A tutti i lettori grazie di cuore per la vostra costante presenza su queste pagine e buone vacanze, ci ritroveremo a settembre!
venerdì 3 agosto 2018
martedì 31 luglio 2018
FOOTBALL SOTTO LE STELLE
L'estate è quella del
1925. Tra le stelle cadenti della notte di San Lorenzo il campo del
Gruppo Sportivo Borsalino, ad Alessandria, organizza quella che
parrebbe proprio essere la prima gara calcistica in notturna mai
giocata in Italia.
Gli organizzatori per domenica 9 agosto illuminano
a giorno il campo e al termine del programma di atletica, alle 23 la
squadra locale alessandrina del Borsalino sfida una compagine mista
proveniente da Casale.
“Alle
23 di stasera, con un'ora di ritardo su quella fissata si è
disputato sul campo Borsalino, splendidamente illuminato a giorno,
l'annunciato interessante match di calcio (…). All'appuntamento ha
partecipato un pubblico numerosissimo. Predominava l'elemento
femminile.”
Così
La Stampa del 9 agosto.
La
Gazzetta dello Sport del 10 agosto ci regala anche il nome dei
marcatori: in vantaggio gli ospiti con una rete di Gabba nel primo
tempo, gli alessandrini raggiungono il pareggio nella ripresa grazie
alla rete messa a segno da Ponzano, fissando così il risultato sul
definitivo 1-1.
Probabilmente questa è la prima partita di calcio in notturna giocata in Italia, seppur amichevole. Per assistere ad una gara ufficiale ocorrerà attendere qualche anno ancora, almeno gli inizi degli anni'30.
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venerdì 27 luglio 2018
IL CALCIO TRA IDENTITA' NAZIONALE E POTERE POLITICO. Parte 2 (1890-1934)
Nazionalismo,
patriottismo e solidarietà
Il
1914 è l'anno in cui si sciolgono definitivamente tutti quei nodi
politici, militari, strategici che avevano imbrigliato e collassato
l'assetto bismarckiano europeo post 1878. Da Sarajevo parte una
revolverata che colpisce non solo l'erede al trono d'Austria ma tutta
l'Europa prima e il mondo poi. Il mondo sportivo e calcistico, per
ciò che ci importa, gioca in Italia – e non solo - un ruolo
davvero importante di identificazione nazionale: il calcio non è più
quell'esercizio fisico di nicchia che incuriosiva pochi passanti sul
finire dell'Ottocento, è ormai diventato un sport che muove
interessi – anche economici – e appassiona una buona fetta di
sportivi italiani. Inevitabile dunque che chi lo guida, chi lo anima
e chi lo segue lo utilizzi anche per fini propagandistici, e da quel
momento sarà una costante sino ai nostri giorni. Per comprendere
appieno ciò che accadde nel mondo calcistico a partire dall'estate
del 1914 occorre fare un passo indietro, e spiegare quale fosse la
posizione dell'Italia nello scacchiere europeo. Sostanzialmente
isolata, l'Italia nel 1878 aveva pessimi rapporti diplomatici con la
Francia da un lato e con l'Austria-Ungheria dall'altro: forti
tensioni irredentiste si erano scatenate l'indomani del termine dei
lavori del Congresso di Berlino che avevano portato agli inizi del
1880 a reazioni militari austriache sul confine1.
Vista dall'Italia la situazione era difficile, senza alleati, con una
nazione giovane e piena di problemi interni, era necessario cercare
di sedersi ad un tavolo per potersi mettere in sicurezza.
Fu ancora
una volta Bismarck a coordinare e agevolare le trattative tra Italia
ed Austria-Ungheria, trattative che avrebbero portato, nel maggio
1882, alla stipula del Trattato della Triplice Alleanza. Il
sentimento antiaustriaco era vivo e forte in molti strati della
popolazione attiva culturalmente e tale ostilità negli anni
successivi avrebbe avuto modo di estrinsecarsi in parecchie occasioni
sino alla dichiarazione di guerra austroungarica alla Serbia, punto
di non ritorno verso quel conflitto che sarebbe passato alla storia
come il primo mondiale. Inutile qua raccontare tutte le vicende
politico-diplomatiche che portarono l'Italia prima a dichiararsi
neutrale e quindi a dichiarare guerra all'alleato austroungarico2.
Un fatto è quanto scrisse il ministro degli Esteri italiano Di San
Giuliano agli ambasciatori il 3 agosto: tra le altre valutazioni e
considerazioni così si esprimeva sulla decisione di dichiararsi
neutrali nell'estate del 1914:
“(...)
In un Paese democratico come l'Italia non è possibile fare una
guerra, e ancor meno una guerra grossa e rischiosa, contro la volontà
e il risentimento della Nazione. Ora, salvo una piccolissima
minoranza, la Nazione si è subito rivelata unanime contro la
partecipazione ad una guerra originata da un atto di prepotenza
dell'Austria contro un piccolo popolo che essa vuole schiacciare
(...)”3
Nulla
rileva qua la valutazione politica e di merito delle parole del
ministro, ma è interessante porre l'accento sul sentimento
“antiaustriaco”, sentimento che si manifesta ancor più
l'indomani dell'invasione del Belgio da parte delle truppe tedesche
agli inizi di settembre. Con l'inizio del campionato di calcio (4
ottobre) il movimento calcistico diventa sempre più protagonista,
schierandosi apertamente al fianco della Nazioni attaccate dalle
alleate italiane. Già in dicembre Milan e Casale organizzano una
amichevole il cui ricavato devolvono in beneficenza a favore dei
profughi del Belgio invaso. A questo sentimento che, come presto
vedremo, coinvolgerà pure la Nazionale, come bene ha messo in
evidenza Sergio Giuntini, contribuì e non poco la stampa sportiva
“formando
un'opinione pubblica favorevole all'intervento”
organizzando numerosi eventi benefici4.
Uno di questi fu patrocinato da La
Gazzetta dello Sport con
l'A.S.S.I. per gli inizi del 1915, evento che prevedeva per la
Nazionale italiana due partite contro due selezioni di giocatori
sotto le armi di Francia e Belgio. Nella partita giocata il 1°
gennaio 1915 all'Arena di Milano la squadra italiana non adottò la
consueta maglia azzurra ma optò per una divisa bianca fregiata
dell'alabarda di Trieste, segno tangibile di quello che era il clima
e il sentimento di quei giorni, impregnati di nazionalismo ed
interventismo e bene sintetizzati nell'articolo de La
Gazzetta dello Sport
a commento dell'evento: “La
squadra franco-belga (…) ha sentito dalla voce del popolo di Milano
e di Torino (…) quale magnifica unità di aspirazioni nazionali
esista oggi nelle anime dei popoli latini”5.
