
Sin
dalle sue origini più remote il football italiano ha sentito il
bisogno di rappresentare il proprio movimento con una squadra che
potesse in modo tangibile certificare la propria esistenza
misurandosi con esperienze analoghe d'oltre confine. Come tutti
sappiamo la Federazione del calcio italiana nasce nel 1898 e in
quell'anno organizza il suo primo campionato di calcio: le squadre
affiliate sono poche, quasi tutte di stanza a Torino e Genova e quasi
tutte composte in larga parte da giocatori stranieri, svizzeri e
inglesi in particolare a seconda di dove i rapporti commerciali
fossero più stretti. Le élites di quelle città danno sponda a
commercianti e marinai stranieri creando così quel primo nucleo di
interesse verso il gioco del football che si estrinseca con la
creazione della prime squadre italiane di football. A Torino il
commerciante Bosio nel 1887 crea il Football
and Cricket Club,
nel 1889 i giovani rampolli di casa Savoia e Ferrero di Ventimiglia
creano la squadra dei Nobili
e due anni più tardi questi stessi protagonisti decidono di fondersi
insieme in un'unica squadra, l'Internazionale
di Torino,
mentre a Genova aristocratici, commercianti e professionisti si
riuniscono attorno al consolato inglese per dar vita ad un club
cittadino che offra loro gli stessi svaghi presenti già da diversi
anni in madrepatria: il Genoa
Cricket and Athletic Club.

Bisogna
tenere quindi a mente questa cornice nella quale si muovono i primi
pionieri, un ambiente fortemente influenzato da voglia di novità, di
futuro e di scambi culturali con il resto d'Europa, per capire su
quali basi nel 1899 venne organizzato il primo incontro
internazionale di calcio di una rappresentativa italiana, incontro
che si svolse al Velodromo Umberto I di Torino e per il quale il
Municipio di Torino mise in palio una coppa d'argento, come nella
migliore delle tradizioni pionieristiche. Ciò che quella squadra
rappresentava – o voleva rappresentare - era il meglio del
movimento calcistico italiano dell'epoca, senza distinzioni di
nazionalità. Il criterio di selezione adottato era “residenziale”,
cioè facevano parte di quella selezione i migliori calciatori che
giocavano al momento in Italia. I giornali dell'epoca ne danno ampia
notizia, specialmente La
Stampa
e La
Gazzetta dello Sport
che con dovizia di particolari, tenuto naturalmente conto della
portata dell'evento, pubblicano vari articoli già a partire dalla
prima metà del mese.

“Ier
l'altro, al Velodromo Umberto I, davanti ad un pubblico discretamente
numeroso, venne disputato il Gran Match fra una squadra di svizzeri e
una di italiani composta dei migliori giucatori di Torino, Genova e
Milano. (…) Verso le 20, vincitori e vinti,si riunivano a
banchetto, gentilmente invitati dall'infaticabile signor A. Jourdan,
nelle eleganti sale del Circolo Svizzero.”.
Il
trafiletto riportato è ciò che si legge sfogliando La
Stampa
del 2 maggio 1899. L'incontro è disputato a Torino il 30 aprile 1899
tra una rappresentativa italiana ed una svizzera, con la vittoria di
quest'ultima per 2-0. La squadra italiana era composta da: Beaton
(Torino), De Galleani (Genova), Dobbie (Torino, capitano), Bosio
(Torino), Spensley (Genova), Pasteur (Genova), Leaver (Genova), Weber
(Torino), Kilpin (Milano), Savage (Torino), Agar (Genova).
A parte le due reti, vi furono anche due incidenti durante il match,
incidenti che il corrispondente per La
Gazzetta dello Sport,
evidentemente assente all'incontro o distratto, riportò in maniera
errata nel resoconto pubblicato il 5 maggio:“(...)
Mentre gli svizzeri cercavano di spingere il ball
nel goal
del campo italiano, avvennero due disgrazie: uno svizzero cadde a
terra con una distorsione ad un piede e poco dopo un altro svizzero
per aver ricevuto un pallone nel ventre cadde a terra svenuto, e dové
essere trasportato via a braccia, in mezzo ai commenti del pubblico
impressionato e commosso (…)”.
In realtà le cose non andarono proprio così, i due calciatori non
ebbero conseguenze serie né tanto meno il pubblico ebbe particolari
reazioni, come peraltro sempre La
Gazzetta dello Sport
puntualizzerà nel numero del 12 maggio, ritornando sulla partita: “A
proposito di questo match, ci scrivono che i due svizzeri colpiti
durante il giuoco non lo furono che assai leggermente, tanto è vero
che continuarono a giocare dopo quattro o cinque minuti di riposo. Il
pubblico no se ne commosse affatto e la gara finì nel tempo
prefisso”.
Insomma, errori che potevano capitare tenuto conto del fatto, come
abbiamo tante volte spiegato, che sul finire del XIX secolo in Italia
si giocava certo al football già dagli anni'80, ma non con una
frequenza tale da far sì che tutti avessero assimilato al meglio le
regole e i concetti del gioco.
L'episodio dato da questo incontro, tuttavia, è
importante perché bene illustra quale passione muovesse il movimento
pionieristico e quale cifra di cosmopolitismo li innervasse.
Per arrivare al
concetto di Nazionale quale rappresentativa del meglio del movimento
italiano formata pertanto dai migliori giocatori italiani occorrerà
attendere una decina di anni, quando il 15 maggio del 1910 esordirà
la Nazionale italiana.