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mercoledì 26 giugno 2019

IL SECOLO GRANATA. AMICHEVOLI INTERNAZIONALI DEGLI ANNI'20 AL MIRABELLO

Sin dalle sue origini il calcio italiano si è sempre confrontato con quello estero, organizzando amichevoli che venivano enfaticamente etichettate come “di lusso” con squadre svizzere, francesi, tedesche e danubiane. In particolare il fine settimana pasquale veniva sospeso il campionato per dar modo alle società di organizzare questo tipo di manifestazioni che tanto seguito avevano tra il pubblico e che negli anni avevano avuto il merito di far conoscere il gioco del football agli italiani.
Reggiana – Montreux. Anche la Reggiana non si sottrae all'usanza e nel marzo del 1921 invita a Reggio la squadra svizzera del Montreux Sport che La Gazzetta dello Sport del 27 marzo così presenta ai suoi lettori:
(...) tra le compagini elvetiche è fra quelle che propendono ad un singolare sistema di gioco che sembra accostarsi, per la rapidità e la leggerezza, ai teams latini: doppiamente interessante la disputa, che promette di riuscire combattuta brillantemente e che assicura da parte dei reggiani una difesa accanita, seguita da vivaci contrattacchi”1.
Gazzetta dello Sport 30.03.1921
L'occasione è l'inaugurazione della copertura della bella tribuna in legno capace di circa 300 spettatori alzata un anno prima al Mirabello. La Reggiana quel giorno si schiera con:
Agazzani; Taddei, Crotti; Vacondio, Bottazzi, Levrini; Milano, Simonini, Cagnoli, Lumetti, Giberti.
L'allenatore è un austriaco, il viennese Karl Sturmer il cui arrivo a Reggio è un colpo davvero notevole. Sturmer infatti negli anni giovanili antecedenti la Prima guerra mondiale aveva giocato per il First Vienna e per il Wiener Atletiksport con il quale vinse il campionato austriaco nel 1914/15. Dopo la guerra intraprende la carriera da allenatore e viene ingaggiato dalla Reggiana nel 1920 impostando nuovi metodi di allenamento. Come ricorda Serra nella sua “Maglia granata e calzoncini blu” Sturmer “se uno non sapeva tirare di sinistro lo faceva giocare senza la scarpa destra”2.
La Reggiana vince quell'incontro 3 a 1 con doppietta di Cagnoli e rete di Vacondio; così La Gazzetta dello Sport commenta l'incontro:
(...) La squadra reggiana, in vero continuo progresso di forma, ha giocato oggi una delle sue più belle partite. Ha dimostrato di avere moto appreso dagli ultimi incontri disputati con squadre di classe, e di essere sulla via di un vero perfezionamento tecnico. (…) Specialmente si distinsero il portiere Agazzani, il terzino Taddei, che giocò una partita veramente magnifica spesso sorprendendo per la sicurezza del calcio, l'esatto senso della posizione e la potenza del rimando; il capitano Vacondio, pronto e sicuro, e l'ala destra Milano, potente e precisa”3.


Reggiana-Montreux, fotografia tratta dal volume di M. Del Bue
Reggiana – Gratzer. Tre anni dopo, nell'estate del 1924 la Reggiana conquista nello spareggio contro l'Olimpia di Fiume l'accesso alla Prima Divisione (l'odierna Serie A) e la campagna acquisti è sontuosa: oltre a Baviera, Vannini e Panzacchi, da Vienna arrivano gli austriaci Anton Powolny e il diciottenne Jacob Huber. Powolny era giocatore già affermato e in quella stagione sarà assoluto protagonista con la maglia granata; Huber invece era un giovane di sicuro avvenire solo che giocò pochissime partite a Reggio perché – come racconta Del Bue – la famiglia era contraria che continuasse a giocare in Italia tanto che dopo poche partite lo zio lo venne a prendere costringendolo a tornare in Austria4. Fatto è che l'inizio di quel primo campionato in massima serie per la Reggiana è positivo e per le feste di fine anno la dirigenza organizza un'importante amichevole internazionale, fissata per la vigilia di Natale del 1924 quando, sempre al Mirabello, i granata ospitano i campioni della Stiria del Gratzer Athletik Sport Club, impegnata in una tournée in Italia. L'incontro, che porta al Mirabello tanto pubblico, termina sul 2-2 con doppietta granata segnata da Powolny5.

Reggiana – Deutscher. Senza dubbio, però, l'amichevole internazionale più prestigiosa giocata negli anni'20 dalla Reggiana è quella contro i praghesi del Deutscher. 