Come bene sintetizza Nicola Sbetti, in conclusione, in Italia si era
sviluppato un sistema sportivo che “aveva
consolidato i processi di sportivizzazione sviluppatisi, a loro
volta, in parallelo a quelli di costituzione della nazione e di
nazionalizzazione delle masse”6.
Il
dopoguerra: dalle trincee alla società di massa
C'è
uno studio di Lauro Rossi particolarmente illuminante di quanto
accadde durante i tragici anni di guerra e di quale ruolo vi giocò
lo sport, il calcio in particolare. Leggendo quelle pagine ci
accorgiamo di come i campi di prigionia austroungarici fossero
sostanzialmente gli stessi passati poi sinistramente alla storia
utilizzati da Hitler poco meno di trent'anni dopo. Detto ciò, c'è
da rilevare come in quei campi lo sport venisse utilizzato, seppur in
condizioni disagiate e con cadenza ovviamente irregolare, come un
breve momento di svago concesso ai prigionieri per alleviare “quegli
stati di acuta depressione, di inconsolabile disperazione”7.
A questa esperienza di forzata convivenza e – diciamo così – di
condivisione sportiva, se ne aggiunse un'altra, ugualmente
importante, messa in rilevo da Antonio Papa e Guido Panico. La
trincea – altro tragico simbolo di quella guerra – luogo di
condivisione di esperienze tra giovani di diversa estrazione sociale
provenienti da regioni differenti, con culture, tradizioni e modi di
pensare e di vivere difformi, diventò una sorta di “laboratorio di
incubazione” di quella società nuova, la società di massa, che
avrebbe aggregato le varie diversità contribuendo non poco alla
creazione di un'identità nazionale8.
E di ciò il calcio trasse enormi benefici, non attraendo più –
come scrive Antonio Ghirelli - “minoranze
specializzate”
ma aprendosi definitivamente alle grandi masse di sportivi che,
terminata la guerra, avevano voglia sia di dimenticare gli orrori
vissuti al fronte ma anche di riversare tutte le energie accumulate
in qualcosa di tangibile, di identificabile9.
Il calcio, con le sue potenzialità passionali, fu uno di questi
campi, ma non il solo. Rigoni Stern in molti suoi romanzi e racconti
meglio di altri spiega quale fosse la condizione soprattutto
psicologica dei reduci, che dopo aver vissuto anni – quelli della
gioventù – in trincea venivano catapultati nella quotidianità al
proprio paese di origine senza un lavoro, senza un orizzonte di
speranza che non fosse pensare giorno per giorno.
“Non
c'erano lavori per gli uomini; il paese era stato ricostruito, per
ultimo il municipio, e così, fin quando il terreno non gelò nel
profondo e venne la neve, la gente, sfidando la legge, andava a
recupero di bombe, cartucce, piombo, reticolati e di quant'altro si
potesse vendere alla Ditta Briata. Chi poteva andava all'estero. Il
sogno era l'America ma pochi avevano i soldi per pagarsi il viaggio
fin laggiù; c'era chi vendeva le proprietà per farlo. I più
vogliosi andavano in Francia come primo passo per l'America: molti
avevano fatto così trent'anni addietro.”10
Il
calcio fu una delle tante valvole di sfogo, dove lecitamente si
canalizzò la rabbia e la frustrazione di interi strati della
popolazione. Di colpo le nuove generazioni vedono nel calcio una
sorta di motivo di rivincita, di affrancamento da una condizione di
disagio e povertà e tra turbolenze e scontri sociali sempre più
gravi, assistiamo all'avanzare non solo di un pubblico nuovo ma anche
di un prototipo di giocatore nuovo. Adolfo Baloncieri spiega bene
questo concetto: “Il tempo dei
pionieri era superato. (…) Una generazione impaziente si affacciava
imperiosamente alla ribalta, smaniosa di affermarsi. Uno spirito
nuovo animava quella gioventù: il desiderio di prorompere e dilagare
sui campi di giuoco, in una atmosfera di rinnovato entusiasmo”11.
In questo nuovo e più complesso scenario, il potere politico dovette
iniziare a fare i conti con esigenze nuove che variavano dal consenso
al controllo sociale: lo sport venne visto come strumento
preferenziale per dare soluzione ad entrambi i problemi.
Calcio
e potere: dalla “Carta di Viareggio” al Mondiale del 1934
Con la metà degli anni'20 il Fascismo iniziò ad
interessarsi anche al mondo dello sport e del calcio, nell'idea di
modernizzarne le strutture esistenti. La stessa F.I.G.C. più volte
aveva lamentato lo scarso interesse dello Stato nei confronti dello
sport in generale e del calcio in particolare, ma qualcosa proprio
verso la metà del decennio iniziò a mutare: la progressiva
“fascistizzazione” delle strutture sociali e statali ad opera del
regime toccava anche il mondo dello sport che intanto si andava
saldando sempre più a quello dell'istruzione con la legge n. 2247
del 3 aprile 1926, legge che istituiva l'Opera Nazionale Balilla per
l'assistenza e l'educazione fisica e morale della gioventù. Con
detta legge e con i successivi R.D. Del 20 novembre 1927 e del 12
settembre 1929 il regime “metteva le mani” sull'insegnamento
dell'educazione fisica nelle scuole attraverso un sistema di
controllo nuovo rispetto alle esperienze passate poiché anche se
l'ONB agiva al di fuori della scuola, allo stesso tempo essa era
all'interno della scuola medesima poiché gli insegnanti di
ginnastica passavano direttamente alle sue dipendenze.
Lando Ferretti, gerarca fascista e presidente del
C.O.N.I. dal 1925 al 1928, spiega molto bene quale fu l'approccio del
Fascismo allo sport in un estratto dal fondamentale lavoro di Antonio
Ghirelli:
“Politico
– e solo politico! - Mussolini vide, anche nello sport, e apprezzò
il lato politico. Per essere più precisi: la sua funzione
politico-sociale. All'inizio lo sport indubbiamente era, ed è,
nemico della lotta di classe, affratellatore e livellatore di gente
proveniente dai più diversi ceti, tutta fusa da una passione comune
e tesa verso la stessa meta. Inoltre costituisce, coi suoi
spettacoli, il diversivo migliore per la gioventù, altrimenti
convogliata verso attività di partiti politici.”12
Oltre a questo, lo sport serviva al regime per
raggiungere anche un altro importante scopo, quello cioè di
infondere negli italiani un marcato sentimento di orgoglio nazionale.
