l'enorme vitalità del suo gruppo dirigente. Vitalità che – come bene rileva Ghirelli – fece da volano ad un “prodigioso sviluppo tecnico” al quale “corrispose un graduale mutamento del regime economico che normava i rapporti tra società e giocatori”. Le fondamenta del profondo dissidio che era appena stato ricomposto con molta fatica tra piccole e grandi società si basava su concetti moderni ed ancora oggi del tutto attuali quali incassi e appetibilità delle partite: chiaro dunque che il successo del gioco del calcio si iniziava a misurare non più soltanto dai risultati sul campo, ma anche sul valore finanziario dei protagonisti e, di conseguenza, sulla loro preparazione atletica si dispiegava l'organizzazione dei campionati. I calciatori, soprattutto i migliori, facevano sempre più la differenza ed iniziava ad essere ormai inevitabile che questi rivolgessero una parte sempre maggiore del loro tempo al gioco del calcio a discapito della vita lavorativa, e che pertanto il tempo dedicato al gioco del calcio andasse retribuito in qualche modo1. Il tema del professionismo da sottotraccia spingeva sempre più verso la superficie e, come vedremo, con alcuni casi clamorosi che sarebbero scoppiati nei mesi e anni successivi avrebbe fornito il destro al regime fascista di occuparsi del gioco del calcio. 

Hurrà Juventus, settembre 1923

Quando, quindi, tutto pareva risolto e il calcio italiano destinato a marciare solido e compatto, ecco che nel 1923 una serie di “casi” legati al trasferimento di calciatori scombussolò nuovamente l'ambiente. Già ad inizio settembre vi fu il caso del vercellese Gustavo Gay che dalla Pro Vercelli si trasferì al Milan, ma ciò che fece davvero clamore e aprì una nuova fase fu il “Caso Rosetta” sempre nell'autunno di quell'anno. In sintesi. In settembre la Pro Vercelli per ragioni economiche aveva inviato una lettera a tutti i suoi giocatori per chieder loro chi volesse restare – non pagato – e chi invece volesse andarsene: Rosetta e Gay avevano comunicato la scelta di non voler restare, ma mentre il primo semplicemente si fermò in attesa degli eventi, Gay – forte di un preaccordo con il Milan – chiese di essere inserito nella lista di trasferimento e, senza voler qui ricostruire l'intera vicenda, il giocatore venne accontentato e passò dunque ai rossoneri. A questo punto entrava in scena la Juventus, la nuova Juventus che da poche settimane era entrata nell'orbita della famiglia Agnelli2. I bianconeri, visto che Rosetta non aveva giocato alcune amichevoli, decisero di ingaggiarlo, ma le cose andarono in maniera alquanto diversa rispetto a ciò che era accaduto per Gay, ingenerando una serie di situazioni che portarono ad un vero terremoto3. Nella seduta del 7 novembre la Presidenza della Lega Nord, chiamata a deliberare sulla richiesta del giocatore Rosetta, “(...) ritenendo che per la posizione di questo giocatore non concorrano gli stessi elementi in base ai quali il Consiglio della Lega ha deliberato la messa in lista di trasferimento d'autorità del giocatore Gay (…) decide di sottoporre la richiesta del Rosetta alla prima adunanza del Consiglio stesso”4. Da un punto di vista squisitamente oggettivo, Rosetta presenta le dimissioni dalla Pro Vercelli e producendo la lettera della società vercellese di accettazione delle dimissioni chiede – sulla scorta di quanto deliberato pochi giorni prima dalla Presidenza di Lega – di essere posto d'ufficio in lista di trasferimento. La Presidenza di Lega Nord, però, anziché uniformarsi alla sua precedente deliberazione, rimanda la questione al giudizio del Consiglio. La vicenda si va ad incasellare in un intricato labirinto di giochi di potere e di difesa spesso di facciata e di comodo del dilettantismo, tutto riportato nell'atavica e mai risolta contrapposizione tra le due anime economicamente e politicamente più rilevanti nella vita calcistica, Milano e Torino. Rosetta a quel punto presentava ricorso alla Federazione che nella seduta del 24 novembre accoglieva, stabilendo così che “la deliberazione delle società sportive che accettano le dimissioni da socio dei propri giocatori ne provoca la messa in lista di trasferimento d'autorità, da parte degli Enti federali”5. Il calciatore, di conseguenza, il giorno successivo giocò con la Juventus nella partita vinta contro il Modena e da lì un nuovo putiferio. Il Modena sporse reclamo alla Lega e si vide assegnare la vittoria a tavolino, e a sua volta la Juventus spiegava reclamo alla Presidenza Federale insistendo nello schierare in campo il Rosetta nelle partite successive e così incorrendo nei ricorsi delle avversarie, ricorsi tutti vinti6. Si andò avanti così fino a quando, a metà dicembre, il Consiglio Federale capovolse i verdetti della Lega Nord, restituendo ai bianconeri i punti conquistati sul campo e tolti a tavolino dalla Lega7

