giovedì 27 agosto 2026

⚽VIAREGGIO 1926 (Puntata 7)

 7. La “Carta di Viareggio”

Dalla commissione voluta da Ferretti, il 2 agosto, nel giro di sole tre settimane, venne emanata la cosiddetta “Carta di Viareggio”, cioè il complesso di norme e indirizzi che modificava in senso sostanziale tutta l'attività calcistica italiana e che successivamente andremo nel dettaglio ad analizzare.

La Capitale Sportiva

 

Così il 3 agosto 1926 il quotidiano “La Stampa” dava la notizia:

In una sala del Municipio di Viareggio si è riunita questa mattina e nel pomeriggio di oggi la presidenza del C.O.N.I. per la sistemazione della Federazione Italiana del Giuoco del Calcio (…). Dopo un breve rendiconto finanziario, i convenuti hanno ricevuto una Commissione delle Società di Prima Divisione escluse dalla Divisione Nazionale. Nel pomeriggio, poi, ha avuto luogo un'ampia discussione alla quale hanno preso parte quasi tutti gli intervenuti e che si è conclusa con l'accettazione della proposta degli esperti. I punti fondamentali della riforma dell'Ente calcistico stabiliscono tra l'altro che i giuocatori vengano divisi in due categorie: dilettanti e non dilettanti.

Alle Società iscritte al Campionato Italiano è fatto divieto di allineare nei propri ranghi giuocatori di nazionalità straniera: come norma transitoria è ammesso per gli anni 1926-27 il tesseramento di due giuocatori da parte di ciascuna Società, con l'obbligo però di non farne partecipare più di uno per ciascuna partita. Sono stati poi presi provvedimenti circa il trasferimento dei giuocatori e si è fissata la data di inizio Campionato italiano, che verrà diviso in due gruppi.

Si è proceduto infine alla costituzione di un Comitato Tecnico arbitrale, con sede a Milano.”1

Questa la sintesi che il quotidiano torinese fa dell'esauriente comunicato emesso dal CONI relativo ad un passo invero decisivo nella storia del calcio italiano. Come detto, questa riforma modificava in profondità e in maniera sostanziale l'assetto calcistico italiano, pertanto merita un'analisi dettagliata.

7.1. La nuova struttura federale

Cambiava un po' tutto. Soprattutto per quel che riguardava la struttura interna federale, che veniva riorganizzata in senso strettamente gerarchico. Scompariva ogni elemento elettivo democratico e le cariche stesse smettevano di essere elettive diventando bensì a nomina: veniva istituito il Direttorio Federale composto da 7 elementi tutti eletti direttamente dal C.O.N.I. - e dunque dal Partito – a capo del quale veniva nominato il gerarca fascista bolognese Leandro Arpinati; a sua volta il Direttorio Federale avrebbe nominato tutti gli organi dipendenti, e cioè il Direttorio delle divisioni superiori (Divisione Nazionale e Prima Divisione) e il Direttorio delle divisioni inferiori Nord e Sud (Seconda Divisione Nord, Seconda Divisione Sud, finali interregionali e Terza Divisione).

A capo del Direttorio Federale, come accennato, fu nominato il gerarca fascista bolognese, amico della prima ora di Benito Mussolini, Leandro Arpinati, il quale resse la presidenza della F.I.G.C. dal 1926 al 1933. 