Per arrivare a ciò indispensabile fu la figura dell'atleta che
mietendo successi in campo internazionale da un lato aumentava il
senso di appartenenza delle masse e dall'altro ingigantiva il
prestigio internazionale di Mussolini e del regime stesso.
A tal
proposito interessante è riportare un estratto delle parole che
Mussolini pronuncia in occasione del raduno del 28 ottobre 1934 a
Roma di tutti gli atleti italiani:
“Voi,
atleti di tutta Italia, avete dei particolari doveri. Voi dovete
essere tenaci, cavallereschi, ardimentosi. ricordatevi che quando
combattete oltre i confini, ai vostri muscoli e soprattutto al vostro
spirito è affidato in quel momento l'onore e il prestigio sportivo
della Nazione. Dovete quindi mettere tutta la vostra energia, tutta
la vostra volontà, per raggiungere il primato in tutti i cimenti
della terra, del mare e del cielo.”13
Momento
spartiacque fondamentale fu senz'altro l'emanazione nell'agosto del
1926 della cosiddetta “Carta di Viareggio”, la famosa riforma
voluta dal regime di tutto il calcio nazionale; troppo lungo qua
raccontare tutte le vicende prodromiche che portarono alla riforma14,
già da alcuni anni una commissione di “saggi” stava lavorando
per una strutturale riforma del calcio e proprio nella primavera
del'26 statuì per il Regolamento arbitrale una bizzarra norma che
prevedeva la possibilità per le società di indicare un certo numero
di arbitri “non graditi”, i quali per tutta la stagione non
avrebbero arbitrato quelle squadre. Inutile dire che questa
statuizione non fu affatto gradita agli arbitri che risposero con un
durissimo comunicato nel quale lo spauracchio dello sciopero – e
quindi la paralisi del calcio – era molto più di un'eventualità.
A quel punto della questione venne investito direttamente il C.O.N.I.
- quindi il regime – che ordinò l'immediata cessazione dello
sciopero e nominò un triumvirato di saggi con il compito di
riformare radicalmente l'organizzazione calcistica italiana. Dopo
sole tre settimane veniva licenziata una riforma globale del gioco
del calcio in Italia, riforma che andava a modificare nella sostanza
alcuni punti strategici che avrebbero avuto un notevole impatto sia
nell'immediato e sia nel futuro.
Cambiava un po' tutto: veniva
riscritto lo statuto federale, mutavano gli organi di governo del
calcio e veniva introdotta una separazione fondamentale nello status
dei calciatori, suddividendoli in dilettanti e non
dilettanti.
Per quel che qui più ci interessa, c'è da rilevare l'aspetto più
importante che riguardava le cariche federali che smettevano di
essere elettive per passare ad essere nominate. Veniva istituito il
Direttorio Federale composto da 7 elementi tutti eletti direttamente
dal C.O.N.I. a capo del quale veniva nominato il gerarca fascista
bolognese Leandro Arpinati; a sua volta il Direttorio Federale
avrebbe nominato tutti gli organi dipendenti. Quasi tutti i più
autorevoli studiosi di storia calcistica fanno coincidere questo
momento con il momento in cui il regime si impossessa
del calcio italiano, per i motivi che abbiamo più su esposto. È un
rapporto di reciprocità, quello tra fascismo e calcio, nel quale
entrambi ottengono vantaggi. Con Arpinati si inizia anche in Italia a
pensare, progettare e costruire stadi polisportivi sì, ma con al
centro il gioco del calcio, il tutto per iniziativa pubblica,
segnando un momento di forte discontinuità con il passato: il
“Littoriale” di Bologna – inaugurato nel 1927, al quale
seguirono la completa ristrutturazione a Roma del “Nazionale”, la
costruzione a Pisa dell'Arena “Garibaldi”, a Trieste del
“Littorio” e a Palermo della “Favorita”, tutti per mano
pubblica15.
Momento
successivo consequenziale per il regime per raggiungere lo scopo di
rinforzare il prestigio internazionale suo e quindi di Mussolini era
organizzare una grande manifestazione sportiva. Gli anni'30 erano gli
anni di massimo splendore del regime fascista: all'interno la
costruzione del regime totalitario poteva dirsi compiuta, con
l'appiattimento morale della società ai diktat del regime e
all'esterno l'Italia godeva ancora di un buon prestigio e soprattutto
era ancora percepita come una Nazione stabile, affidabile. Il destro
per organizzare una grande manifestazione venne offerto al Congresso
FIFA del maggio 1932, quando la delegazione italiana accetto “con
riserva” di organizzare l'edizione del 1934 della World Cup: Rimet
voleva che il paese ospitante fosse in grado di organizzare una
competizione migliore rispetto a quella del 1930, che si assumesse
tutti i rischi economici e che le partite si svolgessero in più
città. Inoltre per lui era imprescindibile la presenza delle tre
squadre sudamericane più forti. L'Italia rispendeva a tutti questi
criteri: disponeva, come abbiamo detto, di impianti nuovi e
funzionali, si assumeva l'alea economica ed aveva buoni rapporti con
le tre federazioni di Brasile, Uruguay e Argentina.
Così durante il
meeting della FIFA a Zurigo del 1932 la candidatura italiana divenne
effettiva. Marco Impiglia nel suo interessante saggio dedicato alla
Coppa del Mondo 1934 ci spiega bene cosa mosse l'Italia ad
organizzare l'evento, rifacendosi ad un carteggio del presidente
della FIGC Giorgio Vaccaro alla Presidenza del Consiglio del febbraio
1934. Se è vero che il
regime fascista abusò politicamente dell’evento – ed Impiglia
bene ne mostra i fatti – “parimenti
s’adoperò per organizzarlo bene”,
valutandone i numerosi aspetti, non solo sportivi e di propaganda
nazionale, ma anche turistici, quindi economici16.