 A quel punto il presidente della Lega Nord rassegnò le dimissioni e l'ente radunò un'assemblea straordinaria per il 6 gennaio 1924. Il 30 dicembre il Consiglio federale in una riunione d'urgenza dichiarava decaduto l'intero Consiglio direttivo della Lega Nord e annullava l'assemblea indetta per il 6 gennaio sostituendola con quella federale fissata per il 9 febbraio8. La Lega Nord tirava però dritta per la propria strada9 e celebrava comunque la propria assemblea il 6 gennaio, a Milano, ove confluirono i delegati di ben 170 società. In quella sede l'assemblea della Lega Nord votava un ordine del giorno nel quale, oltre a respingere le dimissioni del Consiglio di Lega reputando che non fosse di competenza federale il suo scioglimento, riaffermava l'inderogabilità delle norme statutarie “suprema garanzia e presupposto necessario di vita per tutti gli Enti federati”. Inoltre ribadiva che “in materia di liste di trasferimento ogni interpretazione estensiva è contro la lettera e lo spirito dello Statuto, nel bene inteso interesse della attività sportiva nazionale”. Peraltro il punto che qua più interessa era l'auspicio che Consiglio federale e Consiglio della Lega Nord sapessero trovare, nel lasso di tempo che separava dall'assemblea federale del 9 febbraio, una composizione alla diatriba prevedendo in caso contrario già il preciso mandato al Consiglio di Lega di “richiedere l'intervento del C.O.N.I. per la nomina di una Commissione la quale dirima qualsiasi controversia che possa, comunque, danneggiare lo svolgimento delle gare internazionali e della preparazione olimpionica”10.

In altre parole, l'intervento del governo. 

E il CONI non ci mise molto ad intervenire. In data 11 gennaio la Presidenza del CONI, infatti, riunita d'urgenza per esaminare la situazione del calcio deliberava “di invitare la P. F. a considerare il Consiglio della Lega Nord legalmente in carica fino al giorno dell'assemblea e il Consiglio della Lega Nord e i Comitati Regionali dipendenti a rimanere disciplinati al loro posto”11. Il 14 gennaio la Presidenza federale raccoglieva l'invito rivoltole dal CONI consentendo che il Consiglio della Lega Nord riprendesse le sue facoltà e i suoi poteri, ma a condizione che “il Consiglio stesso di Lega Nord, ritornando disciplinato al suo posto, riconosca e traduca in atto nella sua prossima seduta le pronunce tutte del Consiglio federale tuttora in sospeso o reietta e ne dia regolare atto in un comunicato ufficiale”12. Quindi, il CONI chiedeva che il Consiglio di Lega Nord fosse riammesso (blah) in carica, ma la Presidenza federale pareva subordinare questo atto al riconoscimento di controparte di tutte le norme emanate, quindi anche quelle relative all'interpretazione sul tema delle liste di trasferimento. Il 20 gennaio il Consiglio federale emanava un proprio libro bianco con il quale puntava a dimostrare di aver sempre agito nell'ambito ed entro i limiti dello Statuto e dei regolamenti federali, sottolineando peraltro come essi non “possono essere considerati immutabili quando la lettera non ne esprime esattamente lo spirito, ma debbano – a suo avviso – poter essere illuminati da una savia prudente e moderata interpretazione sportiva”. Il Consiglio, pertanto, procedeva ad illustrare le motivazioni addotte sul “caso Rosetta” andandole a conformare ad altro analogo caso del 1922 che la Federazione risolse analogamente a quanto deliberato per Rosetta, con piena aderenza in quella circostanza da parte della Lega Nord13.

Si arrivò così all'assemblea federale straordinaria del 9 febbraio, alla quale venne chiamato a presiedere significativamente il Comm. Tonelli, in rappresentanza del CONI. In quell'assemblea con una netta maggioranza venne votata la sfiducia al Consiglio federale che si dimise e al suo posto fu nominato un Direttorio formato da sette membri con il compito di occuparsi della straordinaria amministrazione sino a luglio. In quella stessa assemblea, successivamente, venne anche deciso che si potessero riprendere in esame e discussi tutti i casi esaminati dal Consiglio federale, quindi anche quello relativo a Rosetta14. Senza voler qui entrare nel dettaglio delle successive fasi riguardanti la posizione del calciatore, basti dire che nella prima riunione del Direttorio del 17 febbraio, questi deliberò “come non emessa la tessera a favore” del giocatore, con la conseguenza che lo stesso restava alla Pro Vercelli sino a quando questa non lo avesse posto in lista di trasferimento. Inoltre veniva deciso che Rosetta non avrebbe più potuto giocare in campionato per l'intero anno, vennero confermate le tre sconfitte a tavolino che la Juventus aveva “giuocato sotto la sua responsabilità, cioè prima della messa in lista di trasferimento del Rosetta per parte del Consiglio Federale”, mentre per quelle successive alla mesa in lista d'ufficio e il rilascio della tessera dopo il 15 dicembre, “ammessa la buona fede della Juventus” venivano omologati i risultati15


 Così il “Caso Rosetta” veniva chiuso e risolto con il decisivo intervento del CONI. Per la prima volta, quindi, l'autonomia delle componenti calcistiche veniva alterata, producendo un precedente che sarebbe stato solo prodromico per il governo fascista al successivo definitivo controllo anche della FIGC e dell'intero mondo calcistico italiano.


