mercoledì 25 luglio 2018

IL CALCIO TRA IDENTITA' NAZIONALE E POTERE POLITICO (1890-1934)

Premessa
Lo sport moderno, quello per intenderci che nasce in Inghilterra nella seconda metà del'700, è stato osservato da numerosissime angolazioni, studiato minuziosamente nelle sue più svariate sfaccettature. In particolare l'evento sportivo in quanto catalizzatore di pulsioni, gioie, speranze e delusioni è stato analizzato in rapporto alla produzione di tutta una serie di rituali che hanno fornito – e tuttora forniscono – un'identità comune alle comunità che in esso si riconoscono.
Il calcio, più e meglio di qualsiasi altro sport in Italia, è stato strumento e motivo di divisione ed aggregazione identitaria tra le sempre più numerose folle di appassionati. Da subito il calcio ha diviso gli appassionati per il profondo radicamento territoriale delle squadre che si sono legate in maniera molto forte con la città e il paese che rappresentavano, portando quindi al sorgere di alcune forme di “tifo” e di schermaglie sempre più violente tra le fazioni rivali.
Allo stesso tempo, però, il calcio è stato “usato” per creare un'identità nazionale per un popolo che Nazione non era ancora. Già durante i mesi di neutralità italiana immediatamente successivi allo scoppio della Grande Guerra la Nazionale è stata strumento di unità solidale ed irredentista, usata nella campagna anti-austriaca per mobilitare le masse degli sportivi all'intervento contro l'antico dominatore.
Con il primo dopoguerra, complice la drammatica eredità lasciata da durissimi anni di guerra, la scena politica è mutata radicalmente: preso il potere, Mussolini con il suo regime dittatoriale ed ideologico ha capito che lo sport, il calcio meglio di tutti, poteva e doveva essere sfruttato come mezzo di propaganda. La “fascistizzazione” dello Stato passa pertanto anche dallo sport, prima con la creazione dell'Opera Nazionale Balilla (sport di base), quindi con la cosiddetta “Carta di Viareggio” (strutture calcistiche di ogni livello) sino all'apoteosi dell'identificazione della “grandezza” del regime nella Nazionale vincitrice del Mondiale del 1934.
Uno stralcio del presente scritto è stato pubblicato nel volume #2 Identity della rivista Uno-Due (www.uno-due.it).
Unità d'Italia e “leisure time”
Quando nel nostro Paese si giocano le prime partite di football delle quali abbiamo testimonianza documentata la stagione risorgimentale, culminata con la proclamazione del Regno d'Italia (1861), è terminata da poco meno di trentanni. Nello specifico, il periodo compreso tra gli anni'60 e la seconda metà degli anni'80 del XIX secolo è caratterizzato soprattutto dalla ricerca, da parte dei governi, di dotare il neonato Stato italiano di stabilità economica, politica, amministrativa, finanziaria e militare. Per poter raggiungere questi obiettivi l'Italia dell'epoca si tenne lontana dalle varie questioni internazionali sin dopo il Congresso di Berlino (1878): Visconti-Venosta, responsabile della politica estera italiana sin dal 1869 affermava infatti che scopo della politica estera post 1870 dovesse essere quella di “affrettare il momento in cui finalmente si riuscisse a far parlare poco di sé”1. Considerato il grave stato delle condizioni sanitarie medie in cui versava l'Italia post unitaria bene sintetizzate da Antonio Papa e Guido Panico, con la salita al potere della Sinistra (1876) si andò sempre più intensificando l'opera governativa volta al miglioramento della salute degli italiani2. Un po' ovunque nascevano società ginnastiche e con il 1878 la legge n.4442 del 7 luglio introduceva l'insegnamento della ginnastica nella scuola italiana, a conclusione di un processo decisionale che aveva preso le mosse già ai tempi del Regno di Sardegna: si vedeva, infatti, di buon occhio l'insegnamento della ginnastica che, con la sua ferrea disciplina, era considerata particolarmente adatta a formare chi avrebbe dovuto guidare le sorti del Paese. Il passo è decisivo e la scuola – come sottolinea Giacomo Zanibelli – con l'insegnamento della ginnastica diventava il tramite “per formare una coscienza nazionale nelle menti delle giovani generazioni”3. Ancor più esplicito è Giorgio Seccia quando spiega che in Italia il modello che venne recepito in un primo momento fu quello di una educazione fisica diretta ai fini militari, poiché lo scopo principale era quello di sviluppare nei giovani tutta una serie di caratteristiche morali oltreché fisiche che li avrebbero dovuti forgiare per l'età adulta: obbedienza, coraggio, lealtà, resilienza, leadership e correttezza4.