Tutto
doveva funzionare alla perfezione, e tutto funzionò perchè tutti i
gerarchi fascisti impegnati nello sport e tutto il corpo diplomatico
lavorarono e si impegnarono all'unisono per la buona riuscita del
torneo. Come rileva Ghirelli l'organizzazione fu curata nei minimi
dettagli, furono creati dalla FIGC sei uffici, ognuno dedicato ad un
singolo aspetto della manifestazione: amministrativo (diretto dal
rag. Bertoldi), tecnico (ing. Barassi), viaggi e alloggi (comm.
Ferretti), stampa e propaganda (dr. Zauli), ricevimenti ufficiali
(sig. Viola), congresso FIFA (conte Millo)17.
Sicuramente tra le iniziative di più impatto mediatico che
contribuirono al coinvolgimento della popolazione italiana fu
l'organizzazione di un concorso per cartelloni di propaganda
all'evento. Leggiamo direttamente del volume ufficiale pubblicato
dalla federazione che vennero presentati ben 158 lavori e tra questi
venne scelto il manifesto di Luigi Martinati, mentre altri tre
vennero scelti per la serie di francobolli emessi in occasione della
manifestazione e per la copertina del programma del torneo18.
Non solo. Per la prima volta EIAR e Istituto Luce misero in campo un
apparato faraonico, coprendo l'intera manifestazione e garantendo
anche a chi abitava in luoghi remoti lontani dalle principali città
di seguire al cinema i riflessi filmati delle azioni più importanti
delle partite19.
Insomma possiamo senz'altro affermare che il fascismo fece qualsiasi
sforzo per giungere al risultato prefissato che, come abbiamo più
volte sottolineato, era quello di accreditarsi all'opinione pubblica
internazionale come una forza seria di governo guidata dal carisma di
Mussolini, che un paio di giorni dopo la finalissima incontrava per
la prima volta Adolf Hitler.
Tutta
la stampa di regime – e non poteva essere altrimenti – sottolineò
il risultato amministrativo dell'evento. Una fra le tante la voce del
Guerin
Sportivo che
così rappresentò l'epopea del mondiale italiano:
“(...)
L'apoteosi di Roma ha chiuso nel modo più degno l'avvenimento senza
confronti. Tutto bene, letizia generale: il titolo è in nostre mani,
i conti tornano e c'è rimasto anzi un certo margine tanto per
dimostrare che non si era stati avventati nelle previsioni (…).20
Lo stesso Vaccaro esterna il suo compiacimento nell'aver
evitato il deficit di bilancio nelle note introduttive del volume
ufficiale pubblicato per celebrare la vittoria azzurra:
“(...)
Ci siamo sforzati di non perdere mai di vista il fine massimo al
quale si tendeva, che era quello di dimostrare che lo sport fascista
spazia ad alta quota di idealità, per responsabilità di Dirigenti e
per maturità di folle sportive. E che tutto ciò promana da un unico
ispiratore: il DUCE.”21
Lo
stesso Impiglia getta una luce importante su un aspetto altrettanto
decisivo, uscendo definitivamente da un percorso agiografico che ci
permette di comprendere come in quel Mondale tutte le componenti del
regime si mossero per arrivare al risultato finale: per ciò che
concerne il lato amministrativo ed organizzativo abbiamo detto, dal
lato sportivo Impiglia bene spiega quali furono gli “agganci
diplomatici” che permisero all'organizzazione italiana di contare
su alcuni arbitri controllandoli durante tutta la manifestazione: lo
svedese Eklind, lo svizzero Mercet e il belga Baert22.
Come
più volte affermato, calcio e fascismo si unirono in un abbraccio
che portò benefici ad entrambi, ma che mutò definitivamente e per
sempre il calcio stesso. Ghirelli sostiene – e non senza ragioni –
che il calcio che uscì dai mutamenti degli anni'20 del Novecento era
un calcio che si sposava bene con il modo di essere del regime
fascista, rivoluzionario sì ma che “si
acconciava a quel caos strutturale che in termini economici si chiamò
corporativismo”.
E sappiamo bene quanto il calcio italiano – la società italiana? -
si crogioli ancora oggi nel pantano burocratico che tutto ammorba e
paralizza. Lo stesso giornalista napoletano nel suo Storia
del calcio in Italia
cita un passo di Carlo Doglio su un punto decisivo nella storia di
questo sport, spiegando come dopo la fascistizzazione del calcio
nessuna società calcistica avrebbe mai più potuto raccontare la
propria storia economica23.
Effetti, dunque, ben visibili e tangibili anche ai nostri giorni.
“Quando
un gioco è importante per miliardi di persone, cessa di essere
semplicemente un gioco. Il calcio non è mai solo calcio: aiuta a
fare guerre e rivoluzioni, affascina mafiosi e dittatori.”24
Ciò che scrive Kuper è, in sintesi, il destino di un
gioco che è diventato universale, che ha legato, lega e legherà
ancora le sue vicende con quelle più profonde ed importanti del XX
secolo e di quello in cui stiamo vivendo, alimentando speranze,
delusioni, rivolte e pacificazioni il tutto partendo sempre da lì,
da un pezzo di terra ricoperto di erba, con ventidue ragazzi che
corrono dietro ad un pallone.
1 Luigi,
Salvatorelli, La Triplice Alleanza – Storia diplomatica
1877-1912,ISPI, Milano, 1939
2 Per
approfondire i motivi e le interpretazioni legate all'art. VII del
Trattato della Triplice Alleanza cfr. Alessandro, Bassi, 1915.
Dal football alle trincee, Bradipolibri
Editore, Ivrea, 2015
3 La
lettera venne pubblicata da Salandra e ripresa da Luigi, Albertini,
Vent'anni di vita politica,
Vol.III, Zanichelli, Bologna, 1951
4 Sergio,
Giuntini, Lo sport e la grande guerra. Forze armate e movimento
sportivo in Italia di fronte al primo conflitto mondiale,
Stato Maggiore dell'Esercito, Ufficio Storico, Roma, 2000
5 Cfr.
La Gazzetta dello Sport del
4 gennaio 1915
6 Nicola,
Sbetti, Lo Sport Illustrato e la Grande Guerra (1913-1915) sta
in Lo sport alla Grande Guerra,
Quaderni della SISS, n.4 Serie Speciale, 2015
7 Lauro,
Rossi, Lo Sport nei campi di prigionia durante la Grande Guerra
sta in Lo sport alla
Grande Guerra, Quaderni della
SISS, n.4 Serie Speciale, 2015
8 Antonio, Papa, Guido Panico, Storia sociale
del calcio in Italia, Il Mulino,
Bologna, 2002
9 Antonio,
Ghirelli, Storia del calcio in Italia,
Einaudi, Torino, 1967
10 Mario,
Rigoni Stern, Le stagioni di Giacomo,
Einaudi, Torino, 1995
11 Le
parole di Baloncieri sono riportate in Carlo, Chiesa, La grande
storia del calcio italiano,
supplemento a Guerin Sportivo
12 Antonio,
Ghirelli, Op. cit.
