Alla vigilia del quarto anniversario della marcia fascista su Roma,
ormai il regime aveva svelato la sua natura totalitaria modificando
strutturalmente ogni apparato statale. Non solo. È con
l'assassinio del socialista e antifascista Giacomo Matteotti che il
Fascismo getta definitivamente la maschera e si presenta per quello che
in realtà è e vuole essere, un regime dittatoriale colluso,
corporativista e senza scrupoli. Da quel momento tutto il Paese
viene sottoposto ad una progressiva fascistizzazione dalla quale non
resta immune neppure il calcio, che nell'estate del 1926 viene
profondamente riformato attraverso quella che poi passerà alla storia
come “Carta di Viareggio” e della quale abbiamo già in passato avuto
modo di parlare.
Eppure quell'estate del 1926 rimarrà nella storia per
altri due momenti che nulla c'entrano tra loro ma che curiosamente quasi
vanno a sovrapporsi CONTINUA A LEGGERE SU CALCIOMERCATO.COM
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martedì 11 settembre 2018
1926: LA MORTE DI KAROLY, L'ALBA AUDACE E IL FALLITO ATTENTATO CONTRO MUSSOLINI
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venerdì 27 luglio 2018
IL CALCIO TRA IDENTITA' NAZIONALE E POTERE POLITICO. Parte 2 (1890-1934)
Nazionalismo,
patriottismo e solidarietà
Il
1914 è l'anno in cui si sciolgono definitivamente tutti quei nodi
politici, militari, strategici che avevano imbrigliato e collassato
l'assetto bismarckiano europeo post 1878. Da Sarajevo parte una
revolverata che colpisce non solo l'erede al trono d'Austria ma tutta
l'Europa prima e il mondo poi. Il mondo sportivo e calcistico, per
ciò che ci importa, gioca in Italia – e non solo - un ruolo
davvero importante di identificazione nazionale: il calcio non è più
quell'esercizio fisico di nicchia che incuriosiva pochi passanti sul
finire dell'Ottocento, è ormai diventato un sport che muove
interessi – anche economici – e appassiona una buona fetta di
sportivi italiani. Inevitabile dunque che chi lo guida, chi lo anima
e chi lo segue lo utilizzi anche per fini propagandistici, e da quel
momento sarà una costante sino ai nostri giorni. Per comprendere
appieno ciò che accadde nel mondo calcistico a partire dall'estate
del 1914 occorre fare un passo indietro, e spiegare quale fosse la
posizione dell'Italia nello scacchiere europeo. Sostanzialmente
isolata, l'Italia nel 1878 aveva pessimi rapporti diplomatici con la
Francia da un lato e con l'Austria-Ungheria dall'altro: forti
tensioni irredentiste si erano scatenate l'indomani del termine dei
lavori del Congresso di Berlino che avevano portato agli inizi del
1880 a reazioni militari austriache sul confine1.
Vista dall'Italia la situazione era difficile, senza alleati, con una
nazione giovane e piena di problemi interni, era necessario cercare
di sedersi ad un tavolo per potersi mettere in sicurezza.
Fu ancora
una volta Bismarck a coordinare e agevolare le trattative tra Italia
ed Austria-Ungheria, trattative che avrebbero portato, nel maggio
1882, alla stipula del Trattato della Triplice Alleanza. Il
sentimento antiaustriaco era vivo e forte in molti strati della
popolazione attiva culturalmente e tale ostilità negli anni
successivi avrebbe avuto modo di estrinsecarsi in parecchie occasioni
sino alla dichiarazione di guerra austroungarica alla Serbia, punto
di non ritorno verso quel conflitto che sarebbe passato alla storia
come il primo mondiale. Inutile qua raccontare tutte le vicende
politico-diplomatiche che portarono l'Italia prima a dichiararsi
neutrale e quindi a dichiarare guerra all'alleato austroungarico2.
Un fatto è quanto scrisse il ministro degli Esteri italiano Di San
Giuliano agli ambasciatori il 3 agosto: tra le altre valutazioni e
considerazioni così si esprimeva sulla decisione di dichiararsi
neutrali nell'estate del 1914:
“(...)
In un Paese democratico come l'Italia non è possibile fare una
guerra, e ancor meno una guerra grossa e rischiosa, contro la volontà
e il risentimento della Nazione. Ora, salvo una piccolissima
minoranza, la Nazione si è subito rivelata unanime contro la
partecipazione ad una guerra originata da un atto di prepotenza
dell'Austria contro un piccolo popolo che essa vuole schiacciare
(...)”3
Nulla
rileva qua la valutazione politica e di merito delle parole del
ministro, ma è interessante porre l'accento sul sentimento
“antiaustriaco”, sentimento che si manifesta ancor più
l'indomani dell'invasione del Belgio da parte delle truppe tedesche
agli inizi di settembre. Con l'inizio del campionato di calcio (4
ottobre) il movimento calcistico diventa sempre più protagonista,
schierandosi apertamente al fianco della Nazioni attaccate dalle
alleate italiane. Già in dicembre Milan e Casale organizzano una
amichevole il cui ricavato devolvono in beneficenza a favore dei
profughi del Belgio invaso. A questo sentimento che, come presto
vedremo, coinvolgerà pure la Nazionale, come bene ha messo in
evidenza Sergio Giuntini, contribuì e non poco la stampa sportiva
“formando
un'opinione pubblica favorevole all'intervento”
organizzando numerosi eventi benefici4.
Uno di questi fu patrocinato da La
Gazzetta dello Sport con
l'A.S.S.I. per gli inizi del 1915, evento che prevedeva per la
Nazionale italiana due partite contro due selezioni di giocatori
sotto le armi di Francia e Belgio. Nella partita giocata il 1°
gennaio 1915 all'Arena di Milano la squadra italiana non adottò la
consueta maglia azzurra ma optò per una divisa bianca fregiata
dell'alabarda di Trieste, segno tangibile di quello che era il clima
e il sentimento di quei giorni, impregnati di nazionalismo ed
interventismo e bene sintetizzati nell'articolo de La
Gazzetta dello Sport
a commento dell'evento: “La
squadra franco-belga (…) ha sentito dalla voce del popolo di Milano
e di Torino (…) quale magnifica unità di aspirazioni nazionali
esista oggi nelle anime dei popoli latini”5.