 
Negli ultimi venti anni del XIX secolo le città in Italia conoscono un enorme crescita; cambiano le abitudini lavorative e di conseguenza anche i costumi e gli stili di vita mutano, seguendo le nuove opportunità. Nasce un fenomeno sociale che caratterizzerà e condizionerà l'uomo contemporaneo nel suo futuro: il tempo libero. I ritmi lavorativi non sono più scanditi dai tempi biologici della terra e delle stagioni come accade in campagna, bensì dai cicli produttivi delle fabbriche: il lavoro viene strutturato – anche attraverso le prime lotte e le prime rivendicazioni degli operai – in turni, e gli uomini sperimentano nuovi modi di riempire il tempo libero. Contemporaneamente i nuovi abitanti delle città sono anche funzionari, piccoli imprenditori e professionisti, il ceto medio, insomma, che ha tempo libero e denaro sufficiente da spendere assistendo a spettacoli ed eventi sportivi. È in questo clima che lo sport in generale diventa prodotto da usufruire, guardare e discutere non solo – si badi bene – individualmente bensì collettivamente, condividendo emozioni e aspettative e pertanto consolidando una certa forma di identità prima sportiva e quindi nazionale. Se, come abbiamo visto, l'educazione fisica e un rinvigorito riguardo per il benessere fisico hanno contribuito ad un interesse via via maggiore verso lo sport, i giornali sempre in quegli anni hanno svolto un fondamentale lavoro di volano alla pratica sportiva e all'identificazione dello spettatore con i primi campioni e le prime squadre, raccontando l'evento sportivo e divulgando la conoscenza dello sport attraverso un sempre più affinato utilizzo di un lessico specializzato. Lo sport, pertanto, da quel momento viene utilizzato dagli appartenenti a determinati gruppi per sostenere la propria identità, esaltare un campione in quanto “uno di noi” ovvero demonizzandone un altro perchè “uno degli altri”. A tal proposito Nicola Sbetti rileva che “questo tipo di identificazione può rivelarsi particolarmente efficace a livello nazionale e anche per questa ragione, dalla fine del XIX secolo ad oggi, le élite dominanti non hanno esitato ad adottare lo sport nei processi di nation building e di rafforzamento dell'identità nazionale”5.
Il football dei pionieri: identità e “tifo”
Il calcio era sport nuovo, giovane. Fascinoso. Da un lato era uno strumento che permetteva ai suoi seguaci di esteriorizzare le pulsioni consentendo agli appartenenti ad ogni ceto sociale di identificarsi in una squadra, di credere in una causa, in una bandiera. Dall'altro era la risposta alla richiesta di novità e di modernità dei giovani aristocratici dell'epoca: non a caso il calcio in Italia si sviluppò e si strutturò prima a Torino e Genova soprattutto grazie all'opera dei giovani rampolli sabaudi nella città piemontese e grazie ai diplomatici e commercianti inglesi a Genova. Ma è solo l'inizio: da quel primo momento il calcio piano piano contagia tutti gli strati sociali, dai più elevati ai più bassi, proliferando in tutte le regioni. A proposito di ciò, appare interessante qua appena accennare al fatto che il calcio arrivò e si sviluppò anche laddove la Federazione del calcio non arrivò se non successivamente. Caso piuttosto emblematico è quello della Sardegna. Sull'isola la Federazione organizzò i suoi primi tornei soltanto nel primo dopoguerra ma già sul finire del XIX secolo il calcio si prese a giocare, grazie ai marinai inglesi e agli studenti. Il calcio in Sardegna anche senza la Federazione riuscì ad imporsi formando una classe di dirigenti, di calciatori e anche di pubblico, conquistando sempre più interesse6.