Leandro Arpinati subito dopo la Grande guerra era diventato uno dei personaggi più importanti nella scena politica bolognese, tanto che nel 1920, pur essendo un anarco-individualista, prende il controllo del fascio bolognese2. Tra gli organizzatori delle prime squadre di azione fascista, guida assalti e pestaggi, tra i quali quello di Palazzo d'Accursio del 21 novembre 1920. In ottobre rifonda il fascio bolognese e nel 1921 diventa deputato nelle liste dei Blocchi nzionali per il PNF3. Non partecipa alla Marcia su Roma, resta a Bologna a difendere il suo potere dagli attacchi di un altro fascista, Gino Baroncini esponente della corrente più dura. Dopo il delitto Matteotti, con Baroncini uscito di scena e Grandi – altro importante gerarca bolognese – mandato a Roma, Arpinati ha mano libera a Bologna per consolidare il proprio potere, tanto che nel 1924 diventa Segretario della federazione provinciale fascista di Bologna e sul finire del 1926 viene nominato podestà di Bologna. Per Bologna Arpinati si impegna in modo sistematico nello sviluppo dello sport cittadino, tanto che come sottolinea Trocchi, lo stesso Arpinati amava ripetere che Bologna sarebbe stata chiamata non solo la dotta e la grassa, ma anche la sportiva. A Bologna Arpinati arriva a sviluppare lo sport su un duplice piano, “alimentandone la valenza sociale di collante interno al tessuto urbano e, contemporaneamente, facendone leva di affermazione della città come centro sportivo di preminenza nel panorama italiano”4. Come sottolinea Pellegrini, Mussolini sceglie Arpinati proprio per “fornire allo sport e al calcio una veste ideologica” ed è così che nel 1926 Arpinati diventa presidente della FIGC5.

Una volta diventato presidente della FIGC Arpinati sposta immediatamente la sede federale da Torino a Bologna e successivamente – nel 1929 – a Roma, in concomitanza con la sua nomina a sottosegretario agli interni.

Per il primo biennio la nomina del Direttorio fu dunque fatta d'autorità dalla Presidenza del C.O.N.I., mentre con la riforma del 1927, riforma che prevedeva la nomina da parte del capo del Governo non solo della presidenza del C.O.N.I., ma di tutte le presidenze delle varie federazioni, la nomina del presidente della Federazione calcistica sarebbe spettata anch'essa a Mussolini.

Per quel che riguardava il mondo arbitrale, venne istituito il Comitato Italiano Tecnico Arbitrale (C.I.T.A.), organismo al quale veniva demandato l'inappellabile giudizio su tutte le questioni di carattere tecnico relativamente al regolamento di gioco. Allo stesso Comitato veniva inoltre conferita tutta una serie di attribuzioni, tra le quali l'attività di aggiornamento e coordinamento dei regolamenti tecnici di gioco, la nomina, vigilanza, classificazione e designazione degli arbitri. Presidente dell'organismo veniva nominato l'avv. Giovanni Mauro.

L'interpretazione autentica del portato normativo la fornisce lo stesso Lando Ferretti raggiunto un paio di giorni dopo nel suo luogo di villeggiatura dal corrisponde Fabio Orlandini de La Gazzetta dello Sport. In quella intervista Ferretti chiarisce i criteri seguiti relativamente alla creazione dei nuovi Direttori e le ragioni sottostanti. In sintesi essi rispondevano al bisogno “da tutti sentito” di snellire le gerarchie federali rafforzandone al contempo l'autorità “evitando una serie di interferenze e di sovrapposizioni spesso inutili, sempre dannose”. In altre parole si era voluto eliminare il dibattito democratico all'interno della Federazione, dibattito che certo aveva avuto, come abbiamo visto, le sue storture, ma che era stato anche la base per l'evoluzione strutturale del calcio italiano6. 

 


7.2. La riforma dei campionati

La riforma, poi, si occupava anche della configurazione dei campionati. In buona sostanza seguiva la via tracciata anni prima dal Progetto di riforma dei campionati ideata da Vittorio Pozzo, teso all'unificazione territoriale del campionato. Veniva dunque creata una Divisione Nazionale formata da 20 squadre divise in due gironi, di queste ben 16 appartenevano alla Lega Nord alle quali si aggiunse una diciassettesima individuata tramite torneo di spareggio tra le otto retrocesse nell'anno precedente; completavano il quadro tre squadre del centro-sud: le due squadre di Roma, l'Alba – finalista del torneo precedente – e la Fortitudo, e la novità del Napoli che, nato nell'agosto del 1926 grazie all'opera dell'imprenditore Giorgio Ascarelli, aveva assorbito l'Internaples, cioè la squadra che aveva acquisito nel campionato precedente il diritto a partecipare alla Divisione Nazionale.