Come bene sintetizza Nicola Sbetti, in conclusione, in Italia si era
sviluppato un sistema sportivo che “aveva
consolidato i processi di sportivizzazione sviluppatisi, a loro
volta, in parallelo a quelli di costituzione della nazione e di
nazionalizzazione delle masse”6.
Il
dopoguerra: dalle trincee alla società di massa
C'è
uno studio di Lauro Rossi particolarmente illuminante di quanto
accadde durante i tragici anni di guerra e di quale ruolo vi giocò
lo sport, il calcio in particolare. Leggendo quelle pagine ci
accorgiamo di come i campi di prigionia austroungarici fossero
sostanzialmente gli stessi passati poi sinistramente alla storia
utilizzati da Hitler poco meno di trent'anni dopo. Detto ciò, c'è
da rilevare come in quei campi lo sport venisse utilizzato, seppur in
condizioni disagiate e con cadenza ovviamente irregolare, come un
breve momento di svago concesso ai prigionieri per alleviare “quegli
stati di acuta depressione, di inconsolabile disperazione”7.
A questa esperienza di forzata convivenza e – diciamo così – di
condivisione sportiva, se ne aggiunse un'altra, ugualmente
importante, messa in rilevo da Antonio Papa e Guido Panico. La
trincea – altro tragico simbolo di quella guerra – luogo di
condivisione di esperienze tra giovani di diversa estrazione sociale
provenienti da regioni differenti, con culture, tradizioni e modi di
pensare e di vivere difformi, diventò una sorta di “laboratorio di
incubazione” di quella società nuova, la società di massa, che
avrebbe aggregato le varie diversità contribuendo non poco alla
creazione di un'identità nazionale8.
E di ciò il calcio trasse enormi benefici, non attraendo più –
come scrive Antonio Ghirelli - “minoranze
specializzate”
ma aprendosi definitivamente alle grandi masse di sportivi che,
terminata la guerra, avevano voglia sia di dimenticare gli orrori
vissuti al fronte ma anche di riversare tutte le energie accumulate
in qualcosa di tangibile, di identificabile9.
Il calcio, con le sue potenzialità passionali, fu uno di questi
campi, ma non il solo. Rigoni Stern in molti suoi romanzi e racconti
meglio di altri spiega quale fosse la condizione soprattutto
psicologica dei reduci, che dopo aver vissuto anni – quelli della
gioventù – in trincea venivano catapultati nella quotidianità al
proprio paese di origine senza un lavoro, senza un orizzonte di
speranza che non fosse pensare giorno per giorno.
“Non
c'erano lavori per gli uomini; il paese era stato ricostruito, per
ultimo il municipio, e così, fin quando il terreno non gelò nel
profondo e venne la neve, la gente, sfidando la legge, andava a
recupero di bombe, cartucce, piombo, reticolati e di quant'altro si
potesse vendere alla Ditta Briata. Chi poteva andava all'estero. Il
sogno era l'America ma pochi avevano i soldi per pagarsi il viaggio
fin laggiù; c'era chi vendeva le proprietà per farlo. I più
vogliosi andavano in Francia come primo passo per l'America: molti
avevano fatto così trent'anni addietro.”10
Il
calcio fu una delle tante valvole di sfogo, dove lecitamente si
canalizzò la rabbia e la frustrazione di interi strati della
popolazione. Di colpo le nuove generazioni vedono nel calcio una
sorta di motivo di rivincita, di affrancamento da una condizione di
disagio e povertà e tra turbolenze e scontri sociali sempre più
gravi, assistiamo all'avanzare non solo di un pubblico nuovo ma anche
di un prototipo di giocatore nuovo. Adolfo Baloncieri spiega bene
questo concetto: “Il tempo dei
pionieri era superato. (…) Una generazione impaziente si affacciava
imperiosamente alla ribalta, smaniosa di affermarsi. Uno spirito
nuovo animava quella gioventù: il desiderio di prorompere e dilagare
sui campi di giuoco, in una atmosfera di rinnovato entusiasmo”11.
In questo nuovo e più complesso scenario, il potere politico dovette
iniziare a fare i conti con esigenze nuove che variavano dal consenso
al controllo sociale: lo sport venne visto come strumento
preferenziale per dare soluzione ad entrambi i problemi.
Calcio
e potere: dalla “Carta di Viareggio” al Mondiale del 1934
Con la metà degli anni'20 il Fascismo iniziò ad
interessarsi anche al mondo dello sport e del calcio, nell'idea di
modernizzarne le strutture esistenti. La stessa F.I.G.C. più volte
aveva lamentato lo scarso interesse dello Stato nei confronti dello
sport in generale e del calcio in particolare, ma qualcosa proprio
verso la metà del decennio iniziò a mutare: la progressiva
“fascistizzazione” delle strutture sociali e statali ad opera del
regime toccava anche il mondo dello sport che intanto si andava
saldando sempre più a quello dell'istruzione con la legge n. 2247
del 3 aprile 1926, legge che istituiva l'Opera Nazionale Balilla per
l'assistenza e l'educazione fisica e morale della gioventù. Con
detta legge e con i successivi R.D. Del 20 novembre 1927 e del 12
settembre 1929 il regime “metteva le mani” sull'insegnamento
dell'educazione fisica nelle scuole attraverso un sistema di
controllo nuovo rispetto alle esperienze passate poiché anche se
l'ONB agiva al di fuori della scuola, allo stesso tempo essa era
all'interno della scuola medesima poiché gli insegnanti di
ginnastica passavano direttamente alle sue dipendenze.
Lando Ferretti, gerarca fascista e presidente del
C.O.N.I. dal 1925 al 1928, spiega molto bene quale fu l'approccio del
Fascismo allo sport in un estratto dal fondamentale lavoro di Antonio
Ghirelli:
“Politico
– e solo politico! - Mussolini vide, anche nello sport, e apprezzò
il lato politico. Per essere più precisi: la sua funzione
politico-sociale. All'inizio lo sport indubbiamente era, ed è,
nemico della lotta di classe, affratellatore e livellatore di gente
proveniente dai più diversi ceti, tutta fusa da una passione comune
e tesa verso la stessa meta. Inoltre costituisce, coi suoi
spettacoli, il diversivo migliore per la gioventù, altrimenti
convogliata verso attività di partiti politici.”12
Oltre a questo, lo sport serviva al regime per
raggiungere anche un altro importante scopo, quello cioè di
infondere negli italiani un marcato sentimento di orgoglio nazionale.