13 Cfr.
La Stampa del 29 ottobre
1934
14 Per
approfondimenti cfr. www.storiedifootballperduto.blogspot.it
la sezione dedicata alla Carta di Viareggio
15 Antonio,
Papa, Guido, Panico, Op. Cit.
16 Marco,
Impiglia, Fifa
World Cup 1934: Mussolini trucco’ il gioco?,
17 Antonio,
Ghirelli, Op. Cit.
18 Bruno,
Zauli, Coppa del mondo – Cronistoria del II campionato mondiale
di calcio, F.I.G.C., Roma, 1936
19 Marco,
Impiglia, Op. Cit.
20 Cfr.
Guerin Sportivo n.25 del 13
giugno 1934
21 Bruno,
Zauli,Op. Cit.
22 Marco,
Impiglia, Op. Cit.
23 Antonio,
Ghirelli, Op. Cit.
24 Simon,
Kuper, Calcio e potere,
ISBN, 2008
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mercoledì 25 luglio 2018
IL CALCIO TRA IDENTITA' NAZIONALE E POTERE POLITICO (1890-1934)
Premessa
Lo
sport moderno, quello per intenderci che nasce in Inghilterra nella
seconda metà del'700, è stato osservato da numerosissime
angolazioni, studiato minuziosamente nelle sue più svariate
sfaccettature. In particolare l'evento sportivo in quanto
catalizzatore di pulsioni, gioie, speranze e delusioni è stato
analizzato in rapporto alla produzione di tutta una serie di rituali
che hanno fornito – e tuttora forniscono – un'identità comune
alle comunità che in esso si riconoscono.
Il
calcio, più e meglio di qualsiasi altro sport in Italia, è stato
strumento e motivo di divisione ed aggregazione identitaria tra le
sempre più numerose folle di appassionati. Da subito il calcio ha
diviso gli appassionati per il profondo radicamento territoriale
delle squadre che si sono legate in maniera molto forte con la città
e il paese che rappresentavano, portando quindi al sorgere di alcune
forme di “tifo” e di schermaglie sempre più violente tra le
fazioni rivali.
Allo
stesso tempo, però, il calcio è stato “usato” per creare
un'identità nazionale per un popolo che Nazione
non era ancora. Già durante i mesi di neutralità italiana
immediatamente successivi allo scoppio della Grande Guerra la
Nazionale è stata strumento di unità solidale ed irredentista,
usata nella campagna anti-austriaca per mobilitare le masse degli
sportivi all'intervento contro l'antico dominatore.
Con
il primo dopoguerra, complice la drammatica eredità lasciata da
durissimi anni di guerra, la scena politica è mutata radicalmente:
preso il potere, Mussolini con il suo regime dittatoriale ed
ideologico ha capito che lo sport, il calcio meglio di tutti, poteva
e doveva essere sfruttato come mezzo di propaganda. La
“fascistizzazione” dello Stato passa pertanto anche dallo sport,
prima con la creazione dell'Opera Nazionale Balilla (sport di base),
quindi con la cosiddetta “Carta di Viareggio” (strutture
calcistiche di ogni livello) sino all'apoteosi dell'identificazione
della “grandezza” del regime nella Nazionale vincitrice del
Mondiale del 1934.
Uno stralcio del presente scritto è stato pubblicato nel volume #2 Identity della rivista Uno-Due (www.uno-due.it).
Unità
d'Italia e “leisure time”
Quando
nel nostro Paese si giocano le prime partite di football delle quali
abbiamo testimonianza documentata la stagione risorgimentale,
culminata con la proclamazione del Regno d'Italia (1861), è
terminata da poco meno di trentanni. Nello specifico, il periodo
compreso tra gli anni'60 e la seconda metà degli anni'80 del XIX
secolo è caratterizzato soprattutto dalla ricerca, da parte dei
governi, di dotare il neonato Stato italiano di stabilità economica,
politica, amministrativa, finanziaria e militare. Per poter
raggiungere questi obiettivi l'Italia dell'epoca si tenne lontana
dalle varie questioni internazionali sin dopo il Congresso di Berlino
(1878): Visconti-Venosta, responsabile della politica estera italiana
sin dal 1869 affermava infatti che scopo della politica estera post
1870 dovesse essere quella di “affrettare
il momento in cui finalmente si riuscisse a far parlare poco di sé”1.
Considerato il grave stato delle condizioni sanitarie medie in cui
versava l'Italia post unitaria bene sintetizzate da Antonio Papa e
Guido Panico, con la salita al potere della Sinistra (1876) si andò
sempre più intensificando l'opera governativa volta al miglioramento
della salute degli italiani2.
Un po' ovunque nascevano società ginnastiche e con il 1878 la legge
n.4442 del 7 luglio introduceva l'insegnamento della ginnastica nella
scuola italiana, a conclusione di un processo decisionale che aveva
preso le mosse già ai tempi del Regno di Sardegna: si vedeva,
infatti, di buon occhio l'insegnamento della ginnastica che, con la
sua ferrea disciplina, era considerata particolarmente adatta a
formare chi avrebbe dovuto guidare le sorti del Paese. Il passo è
decisivo e la scuola – come sottolinea Giacomo Zanibelli – con
l'insegnamento della ginnastica diventava il tramite “per
formare una coscienza nazionale nelle menti delle giovani
generazioni”3.
Ancor più esplicito è Giorgio Seccia quando spiega che in Italia il
modello che venne recepito in un primo momento fu quello
di una educazione fisica diretta ai fini militari, poiché lo scopo
principale era quello di sviluppare nei giovani tutta una serie di
caratteristiche morali oltreché fisiche che li avrebbero dovuti
forgiare per l'età adulta: obbedienza, coraggio, lealtà,
resilienza, leadership e correttezza4.
