Da oggi disponibile su Amazon la versione ebook del mio nuovo libro (Bradipolibri Editore) nel quale si raccontano le vicende diplomatiche che portarono l'Italia ad entrare nella Grande Guerra e il campionato di calcio del 1914/15
1915. Dal football alle trincee
giovedì 14 maggio 2015
venerdì 8 maggio 2015
A CHE GIOCO GIOCAVAMO? parte 3: Dal dribbling-game alla Piramide di Cambridge
La
separazione dei giochi, da una parte quello alla mano (rugby) e
dall'altro quello giocato con i piedi (foot-ball), permise finalmente
uno scatto evolutivo di entrambi. Nel football questa evoluzione
portò in un primo momento ad una radicalizzazione del
dribbling-game,
che da retaggio del gioco confuso del'700 si affinò in tecnica
stilistica e tattica, modellando a propria immagine i primi giocatori
di football. Il dribbling-game
si sostanziava, infatti, nel portare la palla incollata ai piedi sino
al goal avversario, cercando con il dribbling – appunto – di
evitare gli avversari che a turno cercavano di conquistare il
pallone. Di passaggi non se ne parlava proprio! Anzi, era assai
sconveniente passare la palla perchè, devi sapere, che nella
mentalità e nella visione del gioco dell'epoca il passaggio era
visto come segno di debolezza, di onta. Quindi tutti alla caccia del
pallone e tutti protesi all'attacco, con il solo portiere quale
“ruolo” definito. Magari regnava un po' di anarchia, di
confusione, certo, ma il gioco funzionava ed appassionava, talmente
tanto che giocatori e dirigenti iniziarono a porre in essere dei
correttivi non solo – come abbiamo visto – sul piano
regolamentare ma anche dal punto di vista tattico, rendendo il
football un gioco davvero nuovo rispetto a tutto il resto dei giochi
con la palla. Succedeva che, nella gioiosa anarchia di quelle
partite, il portatore di palla potesse perdere il pallone e allora si
ribaltava prontamente il fronte del gioco e quelli che erano stati
attaccanti diventavano improvvisamente difensori, spesso sbilanciati
in quanto tutti seguivano il proprio portatore di palla e allora si
tentava con ogni mezzo di placcare l'avversario per evitare di subire
una rete. Fu proprio per trovare un rimedio che andasse oltre il
placcaggio e la forza fisica che si adottò quella che possiamo anche
vedere come la prima variante tattica nella storia del football.
Alcuni giocatori, infatti, si posizionarono su più file parallele
tra loro, in modo da coprire con raziocinio una zona più vasta di
campo: il portiere, dunque, trovava finalmente una difesa con il
terzino e il goalcover in una specie di “1-1-8”. Non solo. A
Sheffield si inizia nella seconda metà degli anni'60 a saggiare la
possibilità di passare la palla ai compagni al fine di raggiungere
più facilmente la porta avversaria e così dal dribbling-game
si arriva al passing-game,
che prevedeva l'uso sistematico del palleggio tra compagni.
Parallelamente
in Scozia, che è l'altra grande patria del football, il passing-game
viene giocato con una variante tattica ulteriore che modifica
l'”1-1-8” inglese in un più evoluto “2-2-6”. In estrema
sintesi, se in Inghilterra tra portiere e attacco vi erano due
giocatori, in Scozia l'esperienza e lo studio applicato alla tattica
avevano suggerito di rinforzare la difesa allineando i due terzini,
in modo tale da allargare il campo e – nello stesso tempo – erano
stati fatti arretrare due attaccanti a centrocampo, in fase di
supporto agli avanti: tre linee parallele, difesa, centrocampo e
attacco che giocavano insieme con una fitta rete di passaggi
armonizzata dai movimenti senza palla dei giocatori. Una vera
rivoluzione che prese il nome di combination-game.
Proprio per l'enorme importanza che ebbe questa evoluzione, pare
giusto ricordare il nome della squadra che per prima applicò con
grande successo la nuova variante tattica: il Queen's Park di
Glasgow.
È da questa intuizione che si evolve tatticamente il
football degli anni a venire.
