martedì 2 dicembre 2014
La Biblioteca del football perduto
IL FOOTBALL DEI PIONIERI di Alessandro Bassi (Ed. Bradipolibri)
Il foot-ball italiano prima del campionato a girone unico (stagione 1929-30), raccontato come quello di oggi - con cronache, aneddoti, risultati completi - ma senza le controindicazioni che avvelenano il calcio moderno. Un sogno di carta, quel calcio antico, che somiglia al rugby, perché è da una sua costola che è “nato”, nell’Inghilterra della Rivoluzione Industriale. Dal celebre “quadrilatero” Genova-Milano-Torino-Vercelli, dove tutto è cominciato, al campionato della Grande Guerra. Dalle “Bianche casacche” della Pro Vercelli a quelle della prima nazionale italiana, solo in seguito azzurra. Per la prima volta in un unico volume edito da BradipoLibri Editore tutti gli avvenimenti che hanno caratterizzato i primi 20 anni di vita calcistica in Italia, con resoconti completi delle partite più importanti e la cronaca di tutta l'attività della Federazione volta a dotare il calcio italiano di norme utili a regolamentare un movimento che si andava ad ingrossare sempre più.
Aprile 2012
venerdì 14 novembre 2014
LA PALLA DAPPLES
Non
ci crederai, ma c'è stato un trofeo che a suo tempo era più
importante addirittura del campionato. C'è stato un tempo in cui il
campionato era solo un torneo come tanti altri. A quel tempo le
grandi squadre si contendevano la palla Dapples.
A
Genova ancora adesso vanno fieri di aver messo lo zampino – e che
zampino... - anche in questa idea. E a ragione. Fu il vice presidente
del Genoa, l'inglese Henry Dapples, che nel dicembre del 1903 regalò
alla propria squadra questo trofeo d'argento dalle dimensioni di un
pallone affinché lo mettesse in palio. Partita secca da giocarsi sul
campo della detentrice, chi vince si prende la coppa, ma la deve
mettere in palio contro chiunque lanci la sfida.
Il
regolamento prevede che la sfida avvenga con regolare dichiarazione
fatta per iscritto a mezzo raccomandata; la scelta dell'avversaria
cade sulla squadra che per prima in ordine di tempo l'ha lanciata,
oppure a parità di tale requisito, sul team che mai l'abbia
disputata o che provenga dal luogo più lontano rispetto alla città
sede del club detentore. La partita si gioca sul campo del detentore,
non è previsto rimborso per le spese di trasferta.
Una
data: domenica 20 dicembre 1903. Un luogo: Genova, Ponte Carrega. La
partita, la prima partita: Genoa-Andrea Doria. Parità, 1-1. La Palla
rimane al Genoa, perchè così vuole il regolamento. Chi detiene il
trofeo per mantenerlo ha il vantaggio di poter contare su due
risultati su tre.
La
formula è semplice, il successo clamoroso. D'un tratto tutti
vogliono la Palla Dapples. Potenza della pubblicità, potremmo dire.
I giornali la pubblicizzano senza risparmiarsi, concedendo grande
spazio a questa sfida, accrescendone, man mano che le partite si
disputano, sempre più il mito.
Chiunque
può sfidare il detentore, abbiamo detto. Il mezzo della raccomandata
inviata per posta viene ben presto aggirato dall'ingegno dei
dirigenti dell'epoca: c'è chi si presenta con tanto di testimoni al
campo, appena terminata la partita, a consegnare a mani la lettera
con la sfida alla squadra che si è appena aggiudicata la coppa, per
arrivare prima delle poste. Per arrivare prima di arrivare in posta!
E non è affatto infrequente che quella lettera di sfida venga
redatta lì, a bordo campo. Con le contestazioni e i reclami alla
Federazione che si sprecano. La Palla Dapples accende gli animi dei
dirigenti, stuzzica le ambizioni delle squadre, è il simbolo di
quegli anni di pionierismo verace e tumultuoso. Uno status
symbol tra le società di
calcio. Per tentare di mettere un po' d'ordine, la Federazione decide
di intervenire ed impone che la sfida venga lanciata mediante
telegramma. Cambia il mezzo di comunicazione, rimane la corsa contro
il tempo. A far fede è l'orario di spedizione del telegramma. Gli
sfidanti allora si ingegnano ancora, arrivano a spedire telegrammi
contemporaneamente alle due squadre impegnate nell'incontro, senza
attendere che la partita finisca, per tentare di bruciare sul tempo
gli altri sfidanti. Insomma, è una corsa all'oro, la corsa alla
conquista della Palla Dapples!
