6. La “fascistizzazione” del calcio (II)
L'ultimo passo del regime per il pieno controllo del calcio venne compiuto nell'estate del 1926, giusto cento anni fa.
Le annate del 1925 e del 1926 furono tumultuose e caratterizzate da numerosi episodi di violenze dentro e fuori dai campi da gioco, raggiunge un triste apice nella finale della Lega Nord tra Genoa e Bologna che si dipanò in ben cinque partite, condite da inaudite violenze tra i rispettivi tifosi1. La vicenda che portò il fascismo al pieno controllo della FIGC prese avvio dalla proclamazione di uno sciopero della classe arbitrale nel maggio del 1926, dopo che la Federazione aveva annullato la vittoria del Casale sul Torino del 7 febbraio a seguito delle vibranti proteste dei granata adducendo quale motivazione il fatto che l'arbitro non “avrebbe diretto con la dovuta serenità” l'incontro. Il campionato del 1925/26 vide molte partite sospese, rinviate e annullate. Gli arbitri erano nell'occhio del ciclone e la gara tra Torino e Casale aveva segnato il classico punto di non ritorno2.
Già da alcuni anni una commissione di saggi, chiamata Commissione dei 13 ed istituita con l'assemblea straordinaria della FIGC nell'agosto del 19253, stava lavorando per una strutturale riforma del calcio.
Nella primavera del 1926 questa Commissione statuì per il
Regolamento arbitrale una bizzarra norma che prevedeva la possibilità
per le società di indicare un certo numero di arbitri “non
graditi”, i quali per tutta la stagione non avrebbero arbitrato
quelle squadre. L'Annuario
del Giuoco del Calcio italiano
nell'edizione del 1929 riporta per intero il testo della norma,
prevista all'art.11 del Regolamento degli Arbitri:
La Capitale Sportiva
“Ogni società, entro 10 giorni dal ricevimento dell'elenco degli arbitri, avrà diritto di indicare alla Commissione sportiva (federale) un numero di arbitri non superiore all'8% del totale contenuto nell'elenco stesso. La Commissione stessa per tutta la stagione sportiva iniziantesi, non dovrà destinare tali arbitri alla direzione delle partite che la società che li ha indicati dovrà disputare sia sul proprio campo sia su campo avversario.
Le Società non sono tenute a dichiarare i motivi della indicazione salvo si tratti di casi di indegnità”4
Ovviamente questa norma non venne accolta bene dal mondo arbitrale e al termine di una riunione tra tutti gli arbitri, il 30 maggio 1926 l'Associazione degli Arbitri emanò un durissimo comunicato:
“Il Consiglio plenario dell'Associazione Italiana degli Arbitri, riunito ieri a Milano, presa in esame la situazione creatasi in seguito alle ultime decisioni degli Enti Federali (…) delibera alla unanimità di invitare i colleghi di tutte le categorie a ritornare alla Commissione sportiva entro il giorno 5 giugno 1926 la tessera di arbitro, spontaneamente rinunciando ad assolvere l'ufficio, che non è più tutelato da leggi scritte, ma è abbandonato all'arbitrio di parte.5”
In una parola, sciopero.
Insomma c'era il concreto rischio che il campionato non vedesse la fine perché ovviamente non si poteva giocare senza arbitro, ma fu qui che intervenne in maniera decisa il regime. Per trovare una soluzione venne investito della questione il C.O.N.I. - ente controllato dal regime – il cui presidente, come abbiamo visto, già dal 1925 era Lando Ferretti, nominato direttamente da Mussolini. Ferretti ci mise molto poco ad intervenire. Convocati – anche su impulso del Segretario generale del PNF Turati – i rappresentanti di FIGC e AIA al fine di definire la vertenza ed uscire dalla difficile situazione, ordinava l'immediata cessazione dell'agitazione arbitrale e la ripresa del campionato con un lungo ed articolato comunicato che terminava con toni perentori:“(...) la situazione di fatto creatasi a seguito dell'annullamento e della ripetizione della gara in causa debba essere accettata disciplinatamente dalle Società e dagli arbitri”6.
Quella riunione non segnava, però, la fine della vicenda: era, al contrario, era prodromica al regime per poter chiudere il cerchio esercitando la giusta pressione sugli organi federali. Ferretti, infatti, a fine giugno otteneva le dimissioni dell'intero Consiglio federale, i cui poteri finivano proprio nella mani del presidente del CONI. Il 27 giugno la Presidenza federale rassegnava il proprio mandato e contestualmente deliberava “(...) di pregare il Presidente del C.O.N.I. a voler assumere immediatamente tutti i poteri federali, nessuno escluso”7.
A quel punto Ferretti aveva mano libera e non perdeva certo tempo. Nella riunione del 7 luglio la Presidenza del CONI nominava una commissione di tre saggi composta da Giovanni Mauro quale presidente dell’Associazione Italiana Arbitri, il segretario del partito fascista romano Italo Foschi e il presidente del Bologna Paolo Graziani con il compito di riformare radicalmente l'organizzazione calcistica italiana. Nello specifico ai tre esperti veniva demandata la soluzione alle seguenti questioni:
a) Assegnazione delle Società alle varie categorie e organizzazione dei campionati;
b) Classifica dei giocatori;
c) Sistemazione tributaria;
d) Fissazione delle gerarchie dell'ente.