Guerin Sportivo
Il torneo di qualificazione tra le otto squadre del settentrione non ammesse direttamente prese avvio domenica 29 agosto 1926 con le partite che vennero disputate in campo neutro e senza pubblico. Si arrivò così alla fine con la ripetizione della finale del 23 settembre nella quale il “pass” per la nuova Divisione Nazionale se lo aggiudicò l'Alessandria. 

Nella seduta del 6 settembre, alla vigilia della finale del torneo di qualificazione, il Direttorio decideva la compilazione dei due gironi della Divisione Nazionale, in base alle classifiche degli ultimi Campionati con criterio economico-territoriale, e dei tre gironi della Prima Divisione:



DIVISIONE NAZIONALE GIRONE A

DIVISIONE NAZIONALE GIRONE B

JUVENTUS

BOLOGNA

MODENA

TORINO

GENOA

PADOVA

HELLAS

CREMONESE

INTERNAZIONALE

LIVORNO

PRO VERCELLI

SAMPIERDARENESE

BRESCIA

ANDREA DORIA

NAPOLI

MILAN

ALBA AUDACE ROMA

FORTITUDO ROMA

CASALE

ALESSANDRIA


Al termine dei due gironi, le prime tre di ciascun raggruppamento avrebbero partecipato ad un girone finale per l'assegnazione del titolo di Campione Nazionale, mentre le ultime due classificate di ciascun girone sarebbero retrocesse in Prima Divisione.

Al campionato di Prima Divisione partecipavano 32 squadre; il campionato veniva diviso secondo un criterio geografico in due macro gruppi, Nord e Sud. Nel raggruppamento Nord giocavano 24 squadre suddivise in tre gironi da 8 squadre ciascuno, ed era costituito dalle sette squadre rimaste in categoria nella stagione 1925-26, dalla squadra dell'U.S. Anconitana – che per ragioni geografiche venne aggregata al nord – e dalle 16 squadre che avevano conquistato il diritto di passare dalla seconda alla prima divisione. Nel raggruppamento Sud partecipavano 8 squadre che vennero scelte in base ai migliori piazzamenti nei vari gironi regionali del sud, “tenuto conto della potenzialità dei differenti gironi, designate, in base a questi criteri, dal Direttorio Federale, su proposta degli enti competenti”.

Le quattro vincenti dei quattro gironi di prima divisione sarebbero state promosse in Divisione Nazionale, mentre l'ultima classificata di ciascun girone (quindi 4 squadre in totale) sarebbero retrocesse in Seconda Divisione.

Anche la Seconda Divisione prevedeva la suddivisione in due macro gruppi, Nord e Sud per un totale di massimo 68 squadre. Le 32 squadre del Nord sarebbero state divise in tre gironi da 12 squadre ciascuno, con la vincente di ciascun girone promossa in Prima Divisione e le ultime due retrocesse in Terza Divisione. Il gruppo Sud, invece, venne suddiviso in quattro gironi da otto squadre ciascuno: le quattro vincenti avrebbero disputato la finale a girone doppio per il titolo e per il posto in Prima Divisione, mentre l'ultima classificata di ogni girone sarebbe stata retrocessa in Terza Divisione.

Il campionato di Terza Divisione, infine, anch'esso diviso tra Nord e Sud prevedeva che potessero iscriversi “tutte le società che avessero la libera e piena disponibilità di un campo da giuoco nelle misure regolamentari e con cinta stabile”. Ovviamente l'intero campionato era organizzato su base strettamente regionale: per il Nord i Direttori regionali avrebbero dovuto provvedere a creare gironi da 10 squadre ciascuno; le vincenti di ogni girone si sarebbero incontrate su base interregionale per determinare i sei posti che avrebbero concesso la promozione in Seconda Divisione. Al Sud i Direttori regionali avrebbero, allo stesso modo del Nord, creato gironi da otto squadre e le vincenti, sempre su base interregionale, si sarebbero incontrate per la conquista dei quattro posti di Seconda Divisione7.