( Continua - 5)

 

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1AA.VV, 75° Anniversario fondazione F.I.G.C. 1898 - 1973, Federazione Italiana Giuco Calcio, Roma, 1973.

2 Cfr. Hurrà Juventus n.9 del settembre 1923; AA.VV., A-i é gnun ed pì che noi!, Bradipolibri Editore, Ivrea, 2018

4Cfr. La Gazzetta dello Sport del 9 novembre 1923

5Cfr. La Gazzetta dello Sport del 27 novembre 1923

6Cfr. La Gazzetta dello Sport del 3 dicembre 1923 e seguenti

7Cfr. La Gazzetta dello Sport del 15 e 17 dicembre 1923. Nella seduta del 15 dicembre 1923 il Consiglio Federale relativamente al reclamo sporto da Rosetta “avverso la negata applicazione, nei suoi confronti, da parte della Lega Nord, del disposto federale in materia di liste di trasferimento d'autorità (…)

ritenuto (…) non potervi essere dubbio che il giuocatore Rosetta Virginio si trovi nelle precise condizioni contemplate dalla deliberazione di massima del Consiglio Federale, ed abbia quindi il diritto di vedere applicate nei suoi confronti le norme in essa deliberazione contenute;

ritenuto altresì che la libera disponibilità dei giuocatori, in quanto il loro caso sia dichiarato identificabile con la succitata deliberazione federale, debba avere inizio dalla data stessa dell'emanata pronuncia e da quella data abbia parimenti inizio il diritto delle Società federate di assumere responsabilità e malleveria sulla posizione di giuocatori interessatati, ai sensi di analoga decisione del Consiglio Federale,

delibera:

a) il giuocatore Rosetta Virgilio è dichiarato in lista di trasferimento d'autorità a partire dal 24 novembre 1923;

b) la posizione del giuocatore Rosetta Virgilio è dichiarata sostanzialmente perfetta a partire dal 24 novembre 1923 e si ritiene legittima la responsabilità assunta dal Juventus F.C. nei confronti del detto giuocatore per le gare successive a detta data;

c) in riforma dei deliberati del Consiglio Lega Nord, il Consiglio Federale ripristina il risultato delle suddette gare quale effettivamente risulta dai rederti arbitrali (...)”.

8Cfr. La Gazzetta dello Sport del 31 dicembre 1923. Nel suo comunicato ufficiale, il Consiglio federale “(...) preso soprattutto in esame l'atteggiamento del Consiglio di Lega nei confronti delle recenti decisioni federali (…) constata come il Consiglio di Lega Nord si sia reso perfettamente solidale con la sua presidenza nell'opporsi e nel censurare atti di legislazione provvisoria e di interpretazione di statuto compiuti dal C.F., ed abbia assunta solidale responsabilità nel rifiuto di tradurre in atto le deliberazioni stesse; ravvisa in questi atti e nella motivazione dell'assemblea straordinaria di Lega Nord (…) un vero e proprio atteggiamento di indisciplina comunque di disconoscimento della superiore autorità federale; dichiara decaduto il Consiglio della Lega Nord (…) e nulla in ogni suo effetto e conseguenza la assemblea generale straordinaria di detta Lega a seguito della sua antistatutaria convocazione”.

9Cfr. La Gazzetta dello Sport del 2 gennaio 1924

10Cfr. La Gazzetta dello Sport del 7 gennaio 1924

11Cfr. La Gazzetta dello Sport del 12 gennaio 1924

12Cfr. La Gazzetta dello Sport del 15 gennaio 1924. Per approfondire tutti gli interventi che tra la metà di gennaio e gli inizi di febbraio si succedettero vedasi, tra gli altri, La Gazzetta dello Sport e Il Paese Sportivo e le relative, opposte posizioni.

13Il libro bianco che la Federazione inviò a tutte le società federate nel gennaio 1922 contiene il punto di vista federale sia per quel che attiene la promanazione giuridica dei suoi poteri e i limiti e gli ambiti di applicazione degli stessi. Inoltre contiene l'analisi del precedente sul quale si è basata la sua deliberazione in merito al “caso Rosetta”. La versione integrale di questo documento è stato consultato in Il Paese Sportivo del 20 gennaio 1924.

14Cfr. La Gazzetta dello Sport del 11 febbraio 1924

15Cfr. La Gazzetta dello Sport del 18 febbraio 1924. Risultati ufficialmente omologati nella seduta del Consiglio di Lega Nord del 1° marzo 1924.