Negli
ultimi venti anni del XIX secolo le città in Italia conoscono un
enorme crescita; cambiano le abitudini lavorative e di conseguenza
anche i costumi e gli stili di vita mutano, seguendo le nuove
opportunità. Nasce un fenomeno sociale che caratterizzerà e
condizionerà l'uomo contemporaneo nel suo futuro: il tempo libero. I
ritmi lavorativi non sono più scanditi dai tempi biologici della
terra e delle stagioni come accade in campagna, bensì dai cicli
produttivi delle fabbriche: il lavoro viene strutturato – anche
attraverso le prime lotte e le prime rivendicazioni degli operai –
in turni, e gli uomini sperimentano nuovi modi di riempire il tempo
libero. Contemporaneamente i nuovi abitanti delle città sono anche
funzionari, piccoli imprenditori e professionisti, il ceto medio,
insomma, che ha tempo libero e denaro sufficiente da spendere
assistendo a spettacoli ed eventi sportivi. È in questo clima che lo
sport in generale diventa prodotto da usufruire, guardare e discutere
non solo – si badi bene – individualmente bensì collettivamente,
condividendo
emozioni e aspettative e pertanto consolidando una certa forma di
identità prima sportiva e quindi nazionale. Se, come abbiamo visto,
l'educazione fisica e un rinvigorito riguardo per il benessere fisico
hanno contribuito ad un interesse via via maggiore verso lo sport, i
giornali sempre in quegli anni hanno svolto un fondamentale lavoro di
volano alla pratica sportiva e all'identificazione dello spettatore
con i primi campioni e le prime squadre, raccontando l'evento
sportivo e divulgando la conoscenza dello sport attraverso un sempre
più affinato utilizzo di un lessico specializzato. Lo sport,
pertanto, da quel momento viene utilizzato dagli appartenenti a
determinati gruppi per sostenere la propria identità, esaltare un
campione in quanto “uno di noi” ovvero demonizzandone un altro
perchè “uno degli altri”. A tal proposito Nicola Sbetti rileva
che “questo tipo di identificazione
può rivelarsi particolarmente efficace a livello nazionale e anche
per questa ragione, dalla fine del XIX secolo ad oggi, le élite
dominanti non hanno esitato ad adottare lo sport nei processi di
nation
building e di rafforzamento
dell'identità nazionale”5.
Il
football dei pionieri: identità e “tifo”
Il
calcio era sport nuovo, giovane. Fascinoso. Da un lato era uno
strumento che permetteva ai suoi seguaci di esteriorizzare le
pulsioni consentendo agli appartenenti ad ogni ceto sociale di
identificarsi in una squadra, di credere in una causa, in una
bandiera. Dall'altro era la risposta alla richiesta di novità e di
modernità dei giovani aristocratici dell'epoca: non a caso il calcio
in Italia si sviluppò e si strutturò prima a Torino e Genova
soprattutto grazie all'opera dei giovani rampolli sabaudi nella città
piemontese e grazie ai diplomatici e commercianti inglesi a Genova.
Ma è solo l'inizio: da quel primo momento il calcio piano piano
contagia tutti gli strati sociali, dai più elevati ai più bassi,
proliferando in tutte le regioni. A proposito di ciò, appare
interessante qua appena accennare al fatto che il calcio arrivò e si
sviluppò anche laddove la Federazione del calcio non arrivò se non
successivamente. Caso piuttosto emblematico è quello della Sardegna.
Sull'isola la Federazione organizzò i suoi primi tornei soltanto nel
primo dopoguerra ma già sul finire del XIX secolo il calcio si prese
a giocare, grazie ai marinai inglesi e agli studenti. Il calcio in
Sardegna anche senza la Federazione riuscì ad imporsi formando una
classe di dirigenti, di calciatori e anche di pubblico, conquistando
sempre più interesse6.
Da
subito questo sport ha permesso, forse meglio di qualsiasi altro, ai
suoi spettatori di identificarsi in qualcosa che li riunisse sotto
una sola bandiera. Letta così non sorprende la storia di questo
sport vista sotto la lente del comportamento degli spettatori.
Analizzando partita dopo partita attraverso le cronache dell'epoca,
via via sempre più puntuali e ricche di dettagli, vediamo che così
come muta ed evolve il gioco nello stesso modo cambia il
comportamento di chi assiste e si interessa alle partite. L'inizio è
per pochi intimi. Il calcio in Italia sul finire del XIX secolo viene
seguito davvero da pochissime persone, il pubblico è un tutt'uno
formato da sparuti curiosi e dai dirigenti delle squadre stesse. Le
cronache dell'epoca – quando ci sono – ci raccontano di un
pubblico composto da poche decine di persone ma, ed è elemento che
merita senz'altro di essere sottolineato, caratterizzato da una buona
presenza femminile. La cosa non deve meravigliare. Come bene spiegano
Papa e Panico fino a quando il calcio rimase un fenomeno di élite,
un divertimento della nobiltà e dei ceti più abbienti la presenza
femminile ai bordi del campo fu una costante, una peculiarità
propria del gioco del football7.
Tanti sono gli esempi che il giornalismo ci racconta, anzi: nel
racconto delle prime gare calcistiche i giornali davano molto risalto
alla narrazione di tutto ciò che stava attorno al gioco, in special
modo veniva raccontato di chi componeva il pubblico e di come il
pubblico percepiva il gioco8.
Tutto
ciò però muta non appena il football smette di essere gioco di
nicchia per diventare un gioco – sebbene non ancora di massa – di
tendenza, che incuriosisce un numero sempre maggiore di persone. Man
mano che il pubblico aumenta diminuisce la presenza femminile; da
evento festoso, di intrattenimento la partita di calcio si trasforma
ed aumentano i casi di frizione e di intemperanze tra il pubblico,
che va organizzandosi in maniera differente rispetto a prima. Il
calcio, dunque, accende gli animi, unisce un gruppo di persone sotto
un'unica bandiera e divide il pubblico in base all'appartenenza. Si
assistono ai primi episodi di intemperanza, di violenza. E sono
sempre più frequenti. Da un lato infatti assistiamo alle prime
manifestazioni violente già nella seconda metà del primo decennio
del Novecento, per poi farsi sempre più frequenti mano a mano che le
fila dei seguaci delle varie squadre si ingrossano sempre più. E' in
quella prima fase una manifestazione campanilistica diretta prima
verso l'arbitro e poi verso la squadra avversaria, caratterizzata da
un'identità stretta con la città della propria squadra. Con gli
anni'20, successivamente, assistiamo ad una metamorfosi del fenomeno,
certificato – se così vogliamo dire – da un articolo a firma di
Giovanni Dovara apparso sulle colonne de Il
Calcio sul
finire del 1923 dove si cerca di spiegare il nuovo aspetto con il
quale si manifesta la passione sportiva: il tifo.