Per arrivare a ciò indispensabile fu la figura dell'atleta che
mietendo successi in campo internazionale da un lato aumentava il
senso di appartenenza delle masse e dall'altro ingigantiva il
prestigio internazionale di Mussolini e del regime stesso.
A tal
proposito interessante è riportare un estratto delle parole che
Mussolini pronuncia in occasione del raduno del 28 ottobre 1934 a
Roma di tutti gli atleti italiani:
“Voi,
atleti di tutta Italia, avete dei particolari doveri. Voi dovete
essere tenaci, cavallereschi, ardimentosi. ricordatevi che quando
combattete oltre i confini, ai vostri muscoli e soprattutto al vostro
spirito è affidato in quel momento l'onore e il prestigio sportivo
della Nazione. Dovete quindi mettere tutta la vostra energia, tutta
la vostra volontà, per raggiungere il primato in tutti i cimenti
della terra, del mare e del cielo.”13
Momento
spartiacque fondamentale fu senz'altro l'emanazione nell'agosto del
1926 della cosiddetta “Carta di Viareggio”, la famosa riforma
voluta dal regime di tutto il calcio nazionale; troppo lungo qua
raccontare tutte le vicende prodromiche che portarono alla riforma14,
già da alcuni anni una commissione di “saggi” stava lavorando
per una strutturale riforma del calcio e proprio nella primavera
del'26 statuì per il Regolamento arbitrale una bizzarra norma che
prevedeva la possibilità per le società di indicare un certo numero
di arbitri “non graditi”, i quali per tutta la stagione non
avrebbero arbitrato quelle squadre. Inutile dire che questa
statuizione non fu affatto gradita agli arbitri che risposero con un
durissimo comunicato nel quale lo spauracchio dello sciopero – e
quindi la paralisi del calcio – era molto più di un'eventualità.
A quel punto della questione venne investito direttamente il C.O.N.I.
- quindi il regime – che ordinò l'immediata cessazione dello
sciopero e nominò un triumvirato di saggi con il compito di
riformare radicalmente l'organizzazione calcistica italiana. Dopo
sole tre settimane veniva licenziata una riforma globale del gioco
del calcio in Italia, riforma che andava a modificare nella sostanza
alcuni punti strategici che avrebbero avuto un notevole impatto sia
nell'immediato e sia nel futuro.
Cambiava un po' tutto: veniva
riscritto lo statuto federale, mutavano gli organi di governo del
calcio e veniva introdotta una separazione fondamentale nello status
dei calciatori, suddividendoli in dilettanti e non
dilettanti.
Per quel che qui più ci interessa, c'è da rilevare l'aspetto più
importante che riguardava le cariche federali che smettevano di
essere elettive per passare ad essere nominate. Veniva istituito il
Direttorio Federale composto da 7 elementi tutti eletti direttamente
dal C.O.N.I. a capo del quale veniva nominato il gerarca fascista
bolognese Leandro Arpinati; a sua volta il Direttorio Federale
avrebbe nominato tutti gli organi dipendenti. Quasi tutti i più
autorevoli studiosi di storia calcistica fanno coincidere questo
momento con il momento in cui il regime si impossessa
del calcio italiano, per i motivi che abbiamo più su esposto. È un
rapporto di reciprocità, quello tra fascismo e calcio, nel quale
entrambi ottengono vantaggi. Con Arpinati si inizia anche in Italia a
pensare, progettare e costruire stadi polisportivi sì, ma con al
centro il gioco del calcio, il tutto per iniziativa pubblica,
segnando un momento di forte discontinuità con il passato: il
“Littoriale” di Bologna – inaugurato nel 1927, al quale
seguirono la completa ristrutturazione a Roma del “Nazionale”, la
costruzione a Pisa dell'Arena “Garibaldi”, a Trieste del
“Littorio” e a Palermo della “Favorita”, tutti per mano
pubblica15.
Momento
successivo consequenziale per il regime per raggiungere lo scopo di
rinforzare il prestigio internazionale suo e quindi di Mussolini era
organizzare una grande manifestazione sportiva. Gli anni'30 erano gli
anni di massimo splendore del regime fascista: all'interno la
costruzione del regime totalitario poteva dirsi compiuta, con
l'appiattimento morale della società ai diktat del regime e
all'esterno l'Italia godeva ancora di un buon prestigio e soprattutto
era ancora percepita come una Nazione stabile, affidabile. Il destro
per organizzare una grande manifestazione venne offerto al Congresso
FIFA del maggio 1932, quando la delegazione italiana accetto “con
riserva” di organizzare l'edizione del 1934 della World Cup: Rimet
voleva che il paese ospitante fosse in grado di organizzare una
competizione migliore rispetto a quella del 1930, che si assumesse
tutti i rischi economici e che le partite si svolgessero in più
città. Inoltre per lui era imprescindibile la presenza delle tre
squadre sudamericane più forti. L'Italia rispendeva a tutti questi
criteri: disponeva, come abbiamo detto, di impianti nuovi e
funzionali, si assumeva l'alea economica ed aveva buoni rapporti con
le tre federazioni di Brasile, Uruguay e Argentina.
Così durante il
meeting della FIFA a Zurigo del 1932 la candidatura italiana divenne
effettiva. Marco Impiglia nel suo interessante saggio dedicato alla
Coppa del Mondo 1934 ci spiega bene cosa mosse l'Italia ad
organizzare l'evento, rifacendosi ad un carteggio del presidente
della FIGC Giorgio Vaccaro alla Presidenza del Consiglio del febbraio
1934. Se è vero che il
regime fascista abusò politicamente dell’evento – ed Impiglia
bene ne mostra i fatti – “parimenti
s’adoperò per organizzarlo bene”,
valutandone i numerosi aspetti, non solo sportivi e di propaganda
nazionale, ma anche turistici, quindi economici16.