Da subito questo sport ha permesso, forse meglio di qualsiasi altro, ai suoi spettatori di identificarsi in qualcosa che li riunisse sotto una sola bandiera. Letta così non sorprende la storia di questo sport vista sotto la lente del comportamento degli spettatori. Analizzando partita dopo partita attraverso le cronache dell'epoca, via via sempre più puntuali e ricche di dettagli, vediamo che così come muta ed evolve il gioco nello stesso modo cambia il comportamento di chi assiste e si interessa alle partite. L'inizio è per pochi intimi. Il calcio in Italia sul finire del XIX secolo viene seguito davvero da pochissime persone, il pubblico è un tutt'uno formato da sparuti curiosi e dai dirigenti delle squadre stesse. Le cronache dell'epoca – quando ci sono – ci raccontano di un pubblico composto da poche decine di persone ma, ed è elemento che merita senz'altro di essere sottolineato, caratterizzato da una buona presenza femminile. La cosa non deve meravigliare. Come bene spiegano Papa e Panico fino a quando il calcio rimase un fenomeno di élite, un divertimento della nobiltà e dei ceti più abbienti la presenza femminile ai bordi del campo fu una costante, una peculiarità propria del gioco del football7. Tanti sono gli esempi che il giornalismo ci racconta, anzi: nel racconto delle prime gare calcistiche i giornali davano molto risalto alla narrazione di tutto ciò che stava attorno al gioco, in special modo veniva raccontato di chi componeva il pubblico e di come il pubblico percepiva il gioco8.

Tutto ciò però muta non appena il football smette di essere gioco di nicchia per diventare un gioco – sebbene non ancora di massa – di tendenza, che incuriosisce un numero sempre maggiore di persone. Man mano che il pubblico aumenta diminuisce la presenza femminile; da evento festoso, di intrattenimento la partita di calcio si trasforma ed aumentano i casi di frizione e di intemperanze tra il pubblico, che va organizzandosi in maniera differente rispetto a prima. Il calcio, dunque, accende gli animi, unisce un gruppo di persone sotto un'unica bandiera e divide il pubblico in base all'appartenenza. Si assistono ai primi episodi di intemperanza, di violenza. E sono sempre più frequenti. Da un lato infatti assistiamo alle prime manifestazioni violente già nella seconda metà del primo decennio del Novecento, per poi farsi sempre più frequenti mano a mano che le fila dei seguaci delle varie squadre si ingrossano sempre più. E' in quella prima fase una manifestazione campanilistica diretta prima verso l'arbitro e poi verso la squadra avversaria, caratterizzata da un'identità stretta con la città della propria squadra. Con gli anni'20, successivamente, assistiamo ad una metamorfosi del fenomeno, certificato – se così vogliamo dire – da un articolo a firma di Giovanni Dovara apparso sulle colonne de Il Calcio sul finire del 1923 dove si cerca di spiegare il nuovo aspetto con il quale si manifesta la passione sportiva: il tifo.
Non è fortunatamente la terribile malattia infettiva, di cui vogliamo parlare, ma, come ognun comprende, la malattia sportiva, onde, più o meno, sono infetti, in questa stagione, gli appassionati del Giuoco del Calcio. Fenomeno di passione acuita a tal punto da rivestire e da assumere in certi casi ed in certe persone, i fenomeni più patologici! (…) Malattia il cui bacillo penetra insidioso ovunque, nelle persone d'ambo i sessi, e turba e sconvolge i pensieri di severi scienziati, di illustri professoroni, di timorose madri casalinghe e di spose amorose senza distinzione di fedi politiche e di religione, onde, magari, il comunista fegatoso si trova, una volta tanto almeno, disposto a discutere e ad accordarsi con il più arrabbiato ed intransigente fascista.”9
Ovviamente non c'è identità stretta tra tifo e violenza, tra passione e aggressività, perlomeno non nell'immediato. Certo è che con gli anni'20 e '30 assistiamo ad un numero sempre crescente di incidenti e di manifestazioni violente che hanno come matrice comune quella del tifo per una o l'altra squadra, identificando nell'altro il nemico da combattere dentro e fuori dal campo. Complice di questa escalation violenta fu anche il sempre più crescente numero di persone che iniziarono a seguire anche in trasferta la propria squadra del cuore, trasferte che erano mutate profondamente rispetto alle prime scampagnate d'inizio secolo, quando seguire la propria squadra del cuore significava essenzialmente vivere una domenica “fuori porta”. Con gli anni'20 l'aspetto “bucolico” della trasferta si restringe sempre più, sovrastato da quello più parossistico del tifo. E non manca, ne va di conseguenza, un salto di qualità in negativo del fenomeno, come testimonia la sparatoria che il 5 luglio 1925 alla stazione di Porta Nuova a Torino vide protagonisti i tifosi di Genoa e Bologna in occasione del terzo spareggio per l'assegnazione del titolo di campione d'Italia. Parallelamente assistiamo anche ad una spaccatura all'interno di quelle città che presentavano più di una società di calcio, più esattamente il tifo viene eterodiretto da ragioni che riguardano più aspetti socio-urbani rispetto a quelle semplici di simpatia verso una o l'altra società. Essendosi modificato il pubblico calcistico d'inizio secolo con l'ingrossamento delle proprie fila, con l'ingresso di sempre più ampi strati della popolazione, con gli anni'30 l'identità con una squadra coincide sempre più spesso con una rappresentazione plastica del proprio ceto sociale: così come a Roma la Lazio era espressione dell'alta borghesia, la Roma – che giocava al Testaccio – era la squadra della borgata. Ma di esempi ce ne sono molti e stanno alla base delle rivalità stracittadine che ancora oggi infiammano i campionati. Il tifo per una determinata squadra identifica uno strato sociale, un ambiente cittadino e culturale, dividendo quella stessa città in una o più fazioni.