Ovviamente, il mandato si concludeva con una precisazione tanto superflua quanto puntuale e chiarificatrice dell'impronta autoritaria e verticistica che si sarebbe data anche al mondo calcistico: “(...) riservandosi ogni decisione alla Presidenza del C.O.N.I.”8.
A fine luglio La Gazzetta dello Sport riportava una breve intervista rilasciata da Ferretti nella quale il gerarca fascista trasmetteva la sicurezza che entro metà agosto tutto sarebbe stato sistemato e la FIGC avrebbe ripreso la sua normale attività, specificando due concetti molto precisi, due linee guida programmatiche del fascismo. Da un lato Ferretti senza giri di parole aveva ben chiaro come il calcio avrebbe dovuto piegarsi alla visione sportiva fascista: “(...) naturalmente molto sarà rinnovato non solo nella lettera, ma anche negli spiriti perché l'ambiente calcistico deve subordinare la propria attività alla nuova concezione che dell'educazione fisica ha il fascismo”. Dall'altro non aveva timore alcuno ad affermare come non ci sarebbe più stato spazio per il dibattito democratico nel nuovo calcio fascista, auspicando che finisse “la mania di presentare reclami da parte delle società e il malvezzo dei dirigenti di discutere con sottigliezze curialesche sui reclami sporti”9. A promemoria per il pubblico che era esso stesso da piegare e e convincere del nuovo corso, La Capitale Sportiva nel numero del 21 giugno aveva già chiarito quale sarebbe stata la nuova linea da seguire nella “radicale sistemazione dell'organizzazione calcistica nazionale. La quale ha bisogno di essere epurata al Nord e al Sud da tutti quegli elementi penetrati nella F.I.G.C., come in tutte le Federazioni sportive, con mire di politica, di speculazione,d'intrighi in vario senso, mire sì bene in altri campi individuate e sì decisamente stroncate dal fascismo d'azione”10.
In breve, il fascismo avrebbe messo fine all'era liberale del calcio, come peraltro aveva già posto fine a quella sportiva e politica.
( Continua - 6)
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1Per un racconto più esplicativo di quell'episodio, cfr. https://www.calciomercato.com/notizie/lo-scudetto-delle-pistole-che-il-genoa-rivuole-dal-bologna-ecco/925180
2Carlo, F., Chiesa, La grande storia del calcio italiano , pubblicata a puntate su GS Guerin Sportivo
3Cfr. La Gazzetta dello Sport del 28 luglio 1925 e del 18 agosto 1925. Già durante i lavori dell'assemblea della Lega Nord del 26 luglio, i delegati sul punto avevano mostrato unanime orientamento favorevole, votando peraltro un ordine del giorno che pur approvando i principi informatori, dava mandato alla commissione incaricata di proporre quei concetti all'assemblea straordinaria di agosto.
4Cfr. Annuario del Giuoco del Calcio italiano, Vol. 2, Società Tipografica Modenese, Modena, 1929
5 Cfr. La Stampa del 31 maggio 1926; Cfr. La Gazzetta dello Sport del 31 maggio 1926.
6 Cfr. La Gazzetta dello Sport del 14 giugno 1926. Nel comunicato il Presidente del CONI puntualizzava come la Federazione “(...) nelle sue decisioni che si riferiscono alla vertenza in corso ha inteso usare soltanto dei poteri che le sono conferiti dai diritti di suprema gerarchia del Football nazionale, come dà atto che l'A.I.A. ha inteso colla sua azione difendere i diritti dei propri associati senza peraltro voler pregiudicare lo svolgimento dei campionati.” Si dava atto inoltre del fato che la motivazione della decisione federale di annullare l'incontro tra Casale e Torino “non intende avere valore di nuova massima giurisprudenziale” e che “la motivazione lamentata dagli arbitri, per esplicita dichiarazione dei delegati della federazione, non intese intaccare come non intacca la dignità e la personalità degli arbitri tutti”.
7Cfr. La Gazzetta dello Sport del 28 giugno 1926
8Cfr. La Gazzetta dello Sport del 8 luglio 1926. L'impronta autoritaria e la visione patriottica e nazionalista di stampo fascista la si evince anche in altre decisioni prese sempre in quell'occasione, specialmente là dove venivano stabilite sanzioni sia per i calciatori che non avessero voluto partecipare alla tournée della Nazionale in Svezia, sia alle società che non avessero fatto tutto il necessario per evitare le defezioni. Il tutto “rilevando come sia dovere di ogni italiano, e specialmente di ogni sportivo degno di questo nome, sacrificarsi se necessario per la affermazione dei nostri colori in un cimento internazionale”.
9Cfr. La Gazzetta dello Sport del 27 luglio 1926
10Cfr. La Capitale Sportiva del 21 giugno 1926

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