Il Mirabello 10.01.1926
Durante i primi giorni del 1926 l'Italia calcistica incontrava i maestri danubiani di Cecoslovacchia e Ungheria in una serie di amichevoli tra squadre di club, mentre la Nazionale il 17 gennaio si misurava contro la Cecoslovacchia.
Gli ungheresi del Nemzeti, dopo aver vinto a Roma contro la Lazio (1-0), domenica 10 gennaio sono gli “sparring partner” dell'Italia in un'amichevole in preparazione all'incontro con la Cecoslovacchia. La stessa domenica a Reggio Emilia, allo stadio Mirabello, arriva la forte compagine del Deutscher di Praga cioè la squadra internazionale più forte mai ospitata sino ad allora al Mirabello.
La Reggiana anche quell'anno è in Prima Divisione, dopo il buon ottavo posto conquistato nel campionato precedente e si rafforza prendendo l'ungherese Arpad Hajos e il terzino Vercelli che alcuni anni prima aveva vinto il campionato “federale” con la Novese. Soprattutto sono restati Powolny e Felice Romano, oltre a Sturmer come tecnico.
Il Deutscher Fussball Club all'epoca è un'importante squadra di Praga, espressione della comunità ebraica tedesca della città. Dopo aver vinto il campionato della Boemia-Moravia del 1896 il Deutscher gioca anche nel torneo tedesco sino al 1904 quando la Federazione calcistica tedesca si affilia alla FIFA: da quel momento la squadra praghese partecipa soltanto ai tornei austro-ungarici e dal 1918 a quello cecoslovacco, a seguito della nascita dello stato indipendente della Cecoslovacchia. Gli anni'20 sono anni di grandi vittorie per la squadra, vera dominatrice del campionato dei Sudeti tedeschi e molta è l'attesa della sua esibizione in Italia, prima con il Milan e poi con la Reggiana. I rossoneri vengono schiantati 8 a 0 e La Gazzetta dello Sport così la vigilia del match contro la Reggiana presenta la gara: “(…) La Reggiana opposta a un grande avversario dovrà difendersi per uscire con onore dalla più difficile prova della sua carriera.6
Vignetta Guerin Sportivo 14.01.1926
Sempre il giornale milanese nel numero del 7 gennaio, commentando la nettissima vittoria dei boemi sul Milan così descriveva le doti del Deutscher:
(...) La velocità di tutti gli attaccanti, lo scatto felino per smarcarsi, la risolutezza nel puntare sul goal, i passaggi precisi in profondità, l'arte di bloccare il pallone e deviarlo al volo verso il compagno già lanciato, la disinvoltura nel variare il giuoco che è stato tenuto alto o raso a terra con assoluta padronanza, la potenza e la decisione nel tiro in goal (...)7”.
Il periodico e organo ufficiale del Comitato Provinciale Reggiano dell'ULIC Il Mirabello così invece presenta agli sportivi reggiani la prestigiosa partita in programma:
Domenica 10 corr. sarà ospite della Associaz. Calcio Reggiana il Deutscher foot-ball club di Praga. I dirigentidel club granata non si sono risparmiati sacrifici pur di accaparrarsi questi maestri del calcio, onde il pubblico reggiano possa ammirare tutta la bellezza tecnica di questo sport”8.
Così il 10 gennaio il Deutscher arriva a Reggio Emilia a giocare contro la Reggiana al Mirabello, peraltro davanti ad un pubblico non numeroso9, non prima di essere stato ricevuto con tutti gli onori in municipio10. Le due squadre si schierano con queste formazioni:
Reggiana: Gelati; Vercelli, Ramello; Cometti, Hajos, Bezzecchi; Sereno, Powolny, Marchi, Romano, Povero.
Deutscher: Zsigmond; Ottoway, Weigelhofer; Mahrer, Steffel, Korpholz; Bobar, Patek, Kanhauser, Sedlacsek, Less.
Il Mirabello 10.01.1926

Pronti, via e subito Sereno si divora una buona occasione tirando alto, poi i praghesi prendono il comando e dopo 10 minuti vanno in vantaggio con Patek. La Reggiana cerca di scuotersi e prima con Romano e poi ancora con Sereno manca il goal che invece non sbaglia il Deutscher che nel giro di una decina di minuti segna a raffica ancora con Patek e poi con Less e Sedlacsek. 4 a 0 per gli ospiti quando il pubblico comincia a rumoreggiare. Al 27° finalmente la Reggiana riesce a segnare: Hajos semina l'avversario, passa a Povero che allunga a Romano che riesce a battere sotto misura il portiere boemo, quel Zsigmond che l'anno successivo sarebbe venuto a Reggio a difendere i colori granata. La rete di Romano è soltanto una parentesi, la furia boema non si è ancora placata tanto che attorno alla mezzora prima Kanhaauser (forse con un fallo) e poi ancora Patek (tripletta per lui) portano a sei le reti degli ospiti. Prima dell'intervallo c'è solo il tempo per Powolny per farsi parare un rigore da Zsigmond: il primo tempo termina 6 a 1 per il Deutscher. Nella ripresa un rigore realizzato da Weigelhofer e la rete di Powolny fissano il risultato finale sul 7-2 per il Deutscher, ma sono proprio le due reti che la Reggiana è riuscita a realizzare che meritano di essere sottolineate: “(...) i due goals sono l'indice della difesa onorevole della squadra granata, tanto più significati se si pensa che il Deutscher nella sua attuale tournée in Germania, nella Svizzera e in Italia ben raramente vide la rete inviolata”11.
Per concludere, lasciamo le parole con le quali il redattore de Il Mirabello ha raccontato l'impressione che i boemi suscitarono, facendo “rimanere ammirati e stupefatti il pubblico, l'arbitro e i nostri giocatori”12.

 
Fotografia tratta da Il Calcio 17.01.1926


1Cfr. La Gazzetta dello Sport del 27 marzo 1921
2SERRA, LUCIANO, Maglia granata e calzoncini blu”, sta in La Reggiana News n. 2 del settembre 1989, OLMA editrice, 1989, Reggio Emilia, pag. 5
3Cfr. La Gazzetta dello Sport del 30 marzo 1921
4DEL BUE, MAURO, Una storia Reggiana 1919-1945: Le partite, i personaggi, le vicende dai pionieri alla liberazione, Montecchio, 2007
5Cfr. Il Mirabello n. 1 del 25 gennaio 1925
6Cfr. La Gazzetta dello Sport del 9 gennaio 1926
7Cfr. La Gazzetta dello Sport del 7 gennaio 1926
8Cfr. Il Mirabello del 10 gennaio 1926
9Cfr. Il Mirabello del 24 gennaio 1926
10Serra, Luciano, Op. cit., pag.17
11Cfr. La Gazzetta dello Sport del 11 gennaio 1926
12Cfr. Il Mirabello del 24 gennaio 1926