 

giovedì 6 agosto 2026

⚽VIAREGGIO 1926 (Puntata 4)

 

4. La “fascistizzazione” dello sport (II)


Iniziata così la progressiva “fascistizzazione” delle strutture sociali e statali ad opera del regime, anche il mondo dello sport iniziava a subire modifiche e “riscritture”. Intanto il mondo sportivo si andava legando a quello dell'istruzione, e la prima mossa del fascismo in quell'anito fu un radicale cambiamento dell'insegnamento dell'educazione fisica nelle scuole. Già l'indomani della Grande guerra la situazione dell'educazione fisica era grave e lacunosa, con insegnanti numericamente e qualitativamente insufficienti e programmi vecchi, tanto che era diventato argomento di discussione la stessa opportunità che l'insegnamento dell'educazione fisica restasse nelle scuole. Il dibattito era molto acceso e il confronto serrato e francamente inconciliabile tra chi riteneva preferibile che l'insegnamento restasse nelle scuole, chi al contrario lo spingeva fuori dalla scuola e chi, invece, riteneva dovesse essere affidato all'esercito1. In tale contesto, salito il fascismo al potere, il Ministro della Pubblica Istruzione Giovanni Gentile prese la decisione di portare al di fuori della scuola l'insegnamento dell'educazione fisica con l'istituzione attraverso il R.D. 684 del 15 marzo 1923 dell'Ente nazionale per l'educazione fisica2

La Gazzetta dello Sport

L'ENEF era un ente alle dipendenze del Ministero della Pubblica Istruzione e le lezioni di educazione fisica degli alunni della scuola secondaria erano sotto la guida degli istruttori delle società di ginnastica indicate dall’ente e svolte negli impianti iscritti all’ente. L’E.N.E.F., per motivi economici, logistici e per mancanze di risorse umane, andò a morire nel 1926. Successivamente con la legge n. 2247 del 3 aprile 1926, veniva istituita l'Opera Nazionale Balilla per l'assistenza e l'educazione fisica e morale della gioventù. Con detta legge e con i successivi R.D. del 20 novembre 1927 e del 12 settembre 1929 il regime “metteva definitivamente le mani” sull'insegnamento dell'educazione fisica nelle scuole attraverso un sistema di controllo nuovo rispetto alle esperienze passate in quanto anche se l'ONB agiva al di fuori della scuola, allo stesso tempo essa era all'interno della scuola medesima poiché gli insegnanti di ginnastica passavano direttamente alle sue dipendenze3. Di Donato riporta nel suo libro una nota su “Il problema dell'educazione fisica “ dell'ufficio stampa dell'O.N.B. Del 9 giugno del 1927, siglato S., dove si legge “Risolvere il problema dell'educazione fisica significa affrontare in pieno tutto il problema educativo, significa sottoporre a revisione tutta la scuola italiana”. In quella nota – prosegue il Di Donato – viene ricordato ciò che si fa nella scuola inglese, nella quale “il giuoco è un'istituzione” e viene messo in rilevo come nella squadra si faccia appello alla forza spirituale degli allievi, al loro senso d'onore e al loro amor proprio, spronandoli alla cooperazione e alla responsabilità. Insomma, l'insegnante inglese sa che deve formare non dei sapienti, ma degli uomini, prefiggendosi uno scopo non culturale bensì morale ed educativo. Questo è ciò che deve essere imitato: alla scuola l'istruzione, all'O.N.B. l'educazione. Eppure in quel documento veniva posto in rilievo come per poter raggiungere le sue finalità, l'O.N.B. Avrebbe dovuto avere la signoria assoluta nel campo dell'educazione fisica. Il regolamento dell'O.N.B. prevedeva espressamente che le proprie reclute le avrebbe dovute trarre dalle pubbliche scuole, e che i comandanti dei reparti Balilla avrebbero dovuti essere scelti tra gli insegnanti di educazione fisica: “Così l'insegnante di educazione fisica farà parte del corpo insegnante della scuola ed avrà voce in capitolo nei Consigli degli insegnanti”4.

“Conquistare” il controllo del CONI e quindi porlo sotto il diretto controllo del potere politico era l'obiettivo finale che venne raggiunto nel 1926 quando il CONI venne trasformato in organo posto sotto il diretto controllo del PNF. La decisione Mussolini la prese aderendo alle indicazioni che erano emerse dai lavori della “Commissione Reale per lo studio di un progetto relativo all'ordinamento dell'educazione fisica e della preparazione militare del Paese”, istituita nel 1925 sotto la direzione del generale Grazioli, con lo scopo di “risolvere, una buona volta in modo completo il capitale problema del miglioramento fisico della nostra razza”. Questa Commissione raccomandava di salvaguardare Società e Federazioni sorte in età liberale in quanto rappresentavano un prezioso capitale tecnico-culturale da non disperdere, “(...) un poderoso esercito sportivo, ricco di campi, di palestre, d'attrezzi, d'imbarcazioni, di mezzi d'ogni sorta, ricco, soprattutto, di fede e di entusiasmo. Basta perfezionarlo nei quadri, potenziarlo nei compiti”, quindi, esercitarne il controllo tecnico, morale e politico senza peraltro “ferirne la suscettibilità”. Come fare? A questa seconda domanda rispondeva la seconda raccomandazione scaturita dai lavori della Commissione. Occorreva imprimere un indirizzo chiaro ed organico a tutto il sistema sportivo attraverso il controllo politico del CONI che sarebbe dovuto diventare la centrale unica di coordinamento5.