Ma
perchè questo fervore? Te l'ho detto: perchè tutti ne parlano. E
perchè quelli sono gli anni dei trofei, delle coppe. Le bacheche
sono vuote e occorre riempirle. E a contendersi quella coppa ci sono
le migliori squadre del tempo.
Il
challenge Dapples fu dal 1903 al 1909 il trofeo più importante
nell'Italia calcistica dell'epoca, il suo “mito” si compone di 48
incontri: il Milan è la società che vanta più vittorie, ben 22, il
Genoa è la squadra che se la aggiudicherà definitivamente, vincendo
il quarantottesimo ed ultimo incontro, domenica 26 dicembre 1909, un
crepuscolare 10-0 allo Spinola Football Club Rivarolo. È una data a
suo modo storica, quella del 26 dicembre 1909, anche se nessuno te lo
dirà e probabilmente non la troverai in nessun libro di storia del
football che si rispetti. Ma è storica eccome. Finisce l'età dei
trofei, delle coppe e delle targhe. Il campionato, che ha ormai 10
anni di partite alle spalle, si prende tutto. Nel 1909 la Federazione
emana il primo regolamento organico del gioco del calcio in Italia,
col quale intende regolamentare tutta l'attività calcistica e pone
al centro di tutta la sua attività il campionato, da lì in poi vero
faro di tutto il football – anzi, calcio – in Italia.
La
Palla Dapples il 26 dicembre 1909 mette in scena l'ultima
rappresentazione di un modo di vivere il football che non c'è più.
lunedì 3 novembre 2014
Sport Club Juventus
Potremmo
anche parlare di feste patronali, di gite fuori porta. Di sagre e
football, magari. Raccontare di qualcosa che nessuno – o quasi –
conosce più.
La
nascita dello Sport Club Juventus è legata ad una panchina, vero. Ad
una panchina, ad un liceo e a una città, Torino, all'epoca dei fatti
vera capitale del football da queste parti.
L'autunno
è quello del 1897. Al calcio si gioca al Velodromo o in Piazza
d'Armi. Ci gioca il footballer e ci gioca il ginnasta. Ci gioca lo
studente dopo la scuola e ci gioca il nobile della città. Ci gioca
chi ha voglia di stare con gli amici e ci gioca chi è assetato di
novità.
La
leggenda narra di una panchina, ti ho detto. E di un gruppo di
studenti del liceo Massimo D'Azeglio che giocavano a barra e a
football, tentando di emulare i “veri” footballers delle squadre
della città. Su quella panchina di Corso Re Umberto – continua la
leggenda – c'è questo manipolo di liceali che sta cercando di
darsi un nome, di inventare un'identità alla loro comune passione.
Si pensa in latino, certo. Si parla per immagini che affondano radici
nel passato, inevitabile per degli studenti del ginnasio di quei
tempi. Così, tra un Iris Club e una Robur, tra un'Augusta Taurinorum
e un Massimo D'Azeglio, la spunta un nome mezzo inglese e mezzo
latino: Sport Club Juventus. A leggere ciò che ha tramandato Enrico
Canfari – uno che quei giorni c'era eccome nel gruppetto – il
nome piaceva a pochi: venne scelto. Vai a capirli i pionieri del
football, eh?
Canfari.
Perchè adesso è facile credere che la Juventus ci sia stata da
sempre grazie alla famiglia Agnelli, ma mica è vero. Gli Agnelli
arriveranno dopo, e tra qualche tempo ne parleremo. Prima, da subito,
un'altra famiglia ha legato il proprio nome ai primi passi della
Juventus. I fratelli Enrico ed Eugenio Canfari misero a disposizione
degli amici della panchina l'officina del padre, in Corso Re Umberto
al numero 42, come luogo per stabilire la prima, storica, sede
sociale. Sempre loro, i fratelli Canfari, scelsero la prima divisa,
la più economica che avessero trovato. Perchè un'altra differenza
con i tempi di oggi, devi sapere, è che il football, all'epoca,
viveva di stenti. Dicevo, divisa economica ma non per questo non
elegante: camicia di percalle rosa, pantaloncini neri con fascia e
cravatta dello stesso colore.