martedì 11 settembre 2018

1926: LA MORTE DI KAROLY, L'ALBA AUDACE E IL FALLITO ATTENTATO CONTRO MUSSOLINI

Alla vigilia del quarto anniversario della marcia fascista su Roma, ormai il regime aveva svelato la sua natura totalitaria modificando strutturalmente ogni apparato statale. Non solo. È con l'assassinio del socialista e antifascista Giacomo Matteotti che il Fascismo getta definitivamente la maschera e si presenta per quello che in realtà è e vuole essere, un regime dittatoriale colluso, corporativista e senza scrupoli. Da quel momento tutto il Paese viene sottoposto ad una progressiva fascistizzazione dalla quale non resta immune neppure il calcio, che nell'estate del 1926 viene profondamente riformato attraverso quella che poi passerà alla storia come “Carta di Viareggio” e della quale abbiamo già in passato avuto modo di parlare.
Eppure quell'estate del 1926 rimarrà nella storia per altri due momenti che nulla c'entrano tra loro ma che curiosamente quasi vanno a sovrapporsi CONTINUA A LEGGERE SU CALCIOMERCATO.COM

venerdì 4 novembre 2016

LA CARTA DI VIAREGGIO DEL 1926

Lo status dei giocatori 

Ultimo aspetto, non certo il meno importante, riguardava il nuovo “status” del calciatore. 
Per tutto il suo periodo pionieristico il calcio italiano era stato improntato all'insegna del dilettantismo, come anche rimarcato nel Regolamento che la F.I.G.C. emanò nel 1909, anche se non mancarono – possiamo dire da subito – casi di società che per accaparrarsi i giocatori migliori promettevano loro posti di lavoro e “benefit”1. Questo atteggiamento della Federazione e del mondo tutto calcistico italiano si rifaceva all'ideale del gentleman-amateur, ideale che era arrivato in Italia assieme ai primi rudimenti sul nuovo gioco: eppure, seppur proprio in Gran Bretagna il professionismo fosse riconosciuto già a partire dal 1885, qui da noi l'idea incontrò sempre molte resistenze, se è vero come è vero che ancora nel 1925 la F.I.G.C., dopo i “casi” dei calciatori Rosetta e Calligaris, ribadiva con forza la piena condanna al professionismo. Qualcosa – e non solo in Italia – comunque si stava muovendo e mutava il quadro d'insieme, nuovi interessi iniziavano a ruotare attorno al calcio, sempre più imprenditori facoltosi acquistavano società pronti ad investire cifre importanti per raggiungere le vittorie2. A metà anni'20 era ormai inevitabile porsi il problema del professionismo e dare risposte adeguate.
La Carta di Viareggio recepiva quanto già statuito dalla F.I.F.A. nel congresso di Roma del 1926 laddove la Federazione internazionale, pur continuando a proclamare il principio del dilettantismo per i calciatori, di fatto lasciava alle singole federazioni nazionali il compito di inquadrare concretamente il calciatore e quindi – in altre parole – dava loro la possibilità di prevedere un “compenso” per i giocatori. Ovviamente quel “compenso” non poteva essere in alcun modo una retribuzione diretta, ossia elargita in relazione ad una prestazione di gioco, ma poteva benissimo essere inteso nel senso di “indenizzo” per il “mancato guadagno” che il calciatore avrebbe subito a causa dell'attività calcistica.
Leggiamo dall'Annuario del Giuoco del Calcio del 1929:
Il Congresso conferma la definizione del dilettante così e come è stata adottata al Congresso di Parigi. Sulla questione del rimborso eccezionale del mancato guadagno il congresso, allo stato della questione (fait confiance) affida alle Associazioni nazionali di definire provvisoriamente leur statut personel3
Dicevamo, la Carta di Viareggio si adeguò e, pur non riconoscendo il professionismo, distinse i calciatori in Dilettanti e Non Dilettanti, prevedendo per questi ultimi l'obbligo di depositare in Federazione “copia degli impegni di rimborso spese e mancato guadagno, firmata dal rappresentante della Società e dal giocatore”.
Grande attenzione veniva riservata al controllo dello status di dilettante, prevedendo, tra l'altro che la Presidenza del C.O.N.I. nominasse una Commissione del dilettantismo composta da tre membri con il compito di vigilare sull'applicazione integrale delle norme sul dilettantismo e prevedendo “gravissime sanzioni contro i colpevoli, essendo le Società e i giuocatori solidalmente responsabili”.

Le novità riguardanti i giocatori non finivano però qua. Si chiudevano le frontiere e si prevedeva che ai campionati italiani potessero partecipare soltanto giocatori di nazionalità e cittadinanza italiana, prevedendo, quale norma transitoria per la stagione successiva, dunque quella del 1926/27, la possibilità per ciascuna società di tesserare al massimo due giocatori stranieri, fatto obbligo però di poterne schierare soltanto uno per ogni partita. Per ciò che riguardava i trasferimenti dei giocatori, cadeva ogni vincolo territoriale (dal 1922 il calciatore poteva cambiare squadra soltanto se la sua residenza anagrafica coincideva con quella del club) ma dovevano comunque sempre essere espressamente autorizzati dal Direttorio Federale:
a) giuocatori chiamati a prestare servizio militare (…) per il periodo del servizio effettivo e per una Società avente sede ove il servizio viene prestato;
b) giuocatori stranieri, già tesserati in Italia nella stagione 1925-1926, che sono rimasti in soprannumero a norma delle disposizioni riguardanti la partecipazione dei giuocatori straneiri al Campionato;
c) giuocatori che avanti la data del 31 luglio 1926 abbiano avuto ragioni di insanabile dissenso con la loro Società, per motivi di eccezione gravità di natura in ispecie morale ovvero giuocatori ai quali la Società dichiari, motivando, di non voler più conservare nei propri ruoli4.
Antonio Papa e Guido Panico riportano un dato molto interessante, comparando il numero dei giocatori retribuiti in Italia e Inghilterra negli anni'30:
Nel corso degli anni'30 la media dei giocatori retribuiti, circa cinquecento, rappresentò solo l'1% dei tesserati. Ciò nonostante la percentuale italiana era superiore a quella dei professionisti inglesi, che costituivano solo lo 0,4% dei giocatori delle società di football”5
Antonio Ghirelli chiosa sull'ambiguità che da allora avrebbe caratterizzato la gestione economico-finanziaria del calcio in Italia riportando ciò che Carlo Doglio scriveva nel 1952 a proposito dei deleteri effetti della riforma:
(...) nessuna società tra quante ho visitato, si sogna di poter narrare la propria storia economico-sociale post 1926-27. fino ad allora l'aneddotica cita anche i centesimi, dopo, silenzio assoluto.”6
Insomma, con questa riforma epocale il calcio italiano iniziava ad assomigliare molto al calcio dei nostri tempi, producendo una cesura tra il prima e il dopo.