Tutto
doveva funzionare alla perfezione, e tutto funzionò perchè tutti i
gerarchi fascisti impegnati nello sport e tutto il corpo diplomatico
lavorarono e si impegnarono all'unisono per la buona riuscita del
torneo. Come rileva Ghirelli l'organizzazione fu curata nei minimi
dettagli, furono creati dalla FIGC sei uffici, ognuno dedicato ad un
singolo aspetto della manifestazione: amministrativo (diretto dal
rag. Bertoldi), tecnico (ing. Barassi), viaggi e alloggi (comm.
Ferretti), stampa e propaganda (dr. Zauli), ricevimenti ufficiali
(sig. Viola), congresso FIFA (conte Millo)17.
Sicuramente tra le iniziative di più impatto mediatico che
contribuirono al coinvolgimento della popolazione italiana fu
l'organizzazione di un concorso per cartelloni di propaganda
all'evento. Leggiamo direttamente del volume ufficiale pubblicato
dalla federazione che vennero presentati ben 158 lavori e tra questi
venne scelto il manifesto di Luigi Martinati, mentre altri tre
vennero scelti per la serie di francobolli emessi in occasione della
manifestazione e per la copertina del programma del torneo18.
Non solo. Per la prima volta EIAR e Istituto Luce misero in campo un
apparato faraonico, coprendo l'intera manifestazione e garantendo
anche a chi abitava in luoghi remoti lontani dalle principali città
di seguire al cinema i riflessi filmati delle azioni più importanti
delle partite19.
Insomma possiamo senz'altro affermare che il fascismo fece qualsiasi
sforzo per giungere al risultato prefissato che, come abbiamo più
volte sottolineato, era quello di accreditarsi all'opinione pubblica
internazionale come una forza seria di governo guidata dal carisma di
Mussolini, che un paio di giorni dopo la finalissima incontrava per
la prima volta Adolf Hitler.
Tutta
la stampa di regime – e non poteva essere altrimenti – sottolineò
il risultato amministrativo dell'evento. Una fra le tante la voce del
Guerin
Sportivo che
così rappresentò l'epopea del mondiale italiano:
“(...)
L'apoteosi di Roma ha chiuso nel modo più degno l'avvenimento senza
confronti. Tutto bene, letizia generale: il titolo è in nostre mani,
i conti tornano e c'è rimasto anzi un certo margine tanto per
dimostrare che non si era stati avventati nelle previsioni (…).20
Lo stesso Vaccaro esterna il suo compiacimento nell'aver
evitato il deficit di bilancio nelle note introduttive del volume
ufficiale pubblicato per celebrare la vittoria azzurra:
“(...)
Ci siamo sforzati di non perdere mai di vista il fine massimo al
quale si tendeva, che era quello di dimostrare che lo sport fascista
spazia ad alta quota di idealità, per responsabilità di Dirigenti e
per maturità di folle sportive. E che tutto ciò promana da un unico
ispiratore: il DUCE.”21
Lo
stesso Impiglia getta una luce importante su un aspetto altrettanto
decisivo, uscendo definitivamente da un percorso agiografico che ci
permette di comprendere come in quel Mondale tutte le componenti del
regime si mossero per arrivare al risultato finale: per ciò che
concerne il lato amministrativo ed organizzativo abbiamo detto, dal
lato sportivo Impiglia bene spiega quali furono gli “agganci
diplomatici” che permisero all'organizzazione italiana di contare
su alcuni arbitri controllandoli durante tutta la manifestazione: lo
svedese Eklind, lo svizzero Mercet e il belga Baert22.
Come
più volte affermato, calcio e fascismo si unirono in un abbraccio
che portò benefici ad entrambi, ma che mutò definitivamente e per
sempre il calcio stesso. Ghirelli sostiene – e non senza ragioni –
che il calcio che uscì dai mutamenti degli anni'20 del Novecento era
un calcio che si sposava bene con il modo di essere del regime
fascista, rivoluzionario sì ma che “si
acconciava a quel caos strutturale che in termini economici si chiamò
corporativismo”.
E sappiamo bene quanto il calcio italiano – la società italiana? -
si crogioli ancora oggi nel pantano burocratico che tutto ammorba e
paralizza. Lo stesso giornalista napoletano nel suo Storia
del calcio in Italia
cita un passo di Carlo Doglio su un punto decisivo nella storia di
questo sport, spiegando come dopo la fascistizzazione del calcio
nessuna società calcistica avrebbe mai più potuto raccontare la
propria storia economica23.
Effetti, dunque, ben visibili e tangibili anche ai nostri giorni.
“Quando
un gioco è importante per miliardi di persone, cessa di essere
semplicemente un gioco. Il calcio non è mai solo calcio: aiuta a
fare guerre e rivoluzioni, affascina mafiosi e dittatori.”24
Ciò che scrive Kuper è, in sintesi, il destino di un
gioco che è diventato universale, che ha legato, lega e legherà
ancora le sue vicende con quelle più profonde ed importanti del XX
secolo e di quello in cui stiamo vivendo, alimentando speranze,
delusioni, rivolte e pacificazioni il tutto partendo sempre da lì,
da un pezzo di terra ricoperto di erba, con ventidue ragazzi che
corrono dietro ad un pallone.
1 Luigi,
Salvatorelli, La Triplice Alleanza – Storia diplomatica
1877-1912,ISPI, Milano, 1939
2 Per
approfondire i motivi e le interpretazioni legate all'art. VII del
Trattato della Triplice Alleanza cfr. Alessandro, Bassi, 1915.