“Non è
fortunatamente la terribile malattia infettiva, di cui vogliamo
parlare, ma, come ognun comprende, la malattia sportiva, onde, più o
meno, sono infetti, in questa stagione, gli appassionati del Giuoco
del Calcio. Fenomeno di passione acuita a tal punto da rivestire e da
assumere in certi casi ed in certe persone, i fenomeni più
patologici! (…) Malattia il cui bacillo penetra insidioso ovunque,
nelle persone d'ambo i sessi, e turba e sconvolge i pensieri di
severi scienziati, di illustri professoroni, di timorose madri
casalinghe e di spose amorose senza distinzione di fedi politiche e
di religione, onde, magari, il comunista fegatoso si trova, una volta
tanto almeno, disposto a discutere e ad accordarsi con il più
arrabbiato ed intransigente fascista.”9
Ovviamente
non c'è identità stretta tra tifo e violenza, tra passione e
aggressività, perlomeno non nell'immediato. Certo è che con gli
anni'20 e '30 assistiamo ad un numero sempre crescente di incidenti e
di manifestazioni violente che hanno come matrice comune quella del
tifo per una o l'altra squadra, identificando nell'altro il nemico da
combattere dentro e fuori dal campo. Complice di questa escalation
violenta fu anche il sempre più crescente numero di persone che
iniziarono a seguire anche in trasferta la propria squadra del cuore,
trasferte che erano mutate profondamente rispetto alle prime
scampagnate d'inizio secolo, quando seguire la propria squadra del
cuore significava essenzialmente vivere una domenica “fuori porta”.
Con gli anni'20 l'aspetto “bucolico” della trasferta si restringe
sempre più, sovrastato da quello più parossistico del tifo. E non
manca, ne va di conseguenza, un salto di qualità in negativo del
fenomeno, come testimonia la sparatoria che il 5 luglio 1925 alla
stazione di Porta Nuova a Torino vide protagonisti i tifosi di Genoa
e Bologna in occasione del terzo spareggio per l'assegnazione del
titolo di campione d'Italia. Parallelamente assistiamo anche ad una
spaccatura all'interno di quelle città che presentavano più di una
società di calcio, più esattamente il tifo viene eterodiretto da
ragioni che riguardano più aspetti socio-urbani rispetto a quelle
semplici di simpatia verso una o l'altra società. Essendosi
modificato il pubblico calcistico d'inizio secolo con l'ingrossamento
delle proprie fila, con l'ingresso di sempre più ampi strati della
popolazione, con gli anni'30 l'identità con una squadra coincide
sempre più spesso con una rappresentazione plastica del proprio ceto
sociale: così come a Roma la Lazio era espressione dell'alta
borghesia, la Roma – che giocava al Testaccio – era la squadra
della borgata. Ma di esempi ce ne sono molti e stanno alla base
delle rivalità stracittadine che ancora oggi infiammano i
campionati. Il tifo per una determinata squadra identifica uno strato
sociale, un ambiente cittadino e culturale, dividendo quella stessa
città in una o più fazioni.
Il
concetto di “Nazionale”: dalla rappresentativa alla nazionale
Se
il tifo divide gli appassionati a seconda della propria squadra di
club preferita, è altrettanto vero che riesce ad unire un intero
popolo attorno alla Nazionale di appartenenza, anche se questo
vincolo si è andato via via facendo più sciolto negli ultimi anni e
valido sempre più soltanto in occasione delle grandi manifestazioni
internazionali, quali Mondiali ed Europei.
Sin
dalle sue origini più remote il football italiano ha sentito il
bisogno di rappresentare il proprio movimento con una squadra che
potesse in modo tangibile certificare la propria esistenza
misurandosi con esperienze analoghe d'oltre confine. Come tutti
sappiamo la Federazione del calcio italiana nasce nel 1898 e in
quell'anno organizza il suo primo campionato di calcio: le squadre
affiliate sono poche, quasi tutte di stanza a Torino e Genova e quasi
tutte composte in larga parte da giocatori stranieri, svizzeri e
inglesi in particolare a seconda di dove i rapporti commerciali
fossero più stretti. Le élites di quelle città danno sponda a
commercianti e marinai stranieri creando così quel primo nucleo di
interesse verso il gioco del football che si estrinseca con la
creazione della prime squadre italiane di football. A Torino il
commerciante Bosio nel 1887 crea il Football
and Cricket Club, nel 1889 i giovani rampolli di casa Savoia e
Ferrero di Ventimiglia creano la squadra dei Nobili e due anni più
tardi questi stessi protagonisti decidono di fondersi insieme in
un'unica squadra, l'Internazionale di Torino, mentre a Genova
aristocratici, commercianti e professionisti si riuniscono attorno al
consolato inglese per dar vita ad un club cittadino che offra loro
gli stessi svaghi presenti già da diversi anni in madrepatria: il
Genoa Cricket and Athletic Club.
Bisogna tenere quindi a mente questa
cornice nella quale si muovono i primi pionieri, un ambiente
fortemente influenzato da voglia di novità, di futuro e di scambi
culturali con il resto d'Europa, per capire su quali basi nel 1899
venne organizzato il primo incontro internazionale di calcio di una
rappresentativa italiana, incontro che si svolse al Velodromo Umberto
I di Torino. Ciò che quella squadra rappresentava – o voleva
rappresentare - era il meglio del movimento calcistico italiano
dell'epoca, senza distinzioni di nazionalità. Il criterio di
selezione adottato era “residenziale”, cioè facevano parte di
quella selezione i migliori calciatori che giocavano al momento in
Italia: “Ier
l'altro, al Velodromo Umberto I, davanti ad un pubblico discretamente
numeroso, venne disputato il Gran Match fra una squadra di svizzeri e
una di italiani composta dei migliori giucatori di Torino, Genova e
Milano”10.