1Alessandro, Bassi, Il football dei pionieri, Bradipolibri Editore, Ivrea, 2012
2Antonio, Papa - Guido, Panico, Storia sociale del calcio in Italia, Il Mulino, Bologna, 1993
3 Cfr. Annuario Italiano Giuco del Calcio, Vol. II, Società Tipografica Modenese, Modena, 1929
4Ibidem
5Antonio, Papa - Guido, Panico Op. Cit.
6Antonio, Ghirelli, Op. Cit.
 

venerdì 28 ottobre 2016

LA CARTA DI VIAREGGIO DEL 1926

La nuova struttura federale 
Cambiava un po' tutto. Soprattutto per quel che riguardava la struttura interna federale, che veniva riorganizzata in senso strettamente gerarchico, e le cariche stesse che non erano più elettive bensì a nomina: veniva istituito il Direttorio Federale composto da 7 elementi tutti eletti direttamente dal C.O.N.I. - e dunque dal Partito – a capo del quale veniva nominato il gerarca fascista bolognese Leandro Arpinati; a sua volta il Direttorio Federale avrebbe nominato tutti gli organi dipendenti, e cioè il Direttorio delle divisioni superiori (Divisione Nazionale e Prima Divisione) e il Direttorio delle divisioni inferiori Nord e Sud (Seconda Divisione Nord, Seconda Divisione Sud, finali interregionali e Terza Divisione). 
Come detto, a capo del Direttorio Federale fu nominato il gerarca fascista bolognese, amico della prima ora di Benito Mussolini, Leandro Arpinati, il quale resse la presidenza della F.I.G.C. dal 1926 al 1933: spostò immediatamente la sede federale da Torino a Bologna e successivamente – nel 1929 – a Roma, in concomitanza con la sua nomina a sottosegretario agli interni.
Per il primo biennio la nomina del Direttorio fu dunque fatta d'autorità dalla Presidenza del C.O.N.I., mentre con la riforma del 1927, riforma che prevedeva la nomina da parte del capo del Governo non solo della presidenza del C.O.N.I., ma di tutte le presidenze delle varie federazioni, la nomina del presidente della Federazione calcistica sarebbe spettata anch'essa a Mussolini.
Per quel che riguardava il mondo arbitrale, venne istituito il Comitato Italiano Tecnico Arbitrale (C.I.T.A.), organismo al quale veniva demandato l'inappellabile giudizio su tutte le questioni di carattere tecnico relativamente al regolamento di gioco. Allo stesso Comitato veniva inoltre conferita tutta una serie di attribuzioni, tra le quali l'attività di aggiornamento e coordinamento dei regolamenti tecnici di gioco, la nomina, vigilanza, classificazione e designazione degli arbitri. Presidente dell'organismo veniva nominato l'avv. Giovanni Mauro.

La riforma dei campionati
Inoltre la riforma seguiva la via tracciata anni prima dal Progetto di riforma dei campionati ideata da Vittorio Pozzo, teso all'unificazione territoriale del campionato: venne dunque creata una Divisione Nazionale formata da 20 squadre divise in due gironi, di queste ben 16 appartenevano alla Lega Nord alle quali si aggiunse una diciassettesima individuata tramite torneo di spareggio tra le otto retrocesse nell'anno precedente; completavano il quadro tre squadre del centro-sud: le due squadre di Roma, l'Alba, finalista del torneo precedente, e la Fortitudo, e la novità del Napoli che nato nell'agosto del 1926 grazie all'opera dell'imprenditore Giorgio Ascarelli aveva assorbito l'Internaples, cioè la squadra che aveva acquisito nel campionato precedente il diritto a partecipare alla Divisione Nazionale.

Il torneo di qualificazione tra le otto squadre del settentrione non ammesse direttamente prese avvio domenica 29 agosto 1926 e terminò con la ripetizione della finale del 23 settembre.
(a Bologna) MANTOVA – REGGIANA 7 – 3 dts
(a Verona) LEGNANO – UDINESE 2 – 0 Forfait
(a Milano) NOVARA – PARMA 4 – 0
(a Genova) ALESSANDRIA – PISA 6 – 1
Così “La Stampa” commenta l'indomani l'esito del primo turno di qualificazione:
La prima giornata del Torneo di qualificazione è stata caratterizzata da successi netti, e sui quali non è possibile sollevare dubbi. Del resto, si può dire che le squadre, le quali hanno superato la prova, erano le favorite della vigilia: l'Udinese, che per un complesso di circostanze, non era in grado di allineare la squadra che seppe fornire un “finisch” di campionato notevole, è stata la sola che ha voluto...precedere il pronostico, col dar partita vinta al Legnano.
La sorpresa della giornata è stata la vittoria dei “virgiliani”: la Reggiana alla vigilia raccoglieva maggiori suffragi: invece, i “granata” emiliani hanno ceduto nei tempi supplementari. La sorte della gara venne rimessa a un fattore, che fu decisivo: la fatica, e infatti i più resistenti hanno avuto la meglio, e sono passati dal pareggio 3-3 a un 7-3 senza dubbio eloquente.
L'Alessandria ha ottenuto la vittoria più convincente della giornata, mentre pure netta e chiara è stata l'affermazione novarese. La squadra “azzurra” è stata la sola a non aver violata la sua rete, il che costituisce, senza dubbio, un successo personale di Faher.” 1
Domenica 5 settembre vennero disputate le semifinali, entrambe a porte chiuse:
(a Vercelli) ALESSANDRIA – LEGANO 4 – 1
(a Milano) NOVARA – MANTOVA 4 – 3 dts
Nella riunione del 6 settembre, il Direttorio federale, decideva che la finale tra Alessandria e Novara si sarebbe disputata domenica 12 settembre sul campo neutro di Casale Monferrato
(a Casale) ALESSANDRIA – NOVARA 2 – 2 dts
A quel punto, terminato l'incontro in parità, necessitava una seconda partita, che le due squadre chiesero – ed ottennero – di giocare a Torino, sul campo della Juventus, giovedì 23 settembre; anche se prescritto a porte chiuse, l'incontro si giocò davanti ad oltre 500 persone e vide il primo tempo chiudersi con il Novara in vantaggio 1-0. Nella ripresa, l'Alessandria salì di tono e riuscì a pareggiare dopo dieci minuti e a far suo l'incontro segnando altre due reti, vincendo e regalandosi così l'ingresso nella Divisione Nazionale.
(a Torino) ALESSANDRIA – NOVARA 3 – 1
Sempre nella seduta del 6 settembre, alla vigilia della finale del torneo di qualificazione, il Direttorio decideva la compilazione dei due gironi della Divisione Nazionale, in base alle classifiche degli ultimi Campionati con criterio economico-territoriale, e dei tre gironi della Prima Divisione:
DIVISIONE NAZIONALE GIRONE A
DIVISIONE NAZIONALE GIRONE B
JUVENTUS
BOLOGNA
MODENA
TORINO
GENOA
PADOVA
HELLAS
CREMONESE
INTERNAZIONALE
LIVORNO
PRO VERCELLI
SAMPIERDARENESE
BRESCIA
ANDREA DORIA
NAPOLI
MILAN
ALBA AUDACE ROMA
FORTITUDO ROMA
CASALE
ALESSANDRIA