Dal football alle trincee, Bradipolibri
Editore, Ivrea, 2015
3 La
lettera venne pubblicata da Salandra e ripresa da Luigi, Albertini,
Vent'anni di vita politica,
Vol.III, Zanichelli, Bologna, 1951
4 Sergio,
Giuntini, Lo sport e la grande guerra. Forze armate e movimento
sportivo in Italia di fronte al primo conflitto mondiale,
Stato Maggiore dell'Esercito, Ufficio Storico, Roma, 2000
5 Cfr.
La Gazzetta dello Sport del
4 gennaio 1915
6 Nicola,
Sbetti, Lo Sport Illustrato e la Grande Guerra (1913-1915) sta
in Lo sport alla Grande Guerra,
Quaderni della SISS, n.4 Serie Speciale, 2015
7 Lauro,
Rossi, Lo Sport nei campi di prigionia durante la Grande Guerra
sta in Lo sport alla
Grande Guerra, Quaderni della
SISS, n.4 Serie Speciale, 2015
8 Antonio, Papa, Guido Panico, Storia sociale
del calcio in Italia, Il Mulino,
Bologna, 2002
9 Antonio,
Ghirelli, Storia del calcio in Italia,
Einaudi, Torino, 1967
10 Mario,
Rigoni Stern, Le stagioni di Giacomo,
Einaudi, Torino, 1995
11 Le
parole di Baloncieri sono riportate in Carlo, Chiesa, La grande
storia del calcio italiano,
supplemento a Guerin Sportivo
12 Antonio,
Ghirelli, Op. cit.
13 Cfr.
La Stampa del 29 ottobre
1934
14 Per
approfondimenti cfr. www.storiedifootballperduto.blogspot.it
la sezione dedicata alla Carta di Viareggio
15 Antonio,
Papa, Guido, Panico, Op. Cit.
16 Marco,
Impiglia, Fifa
World Cup 1934: Mussolini trucco’ il gioco?,
17 Antonio,
Ghirelli, Op. Cit.
18 Bruno,
Zauli, Coppa del mondo – Cronistoria del II campionato mondiale
di calcio, F.I.G.C., Roma, 1936
19 Marco,
Impiglia, Op. Cit.
20 Cfr.
Guerin Sportivo n.25 del 13
giugno 1934
21 Bruno,
Zauli,Op. Cit.
22 Marco,
Impiglia, Op. Cit.
23 Antonio,
Ghirelli, Op. Cit.
24 Simon,
Kuper, Calcio e potere,
ISBN, 2008
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venerdì 8 giugno 2018
STORIE DI CALCIOMERCATO PERDUTO
Con la seconda metà degli anni'20 del XX secolo il calcio italiano
prende definitiva consapevolezza di sé, si lascia alle spalle la
fanciullezza spesso ingenua dell'età pionieristica e si riconosce capace
di catalizzare interessi, passioni e denaro. Con i roaring twenties
all'italiana assistiamo, tra gli altri, all'ingresso nel mondo del
calcio dell'industria e dei primi grandi e medi industriali, con una
cascata di denari che avrà ripercussioni fondamentali nello sviluppo del
gioco del calcio dalle nostre parti. Denaro e ambizione portano alla
ricerca sempre più affannosa di calciatori sempre più forti da oltre
frontiera, non senza eccessi.
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venerdì 4 novembre 2016
LA CARTA DI VIAREGGIO DEL 1926
Lo status dei giocatori
Ultimo aspetto, non certo il meno importante, riguardava
il nuovo “status” del calciatore.
Per
tutto il suo periodo pionieristico il calcio italiano era stato
improntato all'insegna del dilettantismo, come anche rimarcato nel
Regolamento che la F.I.G.C. emanò nel 1909, anche se non mancarono –
possiamo dire da subito – casi di società che per accaparrarsi i
giocatori migliori promettevano loro posti di lavoro e “benefit”1.
Questo atteggiamento della Federazione e del mondo tutto calcistico
italiano si rifaceva all'ideale del gentleman-amateur,
ideale che era arrivato in Italia assieme ai primi rudimenti sul
nuovo gioco: eppure, seppur proprio in Gran Bretagna il
professionismo fosse riconosciuto già a partire dal 1885, qui da noi
l'idea incontrò sempre molte resistenze, se è vero come è vero che
ancora nel 1925 la F.I.G.C., dopo i “casi” dei calciatori Rosetta
e Calligaris, ribadiva con forza la piena condanna al professionismo.
Qualcosa – e non solo in Italia – comunque si stava muovendo e
mutava il quadro d'insieme, nuovi interessi iniziavano a ruotare
attorno al calcio, sempre più imprenditori facoltosi acquistavano
società pronti ad investire cifre importanti per raggiungere le
vittorie2.
A metà anni'20 era ormai inevitabile porsi il problema del
professionismo e dare risposte adeguate.
La Carta di Viareggio recepiva quanto già statuito
dalla F.I.F.A. nel congresso di Roma del 1926 laddove la Federazione
internazionale, pur continuando a proclamare il principio del
dilettantismo per i calciatori, di fatto lasciava alle singole
federazioni nazionali il compito di inquadrare concretamente il
calciatore e quindi – in altre parole – dava loro la possibilità
di prevedere un “compenso” per i giocatori. Ovviamente quel
“compenso” non poteva essere in alcun modo una retribuzione
diretta, ossia elargita in relazione ad una prestazione di gioco, ma
poteva benissimo essere inteso nel senso di “indenizzo” per il
“mancato guadagno” che il calciatore avrebbe subito a causa
dell'attività calcistica.
Leggiamo
dall'Annuario
del Giuoco del Calcio
del 1929:
“Il
Congresso conferma la definizione del dilettante così e come è
stata adottata al Congresso di Parigi. Sulla questione del rimborso
eccezionale del mancato guadagno il congresso, allo stato della
questione (fait
confiance)
affida alle Associazioni nazionali di definire provvisoriamente leur
statut personel”3
Dicevamo,
la Carta di Viareggio si adeguò e, pur non riconoscendo il
professionismo, distinse i calciatori in Dilettanti e Non Dilettanti,
prevedendo per questi ultimi l'obbligo di depositare in Federazione
“copia
degli impegni di rimborso spese e mancato guadagno, firmata dal
rappresentante della Società e dal giocatore”.
Grande
attenzione veniva riservata al controllo dello status di dilettante,
prevedendo, tra l'altro che la Presidenza del C.O.N.I. nominasse una
Commissione del dilettantismo composta da tre membri con il compito
di vigilare sull'applicazione integrale delle norme sul dilettantismo
e prevedendo “gravissime
sanzioni contro i colpevoli, essendo le Società e i giuocatori
solidalmente responsabili”.