Quei
ragazzi erano pronti a sfidare chiunque! Anche se “chiunque”
all'epoca non era concetto dal recinto molto vasto. Le altre squadre
di Torino, certo. Ma anche di Milano e Genova. Tutto a portata di
treno. Insomma, i ragazzi in camicia rosa iniziavano a scrivere la
loro storia con le prime sconfitte, ma ben presto quel nome,
Juventus, era nome richiesto per amichevoli ed “exibition”, come
si diceva all'epoca. Soprattutto in estate, quando i primi campionati
e tornei erano fermi. In estate, infatti, la Juventus si esibiva in
vere e proprie piccole tournée nelle sagre e feste nei paesi
limitrofi Torino. Ecco perchè all'inizio ti ho detto che avremmo
potuto parlare di sagre. Perchè la prima Juventus ci si divertiva,
alle feste di paese. Enrico Canfari, nelle sue memorie, a proposito
di quei primi tempi dice:
“La
Juventus ormai aveva un nome che poteva ben figurare sui cartelli
delle feste patronali assieme al Ballo à Salon e alla Rottura delle
Pignatte”
Ti
sembra sconveniente parlare di questi inizi?
Accidenti
del primo scudetto del 1905 si sa tutto, anche della prima partita
giocata nel campionato italiano, nel 1900 o delle nuove maglie
“inglesi” a strisce bianconere sai com'è andata a finire. Se
vogliamo raccontare di come tutto è nato, beh, questi sono i fatti,
fatti ormai caduti nell'oblio, ma importanti perchè ci raccontano,
meglio di tanti trattati sociologici, come era vissuto il football
oltre un secolo fa: un gioco, una festa. Un'occasione per
socializzare. Un po' come facciamo noi quando tiriamo sino a tardi
nel nostro bar preferito.
lunedì 20 ottobre 2014
Genoa Cricket and Football Club
Come
ben saprai, all'inizio il football si giocava in posti un po' strani
per le convenzioni dei nostri giorni. Si giocava nelle grandi piazze
d'armi, nei velodromi e motovelodromi, nei parchi cittadini.
Prima
che iniziasse l'epoca del campionato e dei vari tornei, si giocava
per strada, in piazza e – in città come Genova, Palermo, Cagliari,
anche sui moli. Poi si andava in trattoria, in osteria o nei caffè a
discutere e divertirsi. A socializzare attraverso il calcio. Che
forza questo sport, eh?
Proprio
a Genova un gruppo di cittadini britannici di stanza nella città
ligure diede vita ad una società sportiva pensata per permettere ai
connazionali di praticare il cricket e gli altri giochi così cari
agli inglesi. Tanto per non sentire la “saudade” in salsa
anglosassone. Teatro di quella nascita furono i locali del Consolato
britannico, dove questo gruppo di inglesi trovò l'entusiasmo del
console di Sua Maestà, tale Alfred Payton, che venne eletto
presidente onorario del nuovo club.
La
data, caro Frankie, è quella conosciuta da tutti del 7 settembre
1893. il Genoa c'ha costruito il suo personale mito su quella data. E
a ragione: quella data sta a certificare che la squadra genovese è
la più antica d'Italia, l'unica sopravvissuta tra quelle che
animavano il gioco del football tra la fine degli anni'80 e i primi
anni'90 del XIX secolo.
Nei
primi anni di attività del club, per essere doverosamente onesti, al
calcio si giocava molto poco e occorre attendere la seconda metà
degli anni'90 per vedere rotolare una palla e un gruppo di ragazzi in
mutandoni correrle dietro; occorre attendere, che Richard Spensley
diventi socio e trasmetta al resto del club la passione di correre
dietro ad una palla. In altre parole, la passione per il football.
James Richardson Spensley: te ne avevo già accennato, vero? Medico
addetto ai marinai, arrivò a Genova nel 1896 e il 20 marzo di quello
stesso anno si iscrisse al Genoa Club. Anche lui, con tutta
probabilità, per non sentirsi troppo straniero in una città
cosmopolita come era Genova all'epoca. Grande appassionato di
football, abbiamo detto, Spensley si prodigò da subito
nell'organizzare partite e dimostrazioni di gioco per contagiare gli
altri soci della sua stessa passione. Si deve a lui il cambio di
denominazione sociale del 1899, quando il termine football sostituì
il termine athletic. Non solo. Fu grazie ad una sua iniziativa se nel
club tutto britannico del Genoa venne permesso l'ingresso di soci
italiani: nell'assemblea del 10 aprile 1897 venne infatti approvata
una sua mozione che prevedeva la possibilità di accogliere come soci
anche cittadini italiani, in numero non superiore a cinquanta.