Al termine dei due gironi, le prime tre di ciascun girone avrebbero partecipato ad un girone finale per l'assegnazione del titolo di Campione Nazionale, mentre le ultime due classificate di ciascun girone sarebbero state retrocesse in Prima Divisione.
Al campionato di Prima Divisione partecipavano 32 squadre; il campionato veniva diviso secondo un criterio geografico in due macro gruppi, Nord e Sud. Nel raggruppamento Nord giocavano 24 squadre suddivise in tre gironi da 8 squadre ciascuno, ed era costituito dalle sette squadre rimaste in categoria nella stagione 1925-26, dalla squadra dell'U.S. Anconitana – che per ragioni geografiche venne aggregata al nord – e dalle 16 squadre che avevano conquistato il diritto di passare dalla seconda alla prima divisione. Nel raggruppamento Sud partecipavano 8 squadre che vennero scelte in base ai migliori piazzamenti nei vari gironi regionali del sud, “tenuto conto della potenzialità dei differenti gironi, designate, in base a questi criteri, dal Direttorio Federale, su proposta degli enti competenti”.
Le quattro vincenti dei quattro gironi di prima divisione sarebbero state promosse in Divisione Nazionale, mentre l'ultima classificata di ciascun girone (quindi 4 squadre in totale) sarebbero retrocesse in Seconda Divisione.
Anche la Seconda Divisione prevedeva la suddivisione in due macro gruppi, Nord e Sud per un totale di massimo 68 squadre. Le 32 squadre del Nord sarebbero state divise in tre gironi da 12 squadre ciascuno, con la vincente di ciascun girone promossa in Prima Divisione e le ultime due retrocesse in Terza Divisione. Il gruppo Sud, invece, venne suddiviso in quattro gironi da otto squadre ciascuno: le quattro vincenti avrebbero disputato la finale a girone doppio per il titolo e per il posto in Prima Divisione, mentre l'ultima classificata di ogni girone sarebbe stata retrocessa in Terza Divisione.
Il campionato di Terza Divisione, infine, anch'esso diviso tra Nord e Sud prevedeva che potessero iscriversi “tutte le società che avessero la libera e piena disponibilità di un campo da giuoco nelle misure regolamentari e con cinta stabile”. Ovviamente l'intero campionato era organizzato su base strettamente regionale: per il Nord i Direttori regionali avrebbero dovuto provvedere a creare gironi da 10 squadre ciascuno; le vincenti di ogni girone si sarebbero incontrate su base interregionale per determinare i sei posti che avrebbero concesso la promozione in Seconda Divisione. Al Sud i Direttori regionali avrebbero, allo stesso modo del Nord, creato gironi da otto squadre e le vincenti, sempre su base interregionale, si sarebbero incontrate per la conquista dei quattro posti di Seconda Divisione2.




1 Cfr. La Stampa del 30 agosto 1926
2 Cfr. Annuario Italiano Giuco del Calcio, Vol. II, Società Tipografica Modenese, Modena, 1929
 