Come appurato dalla storiografia, il Fascismo non si interessò al fenomeno sportivo, e calcistico in particolare, per mera passione, bensì per oggettive motivazioni di carattere politico che spaziavano dalla politica interna alla politica estera. Lo sport come strumento di “distrazione di massa”, si direbbe oggi, ma anche un mezzo efficace, grazie ai successi internazionali dei “campioni”, per infondere un senso di nazionalismo che – in ultima analisi – coincideva con l'appartenenza fascista6. Lo sport e più in generale l'attività fisica e ricreativa diventarono uno degli strumenti più efficaci del regime “per creare una cultura popolare fascista, per attirare masse e per creare un senso di comunità e di identità nazionale in riferimento a simboli, miti, rituali e luoghi”7.

Già durante il Primo conflitto mondiale, su molti fronti gli ufficiali dei vari eserciti ritenevano utile far disputare incontri di calcio, rugby ed esercizi ginnici ai soldati al fine di temprarne e formarne il carattere e il fisico, durante le lunghe giornate in trincea. Mussolini – dal canto suo – pare aver assorbito e condiviso questa visione, in quanto riteneva che la pratica sportiva fosse necessario completamento della preparazione militare del “cittadino soldato”: è la chiusura di quel percorso iniziato nel 1833 quando sotto il Re di Sardegna Carlo Alberto a Torino lo svizzero Rodolfo Obermann aprì una prima scuola di educazione fisica per gli artiglieri e proseguito quindi con l'introduzione da parte del Ministero della Guerra dell'obbligatorietà della ginnastica nell'addestramento militare8.

Lando Ferretti, gerarca fascista e presidente del C.O.N.I. dal 1925 al 1928, spiega molto bene quale fu l'approccio del Fascismo allo sport in un estratto dal fondamentale lavoro di Antonio Ghirelli “Storia del calcio in Italia”:

“Politico – e solo politico! - Mussolini vide, anche nello sport, e apprezzò il lato politico. Per essere più precisi: la sua funzione politico-sociale. All'inizio lo sport indubbiamente era, ed è, nemico della lotta di classe, affratellatore e livellatore di gente proveniente dai più diversi ceti, tutta fusa da una passione comune e tesa verso la stessa meta. Inoltre costituisce, coi suoi spettacoli, il diversivo migliore per la gioventù, altrimenti convogliata verso attività di partiti politici.”9

Renato Ricci, animatore dell'ONB spiegava cosa si dovesse intendere per educazione fisica: “(...) quel complesso di attività fisiche volontarie che sono in grado di conservare e migliorare lo stato di salute e le forze fisiche e di vivificare e disciplinare le qualità dello spirito10”.

Lo sport, dunque, venne subito percepito da Mussolini come uno degli strumenti migliori e più efficaci per educare e rendere totalitaria la società, assieme al lavoro: per lo sport venne istituita l'Opera Nazionale Balilla, per il lavoro l'Opera nazionale del Dopolavoro. Come sintetizza bene Dogliani, sia lo sport sia il lavoro “necessitavano di volontà, disciplina e sforzo”11.

Infine, interessante riportare le parole di Giunio Salvi, commissario dell'ENEF dal 1924 al 1926 – che qua vengono riprese dal lavoro di Domenico Elia – tratte dalla relazione conclusiva del suo lavoro presentata in Parlamento:

L'educazione fisica deve essere parte integrante di tutto il sistema educativo che lo Stato attua per la più perfetta formazione del Cittadino, sistema che è uno e inscindibile, comprendendo insieme unite in un solo indirizzo ed in una sola finalità pedagogica, educazione intellettuale, educazione morale e educazione fisica”12.

Oltre a questo, lo sport serviva al regime per raggiungere anche un altro importante scopo, quello cioè di infondere negli italiani un marcato sentimento di orgoglio nazionale. Per arrivare a ciò indispensabile fu la figura dell'atleta che mietendo successi in campo internazionale da un lato aumentava il senso di appartenenza delle masse e dall'altro ingigantiva il prestigio internazionale di Mussolini e del regime stesso. A tal proposito, interessante è riportare qua, attraverso sempre il lavoro del Ghirelli, le parole che Mussolini pronunciò in occasione del raduno del 28 ottobre 1934 a Roma di tutti gli atleti italiani:

Voi, atleti di tutta Italia, avete dei particolari doveri. Voi dovete essere tenaci, cavallereschi, ardimentosi. ricordatevi che quando combattete oltre i confini, ai vostri muscoli e soprattutto al vostro spirito è affidato in quel momento l'onore e il prestigio sportivo della Nazione. Dovete quindi mettere tutta la vostra energia, tutta la vostra volontà, per raggiungere il primato in tutti i cimenti della terra, del mare e del cielo”13 .