Per
arrivare al concetto di Nazionale quale rappresentativa del meglio
del movimento italiano formata pertanto dai migliori giocatori
italiani occorre attendere una decina di anni, occorre attendere
quindi che il football in Italia esca dalla piccola nicchia degli
esordi e diventi un fenomeno di tendenza, con un proprio pubblico e
regolamenti un po' più strutturati. In questi dieci anni alcune
squadre nate nell'Ottocento scompaiono, mentre nascono e crescono
squadre formate da primi appassionati italiani, si pensi su tutte a
Juventus e Pro Vercelli. In più il mondo calcistico fa propri alcuni
concetti mutuati dal mondo della ginnastica, laddove le squadre di
calcio erano assolutamente autarchiche e si arriva così nel 1910
alla prima rappresentativa completamente italiana, quando presidente
federale da un anno è Luigi Bosisio più incline di altri a dare un
impronta nazionalistica al movimento calcistico.
Viene quindi
nominata una commissione che ha il compito di selezionare il meglio
tra i calciatori italiani: nel giro di quattro mesi e dopo due
incontri di selezione tra due squadre miste, “probabili” contro
“possibili” il 15 maggio 1910 la Nazionale italiana gioca la sua
prima gara.
È una Nazionale dal forte connotato milanese e
completamente priva dei giocatori vercellesi squalificati per le note
vicende relative allo spareggio contro l'Internazionale di pochi
giorni precedente. Da rilevare, peraltro, come ancora il concetto di
“nazionale” sia piuttosto relativo: vero che sono scomparsi gli
stranieri, ma la selezione ha riguardato soltanto poche squadre e
comunque soltanto del nord: ancora ignorato del tutto è il calcio
giocato non solo nel centro-sud ma anche nel nord-est della penisola.
Il fatto è che le scelte furono il frutto di pesi e contrappesi
dovuti alle pressioni delle società più influenti, ma nonostante
ciò il debutto fu alquanto positivo – complice anche la scelta
dell'avversario, non certamente invincibile – e pochi giorni dopo
l'Italia, ancora di bianco vestita, andò a Budapest dove perse
sonoramente davanti ad oltre 15.000 spettatori contro l'Ungheria.11.
Va peraltro sottolineato che ancora l'opinione pubblica non
percepisce questa squadra come un qualcosa che rappresenti non solo
il movimento calcistico ma ancor più un'identità nazionale nel
contesto internazionale. E non cambia neanche dopo la sfortunata e
ben poco brillante esperienza alla Olimpiadi di Stoccolma del 1912.
Qualcosa pare cambiare in coincidenza dell'incontro programmato con
il Belgio nel maggio 1913. Complice le due sconfitte con Austria e
Francia seguenti alla disfatta olimpica, la Commissione
selezionatrice decide di cambiare metodologie di selezione. O meglio,
riesce a resistere alle pressioni esterne dei club più influenti e
così facendo sviluppa una nuova idea di selezione, facendo un salto
di qualità fondamentale sia sul piano tecnico, sia – per quel che
qua ci interessa – sul piano dell'identità nazionale: decide
infatti di affidarsi ad un “blocco” di giocatori provenienti da
una sola società e ad esso affidare il gioco della squadra. Siamo
nel 1913, in piena epoca d'oro delle Bianche
Casacche
vercellesi e quella Nazionale venne composta da ben 9 giocatori della
Pro Vercelli, oltre al milanista De Vecchi e a Fresia dell'Andrea
Doria. Come detto la scelta si rivelò vincente da tutti i punti di
vista: a livello tecnico la squadra era rodata, sapeva giocare
d'assieme perché abituata a farlo e il risultato fu una più che
lusinghiera vittoria per 1-0; ma lo fu anche a livello emotivo,
mediatico perché a quella partita parteciparono in massa i tifosi
vercellesi creando un raccordo identitario tra squadra locale e
rappresentativa del calcio nazionale.
(Continua -1)
1 Federico,
Chabod, Storia della politica estera italiana 1870-1896,
Laterza, Bari, 1951
2 Antonio,
Papa, Guido Panico, Storia sociale del calcio in Italia,
Il Mulino, Bologna, 2002
3 Giacomo,
Zanibelli, La scuola al fronte: l'educazione fisica come
strumento di “vocazione” patriottica. Dalle sonnacchiose aule
dell'italietta alla trincea. Il caso senese,
sta in Lo sport alla Grande Guerra,
Quaderni della SISS, n.4 Serie Speciale, 2015
4 Giorgio,
Seccia, Il calcio in guerra,
Gaspari Editore, 2011
5 Nicola,
Sbetti, Le identità europee nello sport,
Altre Modernità, Università degli Studi di Milano, 2015
6 Alessandro,
Bassi, Il football dei pionieri. Storia del campionato di calcio
in Italia dalle origini alla I Guerra Mondiale,
Bradipolibri Editore, Ivrea, 2012
7 Antonio,
Papa, Guido Panico, Op. cit.
8 Giusto
a titolo esemplificativo, si leggano gli articoli di stampa
seguenti: Il Caffaro del 8
gennaio 1898; La Stampa
del 29 aprile 1901; La Stampa Sportiva
del 13 aprile 1902; Corriere della Sera
del 13 febbraio 1905
9 Cfr.
Il Calcio del 22 dicembre
1923
10 Cfr.
La Stampa del 2 maggio 1899.
Incontro disputato a Torino il 30 aprile 1899 tra una
rappresentativa italiana ed una svizzera, con la vittoria di
quest'ultima per 2-0. La squadra italiana era composta da: Beaton
(Torino), De Galleani (Genova), Dobbie (Torino, capitano), Bosio
(Torino), Spensley (Genova), Pasteur (Genova), Leaver (Genova),
Weber (Torino), Kilpin (Milano), Savage (Torino), Agar (Genova)
11 Alessandro,
Bassi, Op. cit.
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giovedì 5 luglio 2018
IL FOOTBALL ITALIANO ALLA GRANDE GUERRA
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sabato 30 giugno 2018
STORIE DI CALCIOMERCATO PERDUTO
Nella prima metà degli anni'20 del Novecento il calcio italiano è squassato da dissidi, dissapori, scissioni, campionati doppi e numerosi casi di professionismo, proibito per le regole dell'epoca. Sempre più calciatori manifestano insofferenza per il loro “status” di dilettanti, rivendicando il diritto di essere pagati per giocare. Uno dei casi più clamorosi scoppia nel 1923 e ha come protagonista uno dei calciatori più famosi e talentuosi dell'epoca, Virginio Rosetta.
Ne parlo per calciomercato.com qui
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