venerdì 14 ottobre 2016

LA CARTA DI VIAREGGIO DEL 1926

2. la “fascistizzazione” del calcio

Il calcio italiano degli anni'20 era scosso da violenti polemiche e duri scontri al proprio interno che fomentavano la già di suo inquieta folla che sempre più seguiva, discuteva e si appassionava alle vicende calcistiche. A ciò si accompagnava una grave crisi finanziaria e di “potere” che attanagliava gli enti del calcio dell'epoca. Quel che accadde nel 1926 offrì il pretesto al regime per rafforzare in maniera decisiva la sua presenza e la sua influenza all'interno delle strutture calcistiche.
Tutto prese avvio dalla proclamazione di uno sciopero della classe arbitrale nel maggio di quel 1926, dopo che la Federazione annullò la vittoria del Casale sul Torino del 7 febbraio a seguito delle vibranti proteste dei granata adducendo quale motivazione il fatto che l'arbitro non “avrebbe diretto con la dovuta serenità” l'incontro1.
Già da alcuni anni una commissione di “saggi” stava lavorando per una strutturale riforma del calcio e proprio nella primavera del'26 questa statuì per il Regolamento arbitrale una bizzarra norma che prevedeva la possibilità per le società di indicare un certo numero di arbitri “non graditi”, i quali per tutta la stagione non avrebbero arbitrato quelle squadre. L'Annuario del Giuoco del Calcio italiano nell'edizione del 1929 riporta per intero il testo della norma, prevista all'art.11 del Regolamento degli Arbitri:
Ogni società, entro 10 giorni dal ricevimento dell'elenco degli arbitri, avrà diritto di indicare alla Commissione sportiva (federale) un numero di arbitri non superiore all'8% del totale contenuto nell'elenco stesso. La Commissione stessa per tutta la stagione sportiva iniziantesi, non dovrà destinare tali arbitri alla direzione delle partite che la società che li ha indicati dovrà disputare sia sul proprio campo sia su campo avversario.
Le Società non sono tenute a dichiarare i motivi della indicazione salvo si tratti di casi di indegnità”2
Ovviamente questa norma non venne accolta bene dal mondo arbitrale e al termine di una riunione tra tutti gli arbitri, il 30 maggio 1926 l'Associazione degli Arbitri emanò un durissimo comunicato:
Il Consiglio plenario dell'Associazione Italiana degli Arbitri, riunito ieri a Milano, presa in esame la situazione creatasi in seguito alle ultime decisioni degli Enti Federali (…) delibera alla unanimità di invitare i colleghi di tutte le categorie a ritornare alla Commissione sportiva entro il giorno 5 giugno 1926 la tessera di arbitro, spontaneamente rinunciando ad assolvere l'ufficio, che non è più tutelato da leggi scritte, ma è abbandonato all'arbitrio di parte.3
In una parola, sciopero.
Insomma c'era il concreto rischio che il campionato non vedesse la fine perchè ovviamente non si poteva giocare senza arbitro, ma fu qui che intervenne in maniera decisa il regime. Per trovare una soluzione venne investito della questione il C.O.N.I. - ente controllato dal regime – il cui presidente, come abbiamo visto, già dal 1925 era Lando Ferretti, nominato direttamente da Mussolini. Ferretti ci mise molto poco ad intervenire: ordinò l'immediata cessazione dello sciopero arbitrale e la ripresa del campionato e il 7 luglio nominò una commissione di tre saggi (Mauro, Foschi, Graziani) con il compito di riformare radicalmente l'organizzazione calcistica italiana. Nello specifico ai tre esperti venne demandata la soluzione alle seguenti questioni:
a) Assegnazione delle Società alle varie categorie e organizzazione dei campionati;
b) Classifica dei giocatori;
c) Sistemazione tributaria;
d) Gerarchie dell'ente
Da quella commissione, il 2 agosto, nel giro di sole tre settimane, venne emanata la cosiddetta “Carta di Viareggio” che modificava in senso sostanziale tutta l'attività calcistica italiana e che successivamente andremo nel dettaglio ad analizzare.
Così il 3 agosto 1926 il quotidiano “La Stampa” dava la notizia:
In una sala del Municipio di Viareggio si è riunita questa mattina e nel pomeriggio di oggi la presidenza del C.O.N.I. per la sistemazione della Federazione Italiana del Giuoco del Calcio (…)
Dopo un breve rendiconto finanziario, i convenuti hanno ricevuto una Commissione delle Società di Prima Divisione escluse dalla Divisione Nazionale. Nel pomeriggio, poi, ha avuto luogo un'ampia discussione alla quale hanno preso parte quasi tutti gli intervenuti e che si è conclusa con l'accettazione della proposta degli esperti. I punti fondamentali della riforma dell'Ente calcistico stabiliscono tra l'altro che i giuocatori vengano divisi in due categorie: dilettanti e non dilettanti.
Alle Società iscritte al Campionato Italiano è fatto divieto di allineare nei propri ranghi giuocatori di nazionalità straniera: come norma transitoria è ammesso per gli anni 1926-27 il tesseramento di due giuocatori da parte di ciascuna Società, con l'obbligo però di non farne partecipare più di uno per ciascuna partita. Sono stati poi presi provvedimenti circa il trasferimento dei giuocatori e si è fissata la data di inizio Campionato italiano, che verrà diviso in due gruppi.
Si è proceduto infine alla costituzione di un Comitato Tecnico arbitrale, con sede a Milano.”4



1Carlo, F., Chiesa, La grande storia del calcio italiano , pubblicata a puntate su GS Guerin Sportivo
2Cfr. Annuario del Giuoco del Calcio italiano, 1929
3 Cfr. La Stampa del 31 maggio 1926
4 Cfr. La Stampa del 3 agosto 1926