Se, quindi, la politica sportiva era centrale nella visione statale fascista, necessario era controllare anche lo sport che più di ogni altro stava conoscendo un'ascesa vertiginosa e si apprestava a diventare sport popolare e di massa: il calcio. E di questo inizieremo a trattare nella prossima puntata.


( Continua - 4)

 

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1Di Donato, Michele, Storia dell'educazione fisica e sportiva. Indirizzi fondamentali, Roma, Studium, 1984

2Cfr. La Gazzetta dello Sport del 9 marzo 1923

3Guido, Pizzamiglio, L'evoluzione dell'educazione fisica e sportiva nella scuola media italiana dalla riforma Gentile ai giorni nostri, sta in Scritti di storia e legislazione scolastica, Parma, Casanova, 1993

4Di Donato, 1984, Op. Cit.

5Per approfondire cfr. Landoni, 2016, Op. cit. Caduto in disgrazia Finzi dopo essere stato costretto alle dimissioni in quanto coinvolto nel delitto Matteotti, nel dicembre del 1925 venne eletto a presidente del CONI Lando Ferretti. Con il nuovo statuto del 1926-27 venne abolito il sistema elettivo ed introdotto il meccanismo delle nomine. L'art.3 del nuovo Statuto del CONI prevedeva, infatti, che il Presidente del CONI sarebbe stato nominato dal Capo del Governo Nazionale su proposta del Segretario Generale del Partito. Cfr. La Gazzetta dello Sport del 25 febbraio 1927

6Bassetti, Remo, Storia e storie dello sport in Italia. Dall'Unità ad oggi, Venezia, Marsilio, 1999

7Dogliani, Patrizia, 2008, Op. cit.

8Giacomo, Zanibelli, La scuola al fronte: l'educazione fisica come strumento di “vocazione” patriottica. Dalle sonnacchiose aule dell'italietta alla trincea. Il caso senese, sta in Lo sport alla Grande Guerra, Quaderni della SISS, n.4 Serie Speciale, 2015

9 Antonio, Ghirelli, Storia del calcio in Italia, Torino, Einaudi, 1967

10Guido, Pizzamiglio, 1993, Op. cit.

11Dogliani, Patrizia, 2008, Op. cit.

12Elia, Domenico, Giunio Salvi e il commissariamento dell'Ente nazionale per l'educazione fisica (1924 – 1926), sta in Lo sport durante il fascismo. Ricerche storiche e prospettive storiografiche, Quaderni della SISS, n.11, 2024

13 Cfr. La Stampa del 29 ottobre 1934

lunedì 3 agosto 2026

BREVE STORIA DELL'ASSOCIAZIONE CALCIO REGGIANA (Puntata 6)


Sesta puntata della breve storia della Reggiana per spazioreggio.it.         I primi giorni di giugno del 1989 piazza Tienanmen si sporca del sangue del desiderio di essere liberi, mentre a Reggio la fontana davanti al teatro Municipale (quella del XX secolo, la più amata dai reggiani) si anima dei tifosi della Reggiana che festeggiano, dopo sei anni di Serie C1, la promozione in Serie B. 
👉 La sesta Puntata la trovate QUI


giovedì 30 luglio 2026

⚽VIAREGGIO 1926 (Puntata 3)

 

3. La “fascistizzazione” dello sport (I)

Sin dalle sue origini, come abbiamo brevemente fatto cenno, il movimento fascista intuì quale potente strumento di lotta politica poteva essere lo sport e così lo usò per disintegrare lo stato liberale e per creare una fitta rete di relazioni con il mondo borghese ed imprenditoriale.

Scandagliare le inevitabili piccole crepe che il dibattito democratico considera comunque endemiche nel processo decisionale condiviso, insinuarsi in quelle crepe, dilatandole, mettendole in evidenza, accentuando motivi di frizione per arrivare così al punto di rottura, ed infine lavorare per proporsi quale soluzione e – obiettivo finale di questo processo – prendere possesso dei ruoli apicali. Il fascismo lo farà con il calcio e prima ancora con lo sport, sfruttando il malcontento del mondo sportivo verso la vecchia politica liberale, intessendolo con gli interessi del mondo imprenditoriale. Una delle strategie di presa del potere del fascismo fu proprio quella di trasformare progressivamente l'assetto economico del Paese assicurandosi l'appoggio degli ambienti imprenditoriali e dei centri finanziari1.

