giovedì 16 luglio 2026

⚽ VIAREGGIO 1926 (Puntata 1)

 1. Introduzione

Nel 1926 la politica – il regime fascista – licenziò una rivoluzionaria riforma nel campo calcistico il cui anniversario dei cento anni offre l'occasione per una ricostruzione che ha l'obiettivo di fornire una mappa e un vocabolario per chi – semplice appassionato o studioso – voglia approfondire quel momento, spartiacque nella storia del calcio nel nostro Paese.

Necessario è ricostruire – almeno per sommi capi – le vicende storiche che dalla fine della Grande guerra portarono all'ascesa al potere del fascismo.

La ripresa della vita quotidiana e la ricostruzione del tessuto sociale, produttivo, politico e sportivo si presentavano interconnesse tra loro e meritano, seppur succintamente, una trattazione introduttiva.

Con la firma dell'armistizio di Villa Giusti del 3 novembre 1918 terminava la guerra tra Italia ed Austria-Ungheria. Il Paese che usciva da quattro lunghi e devastanti anni di guerra si trovava di colpo a dover affrontare problemi altrettanto drammatici che riguardavano aspetti economici, sociali e politici. La riconversione industriale post bellica e la strutturale povertà delle campagne andavano ad accentuare un quadro economico esplosivo con aumento del debito pubblico, svalutazione della lira e una forte inflazione che fece diminuire il potere d'acquisto1. Questo quadro si andava ad aggiungere ad un complicato reinserimento dei reduci – moltissimi dei quali invalidi – che nel frattempo avevano perso affetti e posizione lavorativa, andando così a costituire una miscela esplosiva che produsse l'inevitabile crisi dell'intero sistema sociopolitico. 

New York Tribune

Dalla Conferenza di pace di Parigi del 1919 l'Italia non era riuscita ad ottenere tutte le ricompense territoriali previste dal Patto di Londra del 1915. Il modo in cui vennero portate avanti le trattative al tavolo della Conferenza dalla delegazione italiana e la postura degli Alleati esasperarono le tensioni interne, con il governo che si trovò bersaglio all'un tempo dei nazionalisti e dell'opposizione. I nazionalisti, che avevano fortemente voluto l'entrata in guerra, ritenevano che gli Alleati non volessero mantenere la parola data nel 1915, mentre gli oppositori contestavano a Vittorio Emanuele Orlando e a Sonnino di non essere in grado di far valere il punto di vista italiano alla Conferenza. L'atteggiamento della delegazione italiana che in un primo momento abbandonò i lavori, salvo poi ritornare sui propri passi con il nuovo Governo Nitti, non agevolò certo il compito e la realizzazione dell'obiettivo, tanto che né la Dalmazia, né Fiume furono concesse all'Italia. Frustrazione e malcontento accomunavano, quindi, entrambi gli schieramenti: da un lato chi riteneva che l'Italia avesse combattuto e pagato un prezzo di sangue altissimo per ottenere alla fine meno di quanto promesso, dall'altro chi, come i socialisti, avevano considerato un crimine la partecipazione alla guerra, “un crimine la cui inutilità era confermata dai fatti”2.

Dall'insoddisfazione in campo internazionale e dalle criticità della ripresa della vita quotidiana sgorgava quindi una serie di agitazioni sociali e di nuove dinamiche politiche che caratterizzarono la vita interna del Paese. Se i partiti esistenti nel periodo prebellico non sembravano più in grado di dare voce alle nuove istanze, le novità istituzionali legate al suffragio universale maschile e al nuovo sistema elettorale proporzionale produssero nelle elezioni del novembre 1919 un risultato che premiava il Partito Socialista e il neonato Partito Popolare di don Sturzo e contestualmente ridimensionava i partiti liberali postunitari3. Con i primi mesi del 1919 iniziò una serie di scioperi e di agitazioni contadine che contribuì non poco a destabilizzare ulteriormente il quadro politico e sociale. Il conflitto di classe andava così saldandosi al profondo malcontento dei reduci che, a loro volta, esprimevano due posizioni opposte tra chi riteneva di aver buttato via i migliori anni a favore degli interessi dei padroni e chi, al contrario, era convinto di aver combattuto per una giusta causa e quindi da premiare4.