Il
primo campionato di calcio, nel 1898, come abbiamo già avuto agio di
raccontare, lo vinse il Genoa, in divisa completamente bianca. L'anno
successivo cambiò la divisa e sfoggiò una bella maglia a strisce
bianche e blu: vinse ancora il campionato, come anche nell'anno
successivo.
Tre
campionati, tre vittorie del Genoa. E vittoria definitiva della coppa
d'argento messa in palio dal Duca degli Abruzzi e destinata a chi
fosse risultato vincitore di tre titoli italiani. Il Genoa, per
l'appunto.
Vittorie
tutte ottenute sul campo di Ponte Carrega, la “casa” del Genoa
dal 1897 al 1907; prima, invece, le partite si giocavano nella Piazza
d'Armi del Campasso, a Sampierdarena, poi quel campo venne lasciato
al Liguria e alla Sampierdarenese.
Ad
essere pignoli, non tutte queste vittorie il Genoa le colse sul campo
di Ponte Carrega: nel 1900 il F.C. Torinese si rifiutò di giocare la
finale a Genova e pretese che si giocasse a Torino, dopo le polemiche
sorte nella finale dell'anno prima – quella sì giocata a Ponte
Carrega – con le accuse mosse dall'Internazionale Torino ai giudici
di porta.
Detto
ciò, ti lascio con una bella testimonianza di uno dei primi campioni
d'Italia del 1898, tratta da L'età dei
pionieri, il
catalogo del Museo della Fondazione Genoa 1893. Edoardo Pasteur
racconta di come era organizzata la giornata della gara a quei tempi:
“Nelle
nostre gare casalinghe ci si trovava sul campo di buon'ora alle otto
e i...dirigenti con un innaffiatoio tracciavano le righe bianche, poi
tiravano le corde per delimitare il settore del pubblico; alle dieci
arrivava il carro con le sedie, una cinquantina, e si disponevano al
centro per le Autorità ed i signori. Alle dodici si faceva colazione
in una osteria dietro al campo e alle quindici aveva inizio la
partita”
mercoledì 15 ottobre 2014
La Biblioteca del football perduto
QUANDO VINCEVA IL QUADRILATERO di Luca Rolandi
Il calcio delle origini, in questo volume completo e documentato, ritrova tutto il suo splendore, la sua epifania, la sua epica. Rolandi ha firmato un "romanzo del pallone" che dovrebbe entrare come testo nelle scuole. Il football, non dimentichiamolo mai, come disse il poeta inglese e Nobel per la letteratura T. S. Eliot, rappresenta un "elemento fondamentale della cultura contemporanea". Appartiene alla nostra sfera personale, ma anche alla collettività. È di tutti. Soprattutto di chi, almeno una volta, ha provato l'ebbrezza di una rete in rovesciata o di una parata all'incrocio dei pali.
Gli anni d'oro del calcio della provincia piemontese con al comando Alessandria, Casale, Novara, Pro Vercelli e il miracolo della Novese.
“Da tempo non leggevo un’opera simile, capace di mettere insieme il particolare con l’universale, quel gol magistrale con i fatti dell’epoca, dalla cronaca locale all’evento di rilevanza nazionale. E, così, non possiamo rimanere indifferenti davanti alla leggenda della Pro, mito persino in Sudamerica ancora oggi, soprattutto nel mio Brasile, ai fasti dell’Alessandria, a quella incredibile prima volta del Casale, alle stagioni ruggenti del Novara, alla figura superba di Silvio Piola, attaccante di abbagliante bravura e dalla commovente generosità. C’è anche un piccolo spazio per il miracolo dell’Unione Sportiva Novese, che, pur non facendo parte del famoso ‘cartello’ sportivo, ne è stata una appendice gloriosa.” dalla prefazione di Darwin Pastorin
Introduzione di Luca Ubaldeschi Prefazione di Darwin Pastorin
Bradipolibri Editore
Dimensione: 15x21
Num. Pag. 184
Prezzo: Euro 16,00
ISBN: 978-88-96184-87-5
Luca Rolandi vive a Torino, giornalista, direttore della Voce del Popolo.