Protagonista di quel sottile lavoro di collegamento tra Mussolini e i grandi interessi economici e pure di rottura con il passato fu l'onorevole Aldo Finzi, scelto da Mussolini non a caso.

Aldo Finzi (wikipedia)

Personaggio di spessore nell'immaginario fascista, Aldo Finzi era una specie di “prototipo” della figura dell'uomo fascista: volontario nella Grande guerra, amante del volo e sportivo appassionato2, tanto che La Gazzetta dello Sport gli dedicò un ritratto in prima pagina nell'edizione del 19 maggio 19213 . Diventato presidente del Gruppo parlamentare sportivo – costituitosi il 22 giugno4 – Finzi, in occasione della discussione sull'indirizzo di risposta al discorso della Corona che aveva inaugurato la nuova legislatura, pronunciò un conciso ma efficace intervento – come sottolineato da Landoni – in “discontinuità e rottura rispetto al vecchio ordine liberale”5 che risultò particolarmente apprezzato da tutto il mondo sportivo. Poche e precise parole programmatiche che facevano capire quale interesse avrebbe avuto lo sport e l'educazione fisica per i fascisti, poche parole di critica e protesta “(...) per la mancanza nel discorso della Corona anche di un solo accenno all'educazione fisica del popolo, che è fattore altamente morale di civiltà”, quindi il forte auspicio che con la nuova Legislatura ci si occupasse del tema, “(...) fattore di elevamento non solo della forza fisica della Nazione, ma altresì della sua forza morale”6.

Che uno degli obiettivi dei fascisti fosse quello di rompere con il passato, delegittimare l'intera classe dirigente liberale e procedere ad una sostituzione con uno Stato nuovo, energico, eroico era chiaro, tanto sul piano politico quanto su quello sportivo. Il fuoco fascista nel campo della politica sportiva nel 1921 si concentrò così sulla figura del presidente del CONI, Carlo Montù. Liberale, dirigente sportivo, già presidente della FIGC e membro del Comitato olimpico internazionale, Montù era all'epoca Commissario del CONI e si trovò al centro della bufera che si alzò quando non seppe concretizzare la candidatura di Roma ai Giochi olimpici7. A Losanna, infatti, durante il Congresso di giugno venne scartata la candidatura di Roma per la mancanza “(...) delle garanzie ufficiali di ordine finanziario”, e in conseguenza la delegazione italiana si ritirò dai lavori8. Il dirigente italiano si trovò nel mezzo tra le aspirazioni dei Paesi nordeuropei ad ospitare i Giochi e quella francese di essere nuovamente sede olimpica. In più Montù dovette scontrarsi con la mancata conferma da parte del Governo italiano dello stanziamento dei fondi necessari, impossibilitato così a confermare ufficialmente l'importo che avrebbe investito. A fine giugno il CONI e quindici Federazioni nazionali, durante l'Assemblea del CONI, chiamate ad esprimersi in merito alla condotta della delegazioni italiana “(...) ne approvano incondizionatamente la condotta, deplorando che gli atteggiamenti del Comitato Internazionale Olimpico e della presidenza del Congresso di Losanna li abbiano rispettivamente messi nelle condizioni di ritirarsi dal C.O.I. e dal Congresso”9

 

La Gazzetta dello Sport

Quando, però, pareva essere tornato il sereno, fu allora che fascisti e forze imprenditoriali assestarono il colpo decisivo a Montù. La contestazione al dirigente partì dalle avanguardie giovanili di diverse società sportive che, spalleggiate dal Gruppo parlamentare e da influenti ambienti politici romani diedero vita al Comitato olimpico studentesco italiano (COSI), un organismo che avrebbe dovuto essere alternativo e quindi sostitutivo del CONI. Eppure il colpo decisivo, come spiega bene Landoni, venne inferto da Geo Davidson, imprenditore scozzese già presidente del Genoa e presidente plenipotenziario della Federazione ciclistica10. Davidson riteneva che fosse giunto il momento per una netta trasformazione del CONI da ente dilettantistico e a base prettamente volontaria ad organismo di governo moderno, professionale ed imprenditoriale. A tale scopo, il presidente del “nuovo” CONI avrebbe dovuto esserlo a tempo pieno e in via esclusiva, quindi, in altre parole, non avrebbe dovuto ricoprire nessun altro incarico e a tale scopo venne evidentemente modificato lo Statuto laddove all'art.17 veniva prescritto che il Presidente del CONI non potesse essere presidente di altre Federazioni. A Montù parve sufficiente, per difendere il proprio ruolo di guida del CONI, dimettersi da tutte le altre cariche, ma ciò che gli venne davvero a mancare fu l'appoggio all'interno del CONI, con alcuni membri che gli avevano mosso appunti e contestazioni, tanto da fargli capire che il suo tempo era ormai finito e quindi agli inizi di novembre presentò le proprie dimissioni anche dal CONI11. Il 13 novembre durante i lavori del Consiglio Generale del CONI, dove per la prima volta venne rappresentato all'interno del Comitato il Gruppo parlamwentare sportivo nella persona dell'on. Capanni, vennero respinte le dimissioni di Montù, con un ordine del giorno che lo invitava “ (…) a mettersi in regola con lo statuto e col regolamento del C.O.N.I.”12. La crisi così aperta sul finire del 1921 trovò soluzione agli inizi dell'anno seguente, quando venne decisa la modifica dello statuto13 e – segno di quanto lo sport stesse diventando importante per la “nuova” politica italiana – l'ingresso nella Commissione Esecutiva di due membri del Comitato parlamentare sportivo, designando Francesco Mauro del PPI che divenne presidente del CONI e il fascista, squadrista della prima ora, Italo Capanni alla segreteria generale14.