Con la seconda metà del 1920 la crisi che aveva investito la Nazione subì una violenta accelerazione alla quale contribuirono due spinte – rivoluzionarie entrambe, ma con caratteri ben distinti: l'azione spesso violenta del movimento fascista e l'attrazione all'esperienza russa del Partito socialista. I Fasci italiani prima e il movimento fascista poi erano esperienze che facevano della violenza uno dei tratti distintivi, tanto che non erano riusciti a sfondare nella piccola e media borghesia, poco inclini al massimalismo. 

La Stampa

Con l'autunno del 1920 l'occupazione da parte dei sindacati metallurgici delle fabbriche del settentrione – illusi di poter impiantare in Italia il sistema dei Soviet – mutò il quadro. Il Governo Giolitti affrontò la questione con misura e saggezza, evitando volutamente l'uso della forza, cogliendo prima di altri come i sindacati non sarebbero riusciti a trasformare quel primo passo in un'azione davvero concreta, lasciando così, in buona sintesi, che l'esperienza rivoluzionaria si spegnesse da sé. Non tutti però apprezzarono l'operato moderato del Governo, ritenendo al contrario che fosse necessaria una repressione violenta5. Il riverbero di quanto accaduto si ebbe immediatamente nelle elezioni amministrative di novembre, dove il Partito Socialista iniziava un lento declino mentre la borghesia e il mondo imprenditoriale proseguiva a coalizzarsi in blocchi apertamente antisocialisti nei quali spesso erano presenti elementi fascisti.6 La borghesia imprenditoriale italiana – scottata da quanto accaduto nell'autunno del 1920 – arrivò a considerare l'esperienza fascista come una malattia breve ma necessaria, ritenendo – come rileva Di Nolfo - che “una rapida applicazione di violenza repressiva avrebbe rimesso la situazione in ordine, in un ordine entro il quale anche i fascisti avrebbero dovuto adattarsi”7.

Insomma nel dopoguerra italiano, come abbiamo provato a sintetizzare, assistiamo ad una radicalizzazione del confronto sia sociale sia politico, tra scioperi agrari, occupazione di fabbriche, nuova legge elettorale, nascita di nuovi partiti di massa e, infine, una forte accentuazione della reazione antisocialista. In questo clima di forte turbolenza il calcio italiano – lo sport in generale – riprendeva in maniera dirompente e – forse inevitabilmente – altrettanto burrascosa il proprio cammino.

“Un nuovo anno giunge e si inizia e lo sport, che neppur la guerra ha saputo far morire ed interrompere, continua vittorioso e purificatore la sua via”8.

La Gazzetta dello Sport del 30 dicembre 1918 così salutava i propri lettori dando loro l'appuntamento al nuovo anno, anno che sarebbe stato ricco di appuntamenti sportivi, in special modo di ciclismo – che peraltro già nella seconda parte del 1918 aveva visto disputare “classiche” quali Milano-Sanremo e Giro di Lombardia – con il ritorno del Giro d'Italia che avrebbe celebrato le terre irredente con le tappe di Trento e Trieste9

 

Guerin Sportivo

Il 1919 fu anche l'anno del ritorno del campionato di calcio.

Sul finire di gennaio la Presidenza Federale sottoponeva al Consiglio Federale varie proposte di modifica dei regolamenti federali che vennero discusse nell'Assemblea generale tenutasi a Torino il 13 aprile 1919. Tra i temi di maggior spessore due meritano una sottolineatura perché espressione di un deciso cambio di passo nella struttura federale e nella presa di coscienza che la FIGC pareva acquisire di sé e del ruolo pubblico del gioco del calcio. Uno era quello relativo al progetto di decentramento delle competenze e delle attività federali attraverso il potenziamento e la ristrutturazione dei comitati regionali, teso ad un processo di snellimento all'interno della Federazione tramite l'istituto dell'autonomia da concedersi ai comitati, l'altro riguardava espressamente la rappresentanza della Federazione verso il potere pubblico teso ad ottenere “tutte quelle facilitazioni di natura fiscale, ferroviaria, ecc che lo sviluppo dello sport calcistico e la sua importanza per l'educazione fisica richiedono”10. Circa quest'ultimo punto, l'esplicita previsione formulata stava a sottolineare il peso sempre maggiore che il gioco del calcio aveva nel panorama sportivo nazionale e di come il movimento calcistico cercasse riconoscimento – e appoggi – dalla politica, forte dell'esperienza recente maturata durante gli ultimi anni di guerra.