7.3. Lo status dei giocatori

Ultimo aspetto, non certo il meno importante, anzi, il più innovativo, riguardava il nuovo status del calciatore.

Per tutto il suo periodo pionieristico il calcio italiano era stato improntato all'insegna del dilettantismo, anche se non erano mancati – possiamo dire da subito – casi di società che per accaparrarsi i giocatori migliori avevano promesso loro posti di lavoro e “benefit”8. Questo atteggiamento della Federazione e del mondo tutto calcistico italiano si rifaceva all'ideale del gentleman-amateur, ideale che era arrivato in Italia assieme ai primi rudimenti sul nuovo gioco: eppure, seppur proprio in Gran Bretagna il professionismo fosse riconosciuto già a partire dal 1885, qui da noi l'idea incontrò sempre molte resistenze, con la FIGC che in varie circostanze aveva ribadito con forza la piena condanna al professionismo. Qualcosa però in quegli anni – e non solo in Italia – si stava muovendo e mutava il quadro d'insieme, nuovi interessi iniziavano a ruotare attorno al calcio, sempre più imprenditori facoltosi acquistavano società pronti ad investire cifre importanti per raggiungere le vittorie9. A metà Anni Venti era ormai inevitabile porsi il problema del professionismo e dare risposte adeguate.

La Carta di Viareggio in fondo recepiva quanto già deliberato dalla F.I.F.A. nel congresso di Roma del 1926 laddove la Federazione internazionale, pur continuando a proclamare il principio del dilettantismo per i calciatori, di fatto lasciava alle singole federazioni nazionali il compito di inquadrare concretamente il calciatore e quindi – in altre parole – dava loro la possibilità di prevedere un “compenso” per i giocatori. Ovviamente quel “compenso” non poteva essere in alcun modo una retribuzione diretta, ossia elargita in relazione ad una prestazione di gioco, ma poteva benissimo essere inteso nel senso di “indennizzo” per il “mancato guadagno” che il calciatore avrebbe subito a causa dell'attività calcistica, oltre al rimborso delle spese.

Leggiamo dall'Annuario del Giuoco del Calcio del 1929:

Il Congresso conferma la definizione del dilettante così e come è stata adottata al Congresso di Parigi. Sulla questione del rimborso eccezionale del mancato guadagno il congresso, allo stato della questione (fait confiance) affida alle Associazioni nazionali di definire provvisoriamente leur statut personel10

La riforma dunque si adeguò e, pur non riconoscendo il professionismo, recepiva la linea nuova emanata dalla federazione internazionale e distingueva i calciatori in Dilettanti e Non Dilettanti, prevedendo per questi ultimi l'obbligo di depositare in Federazione “copia degli impegni di rimborso spese e mancato guadagno, firmata dal rappresentante della Società e dal giocatore”11. Sempre sul punto i giocatori “non dilettanti” che avessero voluto ritornare ad essere dilettanti, avrebbero potuto farlo soltanto al termine di due anni di inattività sportiva.

Grande attenzione veniva riservata al controllo dello status di dilettante, prevedendo, tra l'altro, che la Presidenza del C.O.N.I. nominasse una Commissione del dilettantismo composta da tre membri con il compito di vigilare “sull'applicazione integrale delle norme sul dilettantismo, applicando gravissime sanzioni contro i colpevoli, essendo le Società e i giuocatori solidalmente responsabili”12.