Il concetto di “Nazionale”: dalla rappresentativa alla nazionale
Se il tifo divide gli appassionati a seconda della propria squadra di club preferita, è altrettanto vero che riesce ad unire un intero popolo attorno alla Nazionale di appartenenza, anche se questo vincolo si è andato via via facendo più sciolto negli ultimi anni e valido sempre più soltanto in occasione delle grandi manifestazioni internazionali, quali Mondiali ed Europei.
Sin dalle sue origini più remote il football italiano ha sentito il bisogno di rappresentare il proprio movimento con una squadra che potesse in modo tangibile certificare la propria esistenza misurandosi con esperienze analoghe d'oltre confine. Come tutti sappiamo la Federazione del calcio italiana nasce nel 1898 e in quell'anno organizza il suo primo campionato di calcio: le squadre affiliate sono poche, quasi tutte di stanza a Torino e Genova e quasi tutte composte in larga parte da giocatori stranieri, svizzeri e inglesi in particolare a seconda di dove i rapporti commerciali fossero più stretti. Le élites di quelle città danno sponda a commercianti e marinai stranieri creando così quel primo nucleo di interesse verso il gioco del football che si estrinseca con la creazione della prime squadre italiane di football. A Torino il commerciante Bosio nel 1887 crea il Football and Cricket Club, nel 1889 i giovani rampolli di casa Savoia e Ferrero di Ventimiglia creano la squadra dei Nobili e due anni più tardi questi stessi protagonisti decidono di fondersi insieme in un'unica squadra, l'Internazionale di Torino, mentre a Genova aristocratici, commercianti e professionisti si riuniscono attorno al consolato inglese per dar vita ad un club cittadino che offra loro gli stessi svaghi presenti già da diversi anni in madrepatria: il Genoa Cricket and Athletic Club. 
Bisogna tenere quindi a mente questa cornice nella quale si muovono i primi pionieri, un ambiente fortemente influenzato da voglia di novità, di futuro e di scambi culturali con il resto d'Europa, per capire su quali basi nel 1899 venne organizzato il primo incontro internazionale di calcio di una rappresentativa italiana, incontro che si svolse al Velodromo Umberto I di Torino. Ciò che quella squadra rappresentava – o voleva rappresentare - era il meglio del movimento calcistico italiano dell'epoca, senza distinzioni di nazionalità. Il criterio di selezione adottato era “residenziale”, cioè facevano parte di quella selezione i migliori calciatori che giocavano al momento in Italia: “Ier l'altro, al Velodromo Umberto I, davanti ad un pubblico discretamente numeroso, venne disputato il Gran Match fra una squadra di svizzeri e una di italiani composta dei migliori giucatori di Torino, Genova e Milano10.
Per arrivare al concetto di Nazionale quale rappresentativa del meglio del movimento italiano formata pertanto dai migliori giocatori italiani occorre attendere una decina di anni, occorre attendere quindi che il football in Italia esca dalla piccola nicchia degli esordi e diventi un fenomeno di tendenza, con un proprio pubblico e regolamenti un po' più strutturati. In questi dieci anni alcune squadre nate nell'Ottocento scompaiono, mentre nascono e crescono squadre formate da primi appassionati italiani, si pensi su tutte a Juventus e Pro Vercelli. In più il mondo calcistico fa propri alcuni concetti mutuati dal mondo della ginnastica, laddove le squadre di calcio erano assolutamente autarchiche e si arriva così nel 1910 alla prima rappresentativa completamente italiana, quando presidente federale da un anno è Luigi Bosisio più incline di altri a dare un impronta nazionalistica al movimento calcistico.
Viene quindi nominata una commissione che ha il compito di selezionare il meglio tra i calciatori italiani: nel giro di quattro mesi e dopo due incontri di selezione tra due squadre miste, “probabili” contro “possibili” il 15 maggio 1910 la Nazionale italiana gioca la sua prima gara. 