La richiesta non era assurda e priva di contesto. La politica negli anni immediatamente seguenti la fine della guerra non parve interessarsi al calcio e più in generale allo sport. La Gazzetta dello Sport nel numero del 2 ottobre (00391) chiedeva espressamente con forza che lo sport avesse posto rilevante nell'agenda politica poiché “(...) una generazione che dev'essere sana risolve da sé le questioni eternamente arretrate dell'abitazione sana, dell'antialcoolismo, del piacere dell'esercizio all'aria libera, dei superiori gusti intellettuali, della gioia di vivere”11, arrivando a ridosso dell'appuntamento elettorale ad auspicare la realizzazione della riforma della scuola volta “(...) a stabilire, nell'educazione dei nostri giovani, un giusto equilibrio fra le cure dedicate allo sviluppo mentale e quelle assegnate nell'esercizio dello sport”12. La “questione sportiva” pareva stare a cuore a molti cittadini, tanto che il 14 novembre a Firenze si costituiva un comitato di sportivi che chiedeva la riforma dell'educazione fisica al fine di “renderla consona ai tempi e di darle maggiore diffusione tra le masse”, oltre che prevedere la costruzione di nuove palestre e campi sportivi. Inoltre questo comitato chiedeva una legge che facesse “obbligo allo Stato ed ai Comuni di istituire in ogni centro i fondi necessari allo sviluppo della associazioni sportive e di cultura fisica”13.

Insomma, le istanze degli sportivi di attenzione da parte di quella che sarebbe stata la nuova classe politica italiana erano forti, così come forti erano le speranze che quelle istanze venissero ascoltate ed esaudite. Tra quelle speranze e l'incapacità – ovvero mancanza di volontà – della classe politica di darvi risposte concrete si sarebbe incuneato alla perfezione Benito Mussolini che, come bene sintetizza Landoni, “(...) comprese, annusando semplicemente l'aria, che lo sport (…) sarebbe diventato di lì a breve un formidabile strumento di lotta politica”14

Dell'ascesa al potere di Mussolini ne parleremo nella prossima puntata.

 

(Continua -1)


------------

1Candeloro, Giorgio, Storia dell'Italia moderna, vol. VIII – La prima guerra mondiale, il dopoguerra, l'avvento del fascismo, Feltrinelli, Milano, 1996

2Di Nolfo, Ennio, Storia delle relazioni internazionali 1918-1992, Editori Laterza, Roma-Bari, 1994

4Di Nolfo, 1994, Op. cit.

5Ibidem.

6Candeloro, 1996, Op. Cit.

7Di Nolfo, 1994, Op. Cit.

8Cfr. La Gazzetta dello Sport del 30 dicembre 1918

9Dietschy, Paul, Pivato, Stefano, Storia dello sport in Italia, Il Mulino, Bologna, 2019

10Cfr. La Gazzetta dello Sport del 31 gennaio 1919 e del 13 e 14 aprile 1919

11Cfr. La Gazzetta dello Sport del 3 ottobre 1919

12Cfr. La Gazzetta dello Sport del 9 novembre 1919.

13Cfr. La Gazzetta dello Sport del 16 novembre 1919. Alla vigilia del voto, su iniziativa di alcuni soci dell'A.S.S.I. a Milano vennero riuniti esponenti di molte società sportive milanesi e di molte federazioni sportive italiane al fine di raccomandare agli sportivi della circoscrizione milanese alcuni nomi di candidati che – per il loro passato – avrebbero potuto fornire maggiori garanzie – una volte eletti – di occuparsi della questione sportiva in Parlamento. In detta sede venne dunque deliberato di “raccomandare a tutti gli elettori sportivi della circoscrizione di Milano (…) di appoggiare coi voti aggiunti o di preferenza i seguenti candidati: Capitano Alfredo Banfi (Fasci di Combattimento), on. avv. Giuseppe De Capitani D'Arzago (Fascio Patriottico), avv. Edgardo Longoni (Blocco di Sinistra) e ing. Prof. Francesco Mauro (P.P.I.)”

14Landoni, Enrico, Gli atleti del duce. La politica sportiva del fascismo 1919-1939, Mimesis, Milano-Udine, 2016


Nessun commento:

Posta un commento