Le novità riguardanti i giocatori non finivano però qua. Si chiudevano le frontiere e si statuiva che ai campionati italiani potessero partecipare soltanto giocatori di nazionalità e cittadinanza italiana, prevedendo, quale norma transitoria per la stagione successiva – dunque quella del 1926/27 – la possibilità per ciascuna società di tesserare al massimo due giocatori stranieri, fatto obbligo però di poterne schierare soltanto uno per ogni partita. Per ciò che riguardava i trasferimenti dei giocatori, cadeva ogni vincolo territoriale (dal 1922 il calciatore poteva cambiare squadra soltanto se la sua residenza anagrafica coincideva con quella del club) ma dovevano comunque sempre essere espressamente autorizzati dal Direttorio Federale:

a) giuocatori chiamati a prestare servizio militare (…) per il periodo del servizio effettivo e per una Società avente sede ove il servizio viene prestato;

b) giuocatori stranieri, già tesserati in Italia nella stagione 1925-1926, che sono rimasti in soprannumero a norma delle disposizioni riguardanti la partecipazione dei giuocatori straneiri al Campionato;

c) giuocatori che avanti la data del 31 luglio 1926 abbiano avuto ragioni di insanabile dissenso con la loro Società, per motivi di eccezione gravità di natura in ispecie morale ovvero giuocatori ai quali la Società dichiari, motivando, di non voler più conservare nei propri ruoli13.

Sui motivi che indussero il regime a non voler introdurre con quella riforma la figura del professionismo e ad uniformarsi alla deliberazione della FIFA, lo stesso Ferretti spiegava che riconosciuto legalmente quello che era ormai lo stato delle cose, la figura del “non dilettante”avrebbe costituito il passo successivo che con il tempo avrebbe portato al naturale e finale “professionismo” tale e quale era in Inghilterra una volta raggiunta la maturità necessaria del sistema calcio nazionale14. Insomma, per Ferretti quella doveva essere una tappa intermedia, prodromica al naturale approdo del calcio italiano al professionismo.

Antonio Papa e Guido Panico riportano un dato molto interessante, comparando il numero dei giocatori retribuiti in Italia e Inghilterra negli anni'30:

Nel corso degli anni'30 la media dei giocatori retribuiti, circa cinquecento, rappresentò solo l'1% dei tesserati. Ciò nonostante la percentuale italiana era superiore a quella dei professionisti inglesi, che costituivano solo lo 0,4% dei giocatori delle società di football”15.

Certo, introdurre nel quadro normativo italiano la fattispecie del calciatore professionista avrebbe di conseguenza significato affrontare il tema non soltanto dal mero punto di vista sportivo, bensì anche da quello giuridico, sindacale ed economico. Nel 1926 altre erano le urgenze del regime in materia sportiva e si accontentò di un sistema che a livello economico e finanziario era destinato a zoppicare nella sua ambiguità. 

 


7.4. Conclusioni

Come abbiamo cercato di raccontare in questo lavoro, la riforma dell'estate 1926 dell'intero movimento calcistico – e non dunque solo un mero rimaneggiamento delle carte federali – mirava al pieno controllo statale del calcio italiano, determinandone non soltanto gli aspetti più prettamente di indirizzo politico, ma entrando nel merito della gestione dei campionati e di chi avrebbe potuto parteciparvi. La riforma avrebbe prodotto effetti immediati diretti sulle società: molte furono le fusioni ed incorporazioni rese necessarie per potersi iscrivere ai vari livelli del campionato, divenute stringenti e necessarie le questioni territoriali e finanziarie. Sin da subito soprattutto le società settentrionali avanzarono parecchie perplessità sulla bontà della riforma, in special modo sulla nuova organizzazione dei campionati. Nell'edizione del 10 agosto La Gazzetta dello Sport dava spazio al pensiero di Luigi Bozino, già presidente della Pro Vercelli ante guerra, già presidente della FIGC e – ci tiene egli stesso a sottolinearlo nell'intervista concessa a G.C. Corradini – “fascista convinto”. Bozino riteneva che “l'errore fondamentale” della riforma risiedesse nella volontà di creare “artificiosamente una maturità tecnica sportiva a regioni che (…) questa maturità ancora non hanno”. L'altro punto contestato – che comunque si legava sempre a questo – riguardava l'inserimento di Alba, Fortitudo e Internaples in Divisione Nazionale. Bozino esprime perplessità finanziarie che, a ben guardare, sono le stesse che erano state alla base della crisi federale di inizio Anni Venti: “(...) la divisione nazionale in due gironi (…) mentre conede alle sei migliori la possibilità di quattordici matches proficui in casa propria, riduce sensibilmente tale beneficio con l'inclusione di una o due squadre laziali-meridionali le quali non solo non possono richiamare grande pubblico nelle nostre città, ma cagionano un grave disturbo ed un grave onere finanziario per andarle ad incontrare in casa loro”. Il pensiero è chiaro ed investe sempre il tema economico-finanziario: “Come potranno le società laziali e meridionali sopportare il peso finanziario di metà dei matches di campionato in città notevolmente distanti dai loro centri?”16 Insomma, Bozino solleva una questione che avrà ripercussioni nel futuro del sistema calcistico italiano tanto da diventarne strutturale.