Con gli anni'70 il gioco del football assume infatti un
aspetto tattico e organizzativo molto simile al gioco che oggi
conosciamo. In quel decennio nasce la prima competizione ufficiale
per club al mondo, la FA Cup, viene introdotta la figura del giudice
di gara e in campo le squadre adottano uno schieramento che verrà
utilizzato da tutti sino agli anni'30 del '900. A Cambridge si decide
di mettere mano ancora una volta nello schieramento degli attaccanti
e di arretrare uno di questi all'altezza dei due centrocampisti, in
maniera tale da creare una linea a tre in mediana con il compito di
iniziare l'azione in fase di possesso palla e in fase di non possesso
(tanto per usare due espressioni contemporanee) di contrastare
l'offensiva avversaria.
Sembra niente, ma è il calcio che tutti conosciamo:
davanti al portiere c'è la “terza linea” formata dai due terzini
con compiti prettamente difensivi; la “seconda linea” è quella
di centrocampo, con i tre mediani di destra, di sinistra e il
centromediano di sostegno della linea; davanti c'è la “prima
linea”, l'attacco, composta dai restanti 5 giocatori che hanno il
compito di segnare.
Insomma, il famoso “2-3-5”, il vestito con
cui il calcio si presenterà in Italia, ma di come si giocava a
calcio da noi ne parleremo la prossima volta.
giovedì 30 aprile 2015
A CHE GIOCO GIOCAVAMO? Parte 2: Nasce il football!
Chi con le regole di Cambridge, chi con quelle di
Sheffield, in Inghilterra un numero sempre maggiore di persone
giocava a quel nuovo sport che era stato battezzato “foot-ball”,
che altro non era se non un ibrido rudimentale di due sport, il
football e il rugby, detta alla buona. Abbiamo raccontato che a
questo nuovo sport si poteva giocare la palla sia con i piedi che con
le mani e che si realizzava con mischie furibonde e veloci rincorse
al portatore di palla che correva – cercando di evitare l'ostacolo
degli avversari verso una non meglio definita “meta”.
Con gli anni'50 del 1800 questo sport esce dai college e
incomincia il suo lungo cammino di divulgazione: nasce, infatti,
l'idea di creare delle squadre rappresentati circoli e club che si
scontrano tra loro in partite di foot-ball.
È il preludio alla nascita della prima associazione del
calcio al mondo.
Nel 1863, come ben saprete, a Londra i rappresentanti di
11 scuole e società calcistiche si riunirono nella ormai famosa
FreeMason's Tavern e formalizzarono la creazione di una struttura che
regolamentasse e disciplinasse il gioco: nasceva, quindi,
nell'autunno del 1863 la Football Association. Nelle riunioni
successive i rappresentanti si sforzarono di codificare le regole del
nuovo gioco, ma ben presto le opposte idee e istanze dei seguaci del
rugby da una parte e del football dall'altra si fecero
inconciliabili. In ballo, cari amici, c'era soprattutto l'uso delle
mani nel giocare la palla e la caratterizzazione di un gioco più o
meno violento. Il segretario dell'FA, Mr. Morley, voleva eliminare la
matrice rugbistica dalla regolamentazione del nuovo gioco, ma
all'interno della stessa Associazione vi erano molti che invece non
erano d'accordo con lui e i suoi seguaci. In una riunione del
novembre di quello stesso 1863 vennero messe ai voti le due tendenze
e a prevalere fu la mozione del presidente della Associazione e con
la nuova riunione del dicembre successivo venne sancito il divieto di
giocare la palla con le mani. Football e rugby separavano così i
loro destini per sempre.
Vi riporto alcune delle regole che vennero stilate
durante quelle riunioni, così come le tramanda Luciano Serra nella
sua “Storia del Calcio”: il terreno di gioco era delimitato alle
quattro estremità da altrettanti pali e misurava 127 metri di
lunghezza per circa 91 metri di larghezza; le porte erano costituite
da due lunghe pertiche verticali non unite e larghe appena quattro
metri e mezzo; il punto era considerato valido se la palla
attraversava la porta o l’altezza della porta oltre il
prolungamento ideale delle pertiche. All’inizio della partita –
la cui durata era decisa volta per volta dai capitani, così come
pure il numero dei componenti di ogni squadra – mediante sorteggio
venivano decisi il calcio d’inizio e la porta; ad ogni punto
segnato la palla veniva rimessa al centro del campo per la ripresa
del gioco. Si considerava in fuorigioco chiunque, stando vicino alla
linea di porta avversaria, fosse compagno di quello che avesse
colpito la palla; la rimessa laterale era effettuata con lancio
diritto dal punto in cui veniva recuperato il pallone, mentre se un
pallone usciva sul fondo avversario, chi riusciva a recuperarlo a
terra con le mani aveva diritto ad un calcio libero dalla distanza
segnata delle 15 yards, con un tiro in linea retta verso la porta.