Il fascismo, dunque, iniziava a “mettere le mani” nello sport ancor prima di prendersi il potere politico, con un primo, fondamentale, passo. Una volta ottenuto il governo del Paese, complice la crisi di fiducia che contemporaneamente colpì Mauro, si presentò l'occasione per Mussolini di prendere il pieno controllo del CONI. Agli inizi del 1923, infatti, Mauro rassegnò le dimissioni e così nella seduta del 6 febbraio venne “(...) eletto per acclamazione a presidente l'on. Finzi”15. Come bene sottolinea Landoni, la coincidenza della presa del potere politico e la conquista del più importante organismo sportivo italiano da parte del fascismo nel breve volgere di pochi mesi dà la misura di quanta importanza avesse questo connubio per Mussolini, e di quanto fosse consapevole della valenza politica, sociale, educativa e propagandistica della questione sportiva16.

E di come venne costruito il connubio sport-politica ne parleremo nella prossima puntata.


( Continua - 3)

 

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1Dogliani, Patrizia, Il fascismo degli italiani. Una storia sociale, UTET, 2008

2Landoni, Enrico, L'irregimentazione delle istituzioni sportive: il caso del CONI, sta in Lo sport durante il fascismo. Ricerche storiche e prospettive storiografiche, Quaderni della SISS n.11, 2024

3Cfr. La Gazzetta dello Sport del 19 maggio 1921

4Cfr. La Gazzetta dello Sport del 23 giugno 1921

5Landoni, 2024, Op. cit.

6https://storia.camera.it/regno/lavori/leg26/sed000A.pdf.

7Il desiderio di Montù di portare i Giochi olimpici a Roma era di vecchia data. Già l'indomani la fine della Grande guerra – mettendo anche in gioco i rapporti amichevoli con De Coubertin – sul finire del 1918 comunicava alla Presidenza del Consiglio dei Ministri che De Coubertin “(...) sarebbe disposto di appoggiare ed avrebbe la certezza di far ottenere che la settima Olimpiade potesse nel 1920 essere tenuta a Roma”. Nella proposta Montù metteva in risalto le positive ricadute sportive e politiche che questa organizzazione avrebbero avuto sull'intero Paese, ma lo Stato liberale non colse il potenziale e così quella candidatura non si concretizzò. Cfr. Varrasi, Francesco Maria, Economia, politica e sport in Italia (1925-1935), Firenze, Tipografia Bertelli, 1997

8Cfr. La Gazzetta dello Sport del 6 e 10 giugno 1921. Montù nei giorni seguenti spiegò il suo punto di vista sulla vicenda e nel confermare nella sostanza il contenuto del comunicato del CIO, aggiungeva però che a De Coubertin e al Congresso aveva anche dichiarato “(...) supplendo agli impegni governativi ufficiali, (…) che un deposito di sei milioni di garanzia io ero disposto a fare immediatamente ad una Banca Svizzera”. L'appoggio finanziario personale Montù lo aveva ottenuto dalle sue amicizie industriali che gli avevano promesso un cospicuo anticipo nel caso in cui il Governo e la Municipalità di Roma non si fossero esposte anticipatamente, ma non venne ritenuta garanzia sufficiente.

9Cfr. La Gazzetta dello Sport del 24 giugno 1921

10Su Geo Davidson presidente del Genoa, vedasi anche https://www.calciomercato.com/notizie/1913-il-genoa-crea-il-calciomercato-viene-processato-e-rischia-l/812792

11Cfr. La Gazzetta dello Sport del 5 novembre 1921

12Cfr. La Gazzetta dello Sport del 14 e 25 novembre 1921. Montù e il vice presidente Longoni non desistettero dal loro proposito e così nella seduta del 24 novembre della Commissione Esecutiva del CONI i due confermarono le loro dimissioni, al ché l'intera Commissione rassegnò le dimissioni, aprendo così ufficialmente la crisi.

13Cfr. La Gazzetta dello Sport del 28 gennaio 1922.

14Landoni, 2016, Op. cit.

15Cfr. La Gazzetta dello Sport del 7 febbraio 1923

16Landoni, 2024, Op.cit.