venerdì 7 ottobre 2016

LA CARTA DI VIAREGGIO DEL 1926

1. La “fascistizzazione” dello sport
Con la metà degli anni'20 il Fascismo iniziò ad interessarsi anche al mondo dello sport e del calcio, nell'idea di modernizzarne le strutture esistenti. La stessa F.I.G.C. più volte aveva lamentato lo scarso interesse dello Stato nei confronti dello sport in generale e del calcio in particolare, ma qualcosa proprio verso la metà del decennio iniziò a mutare: la progressiva “fascistizzazione” delle strutture sociali e statali ad opera del regime toccava anche il mondo dello sport che intanto si andava legando a quello dell'istruzione con la legge n. 2247 del 3 aprile 1926, legge che istituiva l'Opera Nazionale Balilla per l'assistenza e l'educazione fisica e morale della gioventù. Con detta legge e con i successivi R.D. Del 20 novembre 1927 e del 12 settembre 1929 il regime “metteva le mani” sull'insegnamento dell'educazione fisica nelle scuole attraverso un sistema di controllo nuovo rispetto alle esperienze passate poiché anche se l'ONB agiva al di fuori della scuola, allo stesso tempo essa era all'interno della scuola medesima poiché gli insegnanti di ginnastica passavano direttamente alle sue dipendenze1.
Come appurato dalla storiografia, il Fascismo non si interessò al fenomeno sportivo, e calcistico in particolare, per mera passione, bensì per oggettive motivazioni di carattere politico che spaziavano dalla politica interna alla politica estera.
Già durante il Primo conflitto mondiale, su molti fronti gli ufficiali dei vari eserciti ritenevano utile far disputare incontri di calcio, rugby ed esercizi ginnici ai soldati al fine di temprarne e formarne il carattere e il fisico, durante le lunghe giornate in trincea. Mussolini – dal canto suo – pare aver assorbito e condiviso questa visione, in quanto riteneva che la pratica sportiva fosse necessario completamento della preparazione militare del “cittadino soldato”: è la chiusura di un percorso iniziato nel negli anni'30 del XIX secolo quando sotto il Re di Sardegna Carlo Alberto a Torino lo svizzero Rodolfo Obermann aprì una prima scuola di educazione fisica per gli artiglieri e proseguito quindi con l'introduzione da parte del Ministero della Guerra dell'obbligatorietà della ginnastica nell'addestramento militare2.
Lando Ferretti, gerarca fascista e presidente del C.O.N.I. dal 1925 al 1928, spiega molto bene quale fu l'approccio del Fascismo allo sport in un estratto dal fondamentale lavoro di Antonio Ghirelli “Storia del calcio in Italia”:
Politico – e solo politico! - Mussolini vide, anche nello sport, e apprezzò il lato politico. Per essere più precisi: la sua funzione politico-sociale. All'inizio lo sport indubbiamente era, ed è, nemico della lotta di classe, affratellatore e livellatore di gente proveniente dai più diversi ceti, tutta fusa da una passione comune e tesa verso la stessa meta. Inoltre costituisce, coi suoi spettacoli, il diversivo migliore per la gioventù, altrimenti convogliata verso attività di partiti politici.”3
Renato Ricci, animatore dell'ONB spiegava cosa si dovesse intendere per educazione fisica: “(...) quel complesso di attività fisiche volontarie che sono in grado di conservare e migliorare lo stato di salute e le forze fisiche e di vivificare e disciplinare le qualità dello spirito.4
Oltre a questo, lo sport serviva al regime per raggiungere anche un altro importante scopo, quello cioè di infondere negli italiani un marcato sentimento di orgoglio nazionale. Per arrivare a ciò indispensabile fu la figura dell'atleta che mietendo successi in campo internazionale da un lato aumentava il senso di appartenenza delle masse e dall'altro ingigantiva il prestigio internazionale di Mussolini e del regime stesso. A tal proposito, interessante è riportare qua, attraverso sempre il lavoro del Ghirelli, le parole che Mussolini pronuncia in occasione del raduno del 28 ottobre 1934 a Roma di tutti gli atleti italiani:
Voi, atleti di tutta Italia, avete dei particolari doveri. Voi dovete essere tenaci, cavallereschi, ardimentosi. ricordatevi che quando combattete oltre i confini, ai vostri muscoli e soprattutto al vostro spirito è affidato in quel momento l'onore e il prestigio sportivo della Nazione. Dovete quindi mettere tutta la vostra energia, tutta la vostra volontà, per raggiungere il primato in tutti i cimenti della terra, del mare e del cielo.”5



1Guido, Pizzamiglio, L'evoluzione dell'educazione fisica e sportiva nella scuola media italiana dalla riforma Gentile ai giorni nostri, sta in Scritti di storia e legislazione scolastica, Casanova, Parma, 1993
2Giacomo, Zanibelli, La scuola al fronte: l'educazione fisica come strumento di “vocazione” patriottica. Dalle sonnacchiose aule dell'italietta alla trincea. Il caso senese, sta in Lo sport alla Grande Guerra, Quaderni della SISS, n.4 Serie Speciale, 2015
3 Antonio, Ghirelli, Storia del calcio in Italia, Einaudi, Torino, 1967
4Guido, Pizzamiglio, Op. cit.
5 Cfr. La Stampa del 29 ottobre 1934