Le novità riguardanti i giocatori non finivano però
qua. Si chiudevano le frontiere e si prevedeva che ai campionati
italiani potessero partecipare soltanto giocatori di nazionalità e
cittadinanza italiana, prevedendo, quale norma transitoria per la
stagione successiva, dunque quella del 1926/27, la possibilità per
ciascuna società di tesserare al massimo due giocatori stranieri,
fatto obbligo però di poterne schierare soltanto uno per ogni
partita. Per ciò che riguardava i trasferimenti dei giocatori,
cadeva ogni vincolo territoriale (dal 1922 il calciatore poteva
cambiare squadra soltanto se la sua residenza anagrafica coincideva
con quella del club) ma dovevano comunque sempre essere espressamente
autorizzati dal Direttorio Federale:
a) giuocatori chiamati a prestare servizio militare
(…) per il periodo del servizio effettivo e per una Società avente
sede ove il servizio viene prestato;
b) giuocatori stranieri, già tesserati in Italia
nella stagione 1925-1926, che sono rimasti in soprannumero a norma
delle disposizioni riguardanti la partecipazione dei giuocatori
straneiri al Campionato;
c)
giuocatori che avanti la data del 31 luglio 1926 abbiano avuto
ragioni di insanabile dissenso con la loro Società, per motivi di
eccezione gravità di natura in ispecie morale ovvero giuocatori ai
quali la Società dichiari, motivando, di non voler più conservare
nei propri ruoli4.
Antonio Papa e Guido Panico riportano un dato molto
interessante, comparando il numero dei giocatori retribuiti in Italia
e Inghilterra negli anni'30:
“Nel
corso degli anni'30 la media dei giocatori retribuiti, circa
cinquecento, rappresentò solo l'1% dei tesserati. Ciò nonostante la
percentuale italiana era superiore a quella dei professionisti
inglesi, che costituivano solo lo 0,4% dei giocatori delle società
di football”5
Antonio Ghirelli chiosa
sull'ambiguità che da allora avrebbe caratterizzato la gestione
economico-finanziaria del calcio in Italia riportando ciò che Carlo
Doglio scriveva nel 1952 a proposito dei deleteri effetti della
riforma:
“(...)
nessuna società tra quante ho visitato, si sogna di poter narrare la
propria storia economico-sociale post 1926-27. fino ad allora
l'aneddotica cita anche i centesimi, dopo, silenzio assoluto.”6
Insomma, con questa
riforma epocale il calcio italiano iniziava ad assomigliare molto al
calcio dei nostri tempi, producendo una cesura tra il prima e il
dopo.
1Alessandro,
Bassi, Il football dei pionieri,
Bradipolibri Editore, Ivrea, 2012
2Antonio,
Papa - Guido, Panico, Storia sociale del calcio in Italia,
Il Mulino, Bologna, 1993
4Ibidem
5Antonio,
Papa - Guido, Panico Op. Cit.
6Antonio,
Ghirelli, Op. Cit.
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venerdì 28 ottobre 2016
LA CARTA DI VIAREGGIO DEL 1926
La nuova struttura federale
Cambiava un po' tutto. Soprattutto per quel che
riguardava la struttura interna federale, che veniva riorganizzata in
senso strettamente gerarchico, e le cariche stesse che non erano più
elettive bensì a nomina: veniva istituito il Direttorio Federale
composto da 7 elementi tutti eletti direttamente dal C.O.N.I. - e
dunque dal Partito – a capo del quale veniva nominato il gerarca
fascista bolognese Leandro Arpinati; a sua volta il Direttorio
Federale avrebbe nominato tutti gli organi dipendenti, e cioè il
Direttorio delle divisioni superiori (Divisione Nazionale e Prima
Divisione) e il Direttorio delle divisioni inferiori Nord e Sud
(Seconda Divisione Nord, Seconda Divisione Sud, finali interregionali
e Terza Divisione).
Come detto, a capo del Direttorio Federale fu nominato
il gerarca fascista bolognese, amico della prima ora di Benito
Mussolini, Leandro Arpinati, il quale resse la presidenza della
F.I.G.C. dal 1926 al 1933: spostò immediatamente la sede federale da
Torino a Bologna e successivamente – nel 1929 – a Roma, in
concomitanza con la sua nomina a sottosegretario agli interni.
Per il primo biennio la nomina del Direttorio fu dunque
fatta d'autorità dalla Presidenza del C.O.N.I., mentre con la
riforma del 1927, riforma che prevedeva la nomina da parte del capo
del Governo non solo della presidenza del C.O.N.I., ma di tutte le
presidenze delle varie federazioni, la nomina del presidente della
Federazione calcistica sarebbe spettata anch'essa a Mussolini.
Per quel che riguardava il mondo arbitrale, venne
istituito il Comitato Italiano Tecnico Arbitrale (C.I.T.A.),
organismo al quale veniva demandato l'inappellabile giudizio su tutte
le questioni di carattere tecnico relativamente al regolamento di
gioco. Allo stesso Comitato veniva inoltre conferita tutta una serie
di attribuzioni, tra le quali l'attività di aggiornamento e
coordinamento dei regolamenti tecnici di gioco, la nomina, vigilanza,
classificazione e designazione degli arbitri. Presidente
dell'organismo veniva nominato l'avv. Giovanni Mauro.
La riforma dei campionati
Inoltre la riforma seguiva la via tracciata anni prima
dal Progetto di riforma dei campionati ideata da Vittorio Pozzo, teso
all'unificazione territoriale del campionato: venne dunque creata una
Divisione Nazionale formata da 20 squadre divise in due gironi, di
queste ben 16 appartenevano alla Lega Nord alle quali si aggiunse una
diciassettesima individuata tramite torneo di spareggio tra le otto
retrocesse nell'anno precedente; completavano il quadro tre squadre
del centro-sud: le due squadre di Roma, l'Alba, finalista del torneo
precedente, e la Fortitudo, e la novità del Napoli che nato
nell'agosto del 1926 grazie all'opera dell'imprenditore Giorgio
Ascarelli aveva assorbito l'Internaples, cioè la squadra che aveva
acquisito nel campionato precedente il diritto a partecipare alla
Divisione Nazionale.
Il torneo di qualificazione tra le otto squadre del
settentrione non ammesse direttamente prese avvio domenica 29 agosto
1926 e terminò con la ripetizione della finale del 23 settembre.