Antonio Ghirelli sul medesimo punto chiosa sull'ambiguità che da allora avrebbe caratterizzato la gestione economico-finanziaria del calcio in Italia riportando ciò che Carlo Doglio scriveva nel 1952 a proposito dei deleteri effetti della riforma:

(...) nessuna società tra quante ho visitato, si sogna di poter narrare la propria storia economico-sociale post 1926-27. Fino ad allora l'aneddotica cita anche i centesimi, dopo, silenzio assoluto.”17

Infine: i giornali come reagirono al “colpo di mano” fascista? Molti di essi o non si occuparono delle reazioni – soprattutto delle squadre del nord – o si schierarono più o meno apertamente a favore della riforma. Senza qui voler fare un'analisi di ogni singola testata giornalistica sportiva, interessante pare comunque soffermarsi su un dibattito che attorno alla riforma in effetti si aprì, ma che vide coinvolte direttamente in particolare due testate.

La Gazzetta dello Sport, quasi in maniera istituzionale, nell'ammettere che sin da subito le società settentrionali avevano mosso riserve e preoccupazioni si affrettava comunque a giustificare il portato complessivo della riforma affermando il primato dell'interesse generale degli sportivi su quello particolare delle società, in quanto “per lo sport è di vitale importanza che si giuochi con disciplina e con continuità (…) e noi crediamo che un gran passo avanti sulla via della regolarità sarà compiuto se le norme emanate, comunque esse siano, saranno applicate con mano ferma”. Non mancava, infine, una stilettata al passato recente federale e alle turbolenze che lo avevano caratterizzato, per affermare con decisione il parere comunque positivo della riforma: “Il passato ha dimostrato che nuoce più allo sport una questioncella causidica che un regolamento imperfetto18. Alcuni giorni dopo Bruno Roghi promuove la licenziata riforma. Non nascondendo imperfezioni, Roghi sottolinea come “l'unità di misura dell'eccellenza di una legge non è data dall'interesse dei singoli” bensì “dalla visione panoramica della riforma che ne delineano solidità e l'armonia”. Nello specifico, per Roghi la riforma risponde alla necessità di evoluzione del calcio italiano, in particolare per il portato della normativa relativa alla nuova struttura “a piramide” dei campionati unita a quella relativa allo status dei calciatori19.