Il calcio delle origini, in questo volume completo e documentato, ritrova tutto il suo splendore, la sua epifania, la sua epica. Rolandi ha firmato un "romanzo del pallone" che dovrebbe entrare come testo nelle scuole. Il football, non dimentichiamolo mai, come disse il poeta inglese e Nobel per la letteratura T. S. Eliot, rappresenta un "elemento fondamentale della cultura contemporanea". Appartiene alla nostra sfera personale, ma anche alla collettività. È di tutti. Soprattutto di chi, almeno una volta, ha provato l'ebbrezza di una rete in rovesciata o di una parata all'incrocio dei pali.
Gli anni d'oro del calcio della provincia piemontese con al comando Alessandria, Casale, Novara, Pro Vercelli e il miracolo della Novese.
“Da tempo non leggevo un’opera simile, capace di mettere insieme il particolare con l’universale, quel gol magistrale con i fatti dell’epoca, dalla cronaca locale all’evento di rilevanza nazionale. E, così, non possiamo rimanere indifferenti davanti alla leggenda della Pro, mito persino in Sudamerica ancora oggi, soprattutto nel mio Brasile, ai fasti dell’Alessandria, a quella incredibile prima volta del Casale, alle stagioni ruggenti del Novara, alla figura superba di Silvio Piola, attaccante di abbagliante bravura e dalla commovente generosità. C’è anche un piccolo spazio per il miracolo dell’Unione Sportiva Novese, che, pur non facendo parte del famoso ‘cartello’ sportivo, ne è stata una appendice gloriosa.” dalla prefazione di Darwin Pastorin
Introduzione di Luca Ubaldeschi Prefazione di Darwin Pastorin
Bradipolibri Editore
Dimensione: 15x21
Num. Pag. 184
Prezzo: Euro 16,00
ISBN: 978-88-96184-87-5
Luca Rolandi vive a Torino, giornalista, direttore della Voce del Popolo.
lunedì 6 ottobre 2014
Dall'inizio dei campionati alla morte di Di San Giuliano
Domenica
4 ottobre iniziava il campionato di calcio, con la prima giornata
nell'Italia Settentrionale. Di quella prima giornata ci sono da
segnalare senza dubbio le dilaganti vittorie del Genoa sul campo
dell'Acqui (0-16) e del Milan che sul proprio terreno di via
Bronzetti vinse facile per 13-0 contro i modenesi dell'Audax. Ben più
avvincente e sorprendente il risultato di Como, dove la squadra di
casa, davanti ad un folto pubblico, riuscì a battere
l'Internazionale per 3-2 con la rete decisiva segnata nella ripresa
da Albonico. Il risultato più eclatante fu comunque senz'altro
quello di Milano dove il Nazionale Lombardia riuscì a fermare
giocando una gagliarda gara i campioni in carica del Casale. Infine
si segnala ciò che avvenne a Novara, dove la squadra di casa vinse
ampiamente (11-1) contro i milanesi del Savoia; questi ultimi,
contrariamente a ciò che prevedeva il Regolamento della Federazione,
si presentarono alla partita senza la squadra di riserva poiché,
come si legge su La Stampa
proprio “la sera prima
la Società deliberò il suo scioglimento, dichiarando forfaits su
tutti i campi di giuoco”.
Nella
seconda giornata si registrava un primo risultato a sorpresa a
Torino, dove nella stracittadina la Vigor, confermando quanto di
buono fatto vedere nella partita inaugurale, batteva la Juventus per
3-2, segnando il punto della vittoria al 43° della ripresa grazie a
Sandri. Meglio gli juventini nel primo tempo, sicuramente più
efficaci i giocatori della Vigor nella ripresa. Per il resto, facili
vittorie per il Milan sull'Associazione milanese del calcio (5-0) e
dell'Internazionale sul Modena (8-0), mentre il Novara vinceva un
incerto e combattuto match sul campo della milanese Libertas per 3-2,
dopo aver chiuso in vantaggio il primo tempo per 2-1.
Il
16 ottobre moriva il marchese di San Giuliano e Salandra assumeva
l'interim degli Esteri che
sarebbe quindi passato a Sonnino con il nuovo governo Salandra che
sarebbe entrato in funzione il 5 novembre.
mercoledì 1 ottobre 2014
L'arbitro in Italia
Da
noi la storia degli arbitri si è soliti farla partire da una data
ben precisa, il 27 agosto 1911, da quando cioè a Milano in una sala
del ristorante “L'Orologio” venne costituita l'Associazione
Italiana Arbitri,
primo presidente Umberto Meazza. Se la storia inizia con il 1911, di
arbitri se ne inizia a parlare (e discutere) diversi anni prima.
In
principio furono gli inglesi.