(a Bologna) MANTOVA – REGGIANA 7 – 3 dts
(a Verona) LEGNANO – UDINESE 2 – 0 Forfait
(a Milano) NOVARA – PARMA 4 – 0
(a Genova) ALESSANDRIA – PISA 6 – 1
Così “La Stampa” commenta l'indomani l'esito del
primo turno di qualificazione:
“La
prima giornata del Torneo di qualificazione è stata caratterizzata
da successi netti, e sui quali non è possibile sollevare dubbi. Del
resto, si può dire che le squadre, le quali hanno superato la prova,
erano le favorite della vigilia: l'Udinese, che per un complesso di
circostanze, non era in grado di allineare la squadra che seppe
fornire un “finisch” di campionato notevole, è stata la sola che
ha voluto...precedere il pronostico, col dar partita vinta al
Legnano.
La sorpresa della giornata è stata la vittoria dei
“virgiliani”: la Reggiana alla vigilia raccoglieva maggiori
suffragi: invece, i “granata” emiliani hanno ceduto nei tempi
supplementari. La sorte della gara venne rimessa a un fattore, che fu
decisivo: la fatica, e infatti i più resistenti hanno avuto la
meglio, e sono passati dal pareggio 3-3 a un 7-3 senza dubbio
eloquente.
L'Alessandria
ha ottenuto la vittoria più convincente della giornata, mentre pure
netta e chiara è stata l'affermazione novarese. La squadra “azzurra”
è stata la sola a non aver violata la sua rete, il che costituisce,
senza dubbio, un successo personale di Faher.” 1
Domenica 5 settembre vennero disputate le semifinali,
entrambe a porte chiuse:
(a Vercelli) ALESSANDRIA – LEGANO 4 – 1
(a Milano) NOVARA – MANTOVA 4 – 3 dts
Nella riunione del 6 settembre, il Direttorio federale,
decideva che la finale tra Alessandria e Novara si sarebbe disputata
domenica 12 settembre sul campo neutro di Casale Monferrato
(a Casale) ALESSANDRIA – NOVARA 2 – 2 dts
A quel punto, terminato l'incontro in parità,
necessitava una seconda partita, che le due squadre chiesero – ed
ottennero – di giocare a Torino, sul campo della Juventus, giovedì
23 settembre; anche se prescritto a porte chiuse, l'incontro si giocò
davanti ad oltre 500 persone e vide il primo tempo chiudersi con il
Novara in vantaggio 1-0. Nella ripresa, l'Alessandria salì di tono e
riuscì a pareggiare dopo dieci minuti e a far suo l'incontro
segnando altre due reti, vincendo e regalandosi così l'ingresso
nella Divisione Nazionale.
(a Torino) ALESSANDRIA – NOVARA 3 – 1
Sempre nella seduta del 6 settembre, alla vigilia della
finale del torneo di qualificazione, il Direttorio decideva la
compilazione dei due gironi della Divisione Nazionale, in base alle
classifiche degli ultimi Campionati con criterio
economico-territoriale, e dei tre gironi della Prima Divisione:
|
DIVISIONE
NAZIONALE GIRONE A
|
DIVISIONE
NAZIONALE GIRONE B
|
|
JUVENTUS
|
BOLOGNA
|
|
MODENA
|
TORINO
|
|
GENOA
|
PADOVA
|
|
HELLAS
|
CREMONESE
|
|
INTERNAZIONALE
|
LIVORNO
|
|
PRO VERCELLI
|
SAMPIERDARENESE
|
|
BRESCIA
|
ANDREA DORIA
|
|
NAPOLI
|
MILAN
|
|
ALBA AUDACE ROMA
|
FORTITUDO ROMA
|
|
CASALE
|
ALESSANDRIA
|
Al termine dei due gironi, le prime tre di ciascun
girone avrebbero partecipato ad un girone finale per l'assegnazione
del titolo di Campione Nazionale, mentre le ultime due classificate
di ciascun girone sarebbero state retrocesse in Prima Divisione.
Al
campionato di Prima Divisione partecipavano 32 squadre; il campionato
veniva diviso secondo un criterio geografico in due macro gruppi,
Nord e Sud. Nel raggruppamento Nord giocavano 24 squadre suddivise in
tre gironi da 8 squadre ciascuno, ed era costituito dalle sette
squadre rimaste in categoria nella stagione 1925-26, dalla squadra
dell'U.S. Anconitana – che per ragioni geografiche venne aggregata
al nord – e dalle 16 squadre che avevano conquistato il diritto di
passare dalla seconda alla prima divisione. Nel raggruppamento Sud
partecipavano 8 squadre che vennero scelte in base ai migliori
piazzamenti nei vari gironi regionali del sud, “tenuto
conto della potenzialità dei differenti gironi, designate, in base a
questi criteri, dal Direttorio Federale, su proposta degli enti
competenti”.
Le quattro vincenti dei quattro gironi di prima
divisione sarebbero state promosse in Divisione Nazionale, mentre
l'ultima classificata di ciascun girone (quindi 4 squadre in totale)
sarebbero retrocesse in Seconda Divisione.
Anche la Seconda Divisione prevedeva la suddivisione in
due macro gruppi, Nord e Sud per un totale di massimo 68 squadre. Le
32 squadre del Nord sarebbero state divise in tre gironi da 12
squadre ciascuno, con la vincente di ciascun girone promossa in Prima
Divisione e le ultime due retrocesse in Terza Divisione. Il gruppo
Sud, invece, venne suddiviso in quattro gironi da otto squadre
ciascuno: le quattro vincenti avrebbero disputato la finale a girone
doppio per il titolo e per il posto in Prima Divisione, mentre
l'ultima classificata di ogni girone sarebbe stata retrocessa in
Terza Divisione.
Il
campionato di Terza Divisione, infine, anch'esso diviso tra Nord e
Sud prevedeva che potessero iscriversi “tutte
le società che avessero la libera e piena disponibilità di un campo
da giuoco nelle misure regolamentari e con cinta stabile”.
Ovviamente l'intero campionato era organizzato su base strettamente
regionale: per il Nord i Direttori regionali avrebbero dovuto
provvedere a creare gironi da 10 squadre ciascuno; le vincenti di
ogni girone si sarebbero incontrate su base interregionale per
determinare i sei posti che avrebbero concesso la promozione in
Seconda Divisione. Al Sud i Direttori regionali avrebbero, allo
stesso modo del Nord, creato gironi da otto squadre e le vincenti,
sempre su base interregionale, si sarebbero incontrate per la
conquista dei quattro posti di Seconda Divisione2.