Sin da subito entusiasta della riforma era La Capitale Sportiva, giornale fondato a Roma nel 1925 con l'obiettivo di dar voce al movimento sportivo centro-meridionale. Dalle sue colonne viene dato pieno appoggio alle istanze delle società laziali e meridionali e soprattutto viene sottolineato un aspetto uguale e contrario a quello lamentato da Bozino. Il giornale di Roma, infatti, già nel numero del 7 agosto non solo elogia l'abolizione delle due leghe - Nord e Sud – il cui dualismo avrebbe potuto “concorrere al crearsi d'una me talità sportiva pericolosa e comunque in contrasto col carattere d'unità che deve avere (…) la vita nazionale”, ma sottolinea come la presenza di tre formazioni centro-meridionali in Divisione Nazionale avrebbe contribuito al miglioramento tecnico di quella realtà. Non si nasconde il tema economico, anche il giornale di Roma non nega che difficoltà finanziarie ci saranno per le squadre meridionali, ma tutto è attenuato dall'enorme opportunità di avere ogni domenica a casa propria il meglio che il calcio italiano possa offrire20. Ciò scritto, la settimana successiva la stessa testata pubblicava un lungo articolo a firma di Renato Ferminelli con il quale attaccava l'intervista di Bozino non solo – o non tanto – nel merito, piuttosto riguardo la persona di Bozino, facendo non velato sarcasmo sull'autenticità dell'anima fascista del dirigente piemontese21.

Insomma, la polemica attorno alla riforma licenziata a Viareggio – comunque misurata e di breve durata – riguardò essenzialmente un aspetto tecnico – lo stravolgimento dei campionati – e non invece la portata generale della riforma stessa che azzerava i principi democratici che avevano contraddistinto la vita federale sin dalle sue origini.

Come negli altri ambiti economici, sociali, culturali e sportivi, anche la “fascistizzazione” del calcio poteva dirsi attuata e accettata supinamente da tutte le componenti.


Puntate precedenti:

1. Introduzione - Contesto storico

2.  L'ascesa al potere di Mussolini

3. La fascistizzazione dello sport (I)

4. La fascistizzazione dello sport (II)

5. La fascistizzazione del calcio (I)

6. La fascistizzazione del calcio (II) 

-------------------------

1 Cfr. La Stampa del 3 agosto 1926. Per una lettura completa del comunicato cfr. La Gazzetta dello Sport del 3 agosto 1926

2Trocchi, Pierfrancesco, Bologna come epicentro e laboratorio dello sport fascista. Uno sguardo su e oltre Leandro Arpinati, sta in Storia dello Sport, n.4, 2022

3 Pellegrini, Francesco, Arpinati e il calcio, sta in Bibliomanie. Letterature, storiografie, semiotiche, 52, no. 10, 2021

4Trocchi, Op.cit., 2022

5Pellegrini, Op.cit., 2021

6Cfr. La Gazzetta dello Sport del 5 agosto 1926

7 Annuario Italiano Giuoco del Calcio, Vol. II, Società Tipografica Modenese, Modena, 1929

8Alessandro, Bassi, Il football dei pionieri, Bradipolibri Editore, Ivrea, 2012

9Antonio, Papa - Guido, Panico, Storia sociale del calcio in Italia, Il Mulino, Bologna, 1993

10 Annuario Italiano Giuoco del Calcio, 1929

11Cfr. La Gazzetta dello Sport del 5 agosto 1926

12Ibiddem

13 Annuario Italiano Giuoco del Calcio, 1929

14Cfr. La Gazzetta dello Sport del 5 agosto 1926

15Antonio, Papa - Guido, Panico, 1993, Op. cit.,

16Cfr. La Gazzetta dello Sport del 10 agosto 1926

17Antonio, Ghirelli, 1967,Op. cit. .

18Cfr. La Gazzetta dello Sport del 5 agosto 1926.

19Cfr. La Gazzetta dello Sport del 7 agosto 1926

20Cfr. La Capitale Sportiva del 7 agosto 1926

21Cfr. La Capitale Sportiva del 14 agosto 1926. Il relativo passaggio dell'articolo è il seguente: “C'è chi afferma che grattando il fascista piemontese si possa avere in sorpresa di veder uscir fuori un liberale o peggio un giolittiano. (…) L'ex presidente della F.I.G.C potrà portare il distintivo all'occhiello, potrà essere convinto della sua fede fascista, ma certo è ancora e forse lo sarà sempre, vittima della vecchia mentalità che il fascismo ha ormai definitivamente sbaragliato.”

Nessun commento:

Posta un commento