È una Nazionale dal forte connotato milanese e completamente priva dei giocatori vercellesi squalificati per le note vicende relative allo spareggio contro l'Internazionale di pochi giorni precedente. Da rilevare, peraltro, come ancora il concetto di “nazionale” sia piuttosto relativo: vero che sono scomparsi gli stranieri, ma la selezione ha riguardato soltanto poche squadre e comunque soltanto del nord: ancora ignorato del tutto è il calcio giocato non solo nel centro-sud ma anche nel nord-est della penisola. Il fatto è che le scelte furono il frutto di pesi e contrappesi dovuti alle pressioni delle società più influenti, ma nonostante ciò il debutto fu alquanto positivo – complice anche la scelta dell'avversario, non certamente invincibile – e pochi giorni dopo l'Italia, ancora di bianco vestita, andò a Budapest dove perse sonoramente davanti ad oltre 15.000 spettatori contro l'Ungheria.11. Va peraltro sottolineato che ancora l'opinione pubblica non percepisce questa squadra come un qualcosa che rappresenti non solo il movimento calcistico ma ancor più un'identità nazionale nel contesto internazionale. E non cambia neanche dopo la sfortunata e ben poco brillante esperienza alla Olimpiadi di Stoccolma del 1912. Qualcosa pare cambiare in coincidenza dell'incontro programmato con il Belgio nel maggio 1913. Complice le due sconfitte con Austria e Francia seguenti alla disfatta olimpica, la Commissione selezionatrice decide di cambiare metodologie di selezione. O meglio, riesce a resistere alle pressioni esterne dei club più influenti e così facendo sviluppa una nuova idea di selezione, facendo un salto di qualità fondamentale sia sul piano tecnico, sia – per quel che qua ci interessa – sul piano dell'identità nazionale: decide infatti di affidarsi ad un “blocco” di giocatori provenienti da una sola società e ad esso affidare il gioco della squadra. Siamo nel 1913, in piena epoca d'oro delle Bianche Casacche vercellesi e quella Nazionale venne composta da ben 9 giocatori della Pro Vercelli, oltre al milanista De Vecchi e a Fresia dell'Andrea Doria. Come detto la scelta si rivelò vincente da tutti i punti di vista: a livello tecnico la squadra era rodata, sapeva giocare d'assieme perché abituata a farlo e il risultato fu una più che lusinghiera vittoria per 1-0; ma lo fu anche a livello emotivo, mediatico perché a quella partita parteciparono in massa i tifosi vercellesi creando un raccordo identitario tra squadra locale e rappresentativa del calcio nazionale.

(Continua -1)

1 Federico, Chabod, Storia della politica estera italiana 1870-1896, Laterza, Bari, 1951
2 Antonio, Papa, Guido Panico, Storia sociale del calcio in Italia, Il Mulino, Bologna, 2002
3 Giacomo, Zanibelli, La scuola al fronte: l'educazione fisica come strumento di “vocazione” patriottica. Dalle sonnacchiose aule dell'italietta alla trincea. Il caso senese, sta in Lo sport alla Grande Guerra, Quaderni della SISS, n.4 Serie Speciale, 2015
4 Giorgio, Seccia, Il calcio in guerra, Gaspari Editore, 2011
5 Nicola, Sbetti, Le identità europee nello sport, Altre Modernità, Università degli Studi di Milano, 2015
6 Alessandro, Bassi, Il football dei pionieri. Storia del campionato di calcio in Italia dalle origini alla I Guerra Mondiale, Bradipolibri Editore, Ivrea, 2012
7 Antonio, Papa, Guido Panico, Op. cit.
8 Giusto a titolo esemplificativo, si leggano gli articoli di stampa seguenti: Il Caffaro del 8 gennaio 1898; La Stampa del 29 aprile 1901; La Stampa Sportiva del 13 aprile 1902; Corriere della Sera del 13 febbraio 1905
9 Cfr. Il Calcio del 22 dicembre 1923
10 Cfr. La Stampa del 2 maggio 1899. Incontro disputato a Torino il 30 aprile 1899 tra una rappresentativa italiana ed una svizzera, con la vittoria di quest'ultima per 2-0. La squadra italiana era composta da: Beaton (Torino), De Galleani (Genova), Dobbie (Torino, capitano), Bosio (Torino), Spensley (Genova), Pasteur (Genova), Leaver (Genova), Weber (Torino), Kilpin (Milano), Savage (Torino), Agar (Genova)
11 Alessandro, Bassi, Op. cit.


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