Anche
qui. Nel senso che in principio le squadre si facevano arbitrare dai
rispettivi capitani che erano (quasi) sempre inglesi. A volte, anche,
si giocavano partite senza arbitri: ce ne fornisce una bella
testimonianza su “Lo Sport Illustrato” in un numero del 1915
Kilpin, pioniere dell'Internazionale Torino prima e bandiera del
Milan poi (e arbitro egli stesso).
Comunque
fosse, le prime partite disputate sotto l'egida della F.I.F. erano
dirette da giocatori stranieri, quasi tutti inglesi e qualche
svizzero. Pare bello ricordarne i nomi: Savage, Allison, Weber,
Leaver. Quindi i primi arbitri erano giocatori delle varie squadre, e
il particolare – caro Frankie – non suonava affatto strano.
Dopo
i primi anni, si andò formando una prima “leva” arbitrale
italiana: il football veniva praticato con sempre maggior seguito, le
squadre si ingrossavano di nuovi giocatori, italiani, e quindi, anno
dopo anno, gli italiani andarono ad affiancarsi agli stranieri nel
ruolo di arbitro. Anche in questo caso vale la pena ricordare alcuni
nomi: Ferrero di Ventimiglia, Nasi, Umberto Meazza. Quest'ultimo è
lo stesso che legherà il proprio nome alla prima presidenza
dell'A.I.A. e alla Commissione selezionatrice della prima nazionale,
nel 1910.
Quando
viene fondata l'A.I.A. siamo negli anni del primo piccolo boom del
football in Italia: ai primi capitani si aggiungono altri nomi nelle
liste arbitrali, compaiono i nomi dei fratelli Pasteur, di Spensley,
Kilpin e Calì, solo per ricordare i più famosi. E dell'arbitro si
inizia a parlare anche nelle prime pubblicazioni dedicate al
football. Senza fare qui la storiografia della manualistica di
settore, vale senz'altro la pena citare un piccolo manuale edito da
Sonzogno nel 1909 che dedica una sezione alla figura dell'arbitro.
L'autore si lancia in una serie di raccomandazioni, alcune anche
divertenti se lette con gli occhi di oggi: un buona arbitro, per
esempio, doveva essere “severamente puntuale”, arrivare con largo
anticipo al campo e controllare con precisione dimensioni delle
porte, tracciatura delle linee, altezza delle bandierine, ecc.; oltre
a ciò, il buon arbitro avrebbe dovuto dotarsi di un “buon
orologio, meglio un cronometro, un libriccino col lapis per segnare
l’ora in cui si è iniziato il giuoco ed il numero delle porte o
quegli altri particolari che egli crederà necessari”.
Insomma,
è l'arbitro che tutti noi conosciamo.
Come
dite? Le polemiche? Eh, ci arriviamo...
Ben
presto il football dalle nostre parti ottiene un buon seguito di
pubblico, gli spettatori si identificano nelle squadre e iniziano le
prime manifestazioni di tifo. Siamo ormai nel secondo decennio del XX
secolo, le rivendicazioni sociali si mescolano alle tensioni
internazionali, irredentismo, mancanza di lavoro e sentimento anti
austriaco si fondono in un latente malessere che da lì a pochi anni
troverà sfogo nel primo conflitto mondiale.
Intanto
si va al campo a tifare e a creare, sempre più spesso, disordini.
Senza
neanche bisogno di dirlo, il bersaglio che accomunerà i tifosi delle
varie squadre viene identificato nell'arbitro, poveretto. Complici
diversi pacchiani errori commessi da alcuni arbitri e polemiche a
volte stucchevoli tra i dirigenti dell'epoca, fatto sta che si inizia
anche in Italia a prendersela con l'arbitro. A puro titolo di
esempio, c'è da ricordare il grave episodio accaduto a Milano, il 23
gennaio 1910, dopo Milan – Juventus. Durante la partita l'arbitro,
Meazza, venne spesso contestato dal pubblico e dai giocatori
milanesi, ma fu al termine dell'incontro che il buon Meazza se la
vide davvero brutta, quando, sulla via di casa, venne inseguito ed
accerchiato da numerosi tifosi milanisti, tra i quali anche alcuni
giocatori dello stesso club.
Come
avrete capito, siamo arrivati all'iconografia “dell'arbitro
cornuto” tanto famigliare a chi segue il calcio oggidì, pertanto
mi fermo qui.
Iscriviti a:
Post (Atom)
.jpg)