1
Cfr. La Stampa del 30 agosto
1926
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venerdì 14 ottobre 2016
LA CARTA DI VIAREGGIO DEL 1926
2. la “fascistizzazione” del calcio
Il calcio italiano degli anni'20 era scosso da violenti
polemiche e duri scontri al proprio interno che fomentavano la già
di suo inquieta folla che sempre più seguiva, discuteva e si
appassionava alle vicende calcistiche. A ciò si accompagnava una
grave crisi finanziaria e di “potere” che attanagliava gli enti
del calcio dell'epoca. Quel che accadde nel 1926 offrì il pretesto
al regime per rafforzare in maniera decisiva la sua presenza e la sua
influenza all'interno delle strutture calcistiche.
Tutto
prese avvio dalla proclamazione di uno sciopero della classe
arbitrale nel maggio di quel 1926, dopo che la Federazione annullò
la vittoria del Casale sul Torino del 7 febbraio a seguito delle
vibranti proteste dei granata adducendo quale motivazione il fatto
che l'arbitro non “avrebbe diretto con la dovuta serenità”
l'incontro1.
Già
da alcuni anni una commissione di “saggi” stava lavorando per una
strutturale riforma del calcio e proprio nella primavera del'26
questa statuì per il Regolamento arbitrale una bizzarra norma che
prevedeva la possibilità per le società di indicare un certo numero
di arbitri “non graditi”, i quali per tutta la stagione non
avrebbero arbitrato quelle squadre. L'Annuario
del Giuoco del Calcio italiano
nell'edizione del 1929 riporta per intero il testo della norma,
prevista all'art.11 del Regolamento degli Arbitri:
“Ogni
società, entro 10 giorni dal ricevimento dell'elenco degli arbitri,
avrà diritto di indicare alla Commissione sportiva (federale) un
numero di arbitri non superiore all'8% del totale contenuto
nell'elenco stesso. La Commissione stessa per tutta la stagione
sportiva iniziantesi, non dovrà destinare tali arbitri alla
direzione delle partite che la società che li ha indicati dovrà
disputare sia sul proprio campo sia su campo avversario.
Le
Società non sono tenute a dichiarare i motivi della indicazione
salvo si tratti di casi di indegnità”2
Ovviamente questa norma non venne accolta bene dal mondo
arbitrale e al termine di una riunione tra tutti gli arbitri, il 30
maggio 1926 l'Associazione degli Arbitri emanò un durissimo
comunicato:
“Il
Consiglio plenario dell'Associazione Italiana degli Arbitri, riunito
ieri a Milano, presa in esame la situazione creatasi in seguito alle
ultime decisioni degli Enti Federali (…) delibera alla unanimità
di invitare i colleghi di tutte le categorie a ritornare alla
Commissione sportiva entro il giorno 5 giugno 1926 la tessera di
arbitro, spontaneamente rinunciando ad assolvere l'ufficio, che non è
più tutelato da leggi scritte, ma è abbandonato all'arbitrio di
parte.3”
In una parola, sciopero.
Insomma c'era il concreto rischio che il campionato non
vedesse la fine perchè ovviamente non si poteva giocare senza
arbitro, ma fu qui che intervenne in maniera decisa il regime. Per
trovare una soluzione venne investito della questione il C.O.N.I. -
ente controllato dal regime – il cui presidente, come abbiamo
visto, già dal 1925 era Lando Ferretti, nominato direttamente da
Mussolini. Ferretti ci mise molto poco ad intervenire: ordinò
l'immediata cessazione dello sciopero arbitrale e la ripresa del
campionato e il 7 luglio nominò una commissione di tre saggi (Mauro,
Foschi, Graziani) con il compito di riformare radicalmente
l'organizzazione calcistica italiana. Nello specifico ai tre esperti
venne demandata la soluzione alle seguenti questioni:
a) Assegnazione delle Società alle varie categorie e
organizzazione dei campionati;
b) Classifica dei giocatori;
c) Sistemazione tributaria;
d) Gerarchie dell'ente
Da quella commissione, il 2 agosto, nel giro di sole tre
settimane, venne emanata la cosiddetta “Carta di Viareggio” che
modificava in senso sostanziale tutta l'attività calcistica italiana
e che successivamente andremo nel dettaglio ad analizzare.
Così il 3 agosto 1926 il quotidiano “La Stampa”
dava la notizia:
“In
una sala del Municipio di Viareggio si è riunita questa mattina e
nel pomeriggio di oggi la presidenza del C.O.N.I. per la sistemazione
della Federazione Italiana del Giuoco del Calcio (…)
Dopo un breve rendiconto finanziario, i convenuti
hanno ricevuto una Commissione delle Società di Prima Divisione
escluse dalla Divisione Nazionale. Nel pomeriggio, poi, ha avuto
luogo un'ampia discussione alla quale hanno preso parte quasi tutti
gli intervenuti e che si è conclusa con l'accettazione della
proposta degli esperti. I punti fondamentali della riforma dell'Ente
calcistico stabiliscono tra l'altro che i giuocatori vengano divisi
in due categorie: dilettanti e non dilettanti.
Alle Società iscritte al Campionato Italiano è
fatto divieto di allineare nei propri ranghi giuocatori di
nazionalità straniera: come norma transitoria è ammesso per gli
anni 1926-27 il tesseramento di due giuocatori da parte di ciascuna
Società, con l'obbligo però di non farne partecipare più di uno
per ciascuna partita. Sono stati poi presi provvedimenti circa il
trasferimento dei giuocatori e si è fissata la data di inizio
Campionato italiano, che verrà diviso in due gruppi.
Si
è proceduto infine alla costituzione di un Comitato Tecnico
arbitrale, con sede a Milano.”4
1Carlo,
F., Chiesa, La grande storia del calcio italiano ,
pubblicata a puntate su GS Guerin Sportivo
3
Cfr. La Stampa del 31
maggio 1926
4
Cfr. La Stampa del 3
agosto 1926
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