martedì 2 agosto 2016

LA CARTA DI VIAREGGIO DEL 1926

Il calcio italiano degli anni'20, come sappiamo, era scosso da violenti polemiche e duri scontri al proprio interno che fomentavano la già di suo inquieta folla che sempre più seguiva, discuteva e si appassionava alle vicende calcistiche. A ciò si accompagnava una grave crisi finanziaria e di “potere” che attanagliava gli enti del calcio dell'epoca. Quel che accadde nel 1926 offrì il pretesto al regime per rafforzare in maniera decisiva la sua presenza e la sua influenza all'interno delle strutture calcistiche.
Tutto prese avvio dalla proclamazione di uno sciopero della classe arbitrale nel maggio di quel 1926, dopo che la Federazione annullò la vittoria del Casale sul Torino del 7 febbraio a seguito delle vibranti proteste dei granata adducendo quale motivazione il fatto che l'arbitro non avrebbe diretto con la dovuta serenità l'incontro.
Già da alcuni anni una commissione di “saggi” stava lavorando per una strutturale riforma del calcio e proprio nella primavera del'26 statuì per il Regolamento arbitrale una bizzarra norma che prevedeva la possibilità per le società di indicare un certo numero di arbitri “non graditi”, i quali per tutta la stagione non avrebbero arbitrato quelle squadre. L'Annuario del Giuoco del Calcio italiano nell'edizione del 1929 riporta per intero il testo della norma, prevista all'art.11 del Regolamento degli Arbitri:
Ogni società, entro 10 giorni dal ricevimento dell'elenco degli arbitri, avrà diritto di indicare alla Commissione sportiva (federale) un numero di arbitri non superiore all'8% del totale contenuto nell'elenco stesso. La Commissione stessa per tutta la stagione sportiva iniziantesi, non dovrà destinare tali arbitri alla direzione delle partite che la società che li ha indicati dovrà disputare sia sul proprio campo sia su campo avversario.
Le Società non sono tenute a dichiarare i motivi della indicazione salvo si tratti di casi di indegnità”
Ovviamente questa norma non venne accolta bene dal mondo arbitrale e al termine di una riunione tra tutti gli arbitri, il 30 maggio 1926 l'Associazione degli Arbitri emanò un durissimo comunicato:
Il Consiglio plenario dell'Associazione Italiana degli Arbitri, riunito ieri a Milano, presa in esame la situazione creatasi in seguito alle ultime decisioni degli Enti Federali (…) delibera alla unanimità di invitare i colleghi di tutte le categorie a ritornare alla Commissione sportiva entro il giorno 5 giugno 1926 la tessera di arbitro, spontaneamente rinunciando ad assolvere l'ufficio, che non è più tutelato da leggi scritte, ma è abbandonato all'arbitrio di parte”
Per farla breve, sciopero. 
Lando Ferretti
Insomma c'era il concreto rischio che il campionato non vedesse la fine perchè ovviamente non si poteva giocare senza arbitro, ma fu qui che intervenne in maniera decisa il regime. Per trovare una soluzione venne investito della questione il C.O.N.I. - ente controllato dal regime – il cui presidente già dal 1925 era Lando Ferretti, nominato direttamente da Mussolini. Ferretti ci mise molto poco ad intervenire: ordinò l'immediata cessazione dello sciopero arbitrale e la ripresa del campionato e il 7 luglio nominò una commissione di tre saggi (Mauro, Foschi, Graziani) con il compito di riformare radicalmente l'organizzazione calcistica italiana. Nello specifico ai tre esperti venne demandata la soluzione alle seguenti questioni:
a) Assegnazione delle Società alle varie categorie e organizzazione dei campionati;
b) Classifica dei giocatori;
c) Sistemazione tributaria;
d) Gerarchie dell'ente
Da quella commissione, nel giro di sole tre settimane, venne emanata e sottoposta all'approvazione del C.O.N.I. il 2 agosto 1926 la cosiddetta “Carta di Viareggio” che modificava in senso sostanziale tutta l'attività calcistica italiana.
Così La Stampa del 3 agosto riportava la notizia:
In una sala del Municipio di Viareggio si è riunita questa mattina e nel pomeriggio di oggi la presidenza del C.O.N.I. per la sistemazione della Federazione Italiana del Giuoco del Calcio. (…) dopo un breve rendiconto finanziario, i convenuti hanno ricevuto una Commissione delle Società di Prima Divisione escluse dalla Divisione Nazionale. Nel pomeriggio, poi, ha avuto luogo un'ampia discussione alla quale hanno preso parte quasi tutti gli intervenuti, e che si è conclusa con l'accettazione delle proposte degli esperti. I punti fondamentali della riforma dell'Ente calcistico stabiliscono tra l'altro che i giuocatori vengano divisi in due categorie: dilettanti e non dilettanti.
Alle Società iscritte al Campionato italiano è fatto divieto di allineare nei propri ranghi giuocatori di nazionalità straniera: come norma transitoria è ammesso per gli anni 1926-27 il tesseramento di due giuocatori da parte di ciascuna Società, con l'obbligo però di non farne partecipare più di 1 per ciascuna partita. Sono stati poi presi provvedimenti circa il trasferimento dei giocatori e si è fissata la data di inizio Campionato italiano, che verrà diviso in due gruppi.
Si è proceduto infine alla costituzione di un Comitato Tecnico arbitrale, con sede a Milano”
Cambiava un po' tutto, quindi. Soprattutto per quel che riguardava la struttura interna federale che veniva riorganizzata in senso strettamente gerarchico e le cariche stesse che non erano più elettive bensì a nomina: veniva istituito un Direttorio Federale composto da 7 elementi tutti eletti direttamente dal C.O.N.I. - e dunque dal Partito – a capo del quale veniva nominato il gerarca fascista bolognese Leandro Arpinati; a sua volta il Direttorio Federale avrebbe nominato tutti gli organi dipendenti, e cioè il Direttorio delle divisioni superiori (Divisione Nazionale e Prima Divisione) e il Direttorio delle divisioni inferiori Nord e Sud (Seconda Divisione Nord, Seconda Divisione Sud, finali interregionali e Terza Divisione).
Inoltre la riforma seguiva la via tracciata anni prima dal Progetto di riforma dei campionati ideata da Vittorio Pozzo, teso all'unificazione territoriale del campionato: venne dunque creata una Divisione Nazionale formata da 20 squadre divise in due gironi, di queste ben 16 appartenevano alla Lega Nord alle quali si aggiunse una diciassettesima individuata tramite torneo di spareggio tra le otto retrocesse nell'anno precedente; completavano il quadro due squadre del sud e d'ufficio la romana Fortitudo. Era un ulteriore e decisivo passo verso il Girone Unico del 1929/30.
Ultimo aspetto, non certo il meno importante, riguardava il nuovo “status” del calciatore. La Carta di Viareggio recepiva quanto già statuito dalla F.I.F.A. nel congresso di Roma del 1926 laddove la Federazione internazionale, pur continuando a proclamare il principio del dilettantismo per i calciatori, di fatto lasciava alle singole federazioni nazionali il compito di inquadrare concretamente il calciatore e quindi – in altre parole – dava loro la possibilità di prevedere un “compenso” per i giocatori. Ovviamente quel “compenso” non poteva essere in alcun modo un compenso diretto, ossia elargito in relazione ad una prestazione di gioco, ma poteva benissimo essere inteso nel senso di “risarcimento” per il “mancato guadagno” che il calciatore avrebbe subito a causa dell'attività calcistica. Capirete bene che si è al cospetto di un capolavoro linguistico...
Dicevamo, la Carta di Viareggio si adeguò e, pur non riconoscendo il professionismo, distinse i calciatori in Dilettanti e Non Dilettanti, prevedendo per questi ultimi l'obbligo di depositare in Federazione “copia degli impegni di rimborso spese e mancato guadagno, firmata dal rappresentante della Società e dal giocatore”.
Sull'argomento, per la portata in sé e per l'influenza che ebbe nel calcio a venire, torneremo a settembre con un approfondimento in tre puntate.