Ovviamente era punito l'uso delle mani e solo ad un giocatore per
ogni squadra veniva concesso di giocare il pallone con le mani e
soltanto nella propria area di competenza.
Adesso sì che c'è del bello a correre dietro ad una
palla!
mercoledì 22 aprile 2015
La Biblioteca del football perduto
NEL SETTIMO CREO' IL MARACANA' - di Luciano Sartirana (Edizioni Del Gattaccio)
La prima storia del calcio del Brasile
pubblicata in Italia!
Un’avventura di sport e di gol, campioni sublimi venuti da una favela, vittorie favolose e devastanti sconfitte... cultura, musica, società, i periodi luminosi e quelli difficili di un grande Paese. Il 18 febbraio 1894, un ventenne di nome Charles Miller (figlio di un inglese e di una brasiliana) sbarca a Santos dopo due pallosissime settimane di navigazione da Southampton. Ha con sé due palloni, 22 divise, il regolamento di un gioco che nel Brasile del caffè e della schiavitù abolita da poco non conosce nessuno.
Un’avventura di sport e di gol, campioni sublimi venuti da una favela, vittorie favolose e devastanti sconfitte... cultura, musica, società, i periodi luminosi e quelli difficili di un grande Paese. Il 18 febbraio 1894, un ventenne di nome Charles Miller (figlio di un inglese e di una brasiliana) sbarca a Santos dopo due pallosissime settimane di navigazione da Southampton. Ha con sé due palloni, 22 divise, il regolamento di un gioco che nel Brasile del caffè e della schiavitù abolita da poco non conosce nessuno.
Un Paese che - a causa di quel gioco -
sta per essere rivoltato nell'anima.
Con prefazione di Darwin Pastorin che
scrive: Luciano Sartinarana scrive di calcio ma in realtà
racconta l’anima di una nazione. In queste pagine troverete
moltissimo Brasile: nei campioni, nei dribbling, nei trionfi e nelle
cadute, nelle meraviglie e nelle sofferenze, nei giorni bui della
dittatura e nei giorni lucenti della rinascita, nella letteratura e
nella musica. In queste pagine, così fitte, così intense, così
documentate, l’autore dimostra tutto il suo infinito amore per un
popolo e per un’idea di football che è, nel ricordare Pier Paolo
Pasolini, poesia”.
2013
Edizioni Del Gattaccio
Euro 18
giovedì 16 aprile 2015
A CHE GIOCO GIOCAVAMO? Parte 1: Cambridge e Sheffield
Come si gioca a calcio? Con una palla, degli amici,
buone scarpe e uno spiazzo abbastanza grande per poter correre e
divertirsi. Detta così è semplice, vero? Certo, per giocare a
calcio basta poco e la sua immediatezza è senz'altro uno dei motivi
che stanno alla base del suo enorme successo planetario. Ha antenati
antichi, il calcio che oggi amiamo. La sua storia, se volessimo,
potremmo farla risalire sino alla Grecia antica, e forse anche oltre,
legato com'è ai culti dedicati al sole. Ma niente paura: non andremo
così indietro nel tempo, no.
Partiremo da Cambridge e da Sheffield, nell'Inghilterra
vittoriana di metà'800.
Con la palla si giocava, abbiamo detto, da sempre, con
modalità che nel corso dei secoli si sono rincorse in un'altalena
continua di compostezza e brutalità. In Inghilterra tra '700 ed '800
si giocava a palla con il cosiddetto dribbling-game, una forma meno
rozza e brutale di quel mob-football che tanti disordini aveva creato
in età medievale. Nell'800 con la palla ci giocavano soprattutto gli
studenti dei college durante la bella stagione: partita dopo partita,
anno dopo anno, questi studenti arrivarono a plasmare il gioco
secondo canoni a loro consoni finchè nel 1848 la University Football
Club Cambridge mise nero su bianco le 11 regole fondamentali che
possiamo considerare il primo vero spartiacque tra il mob-football e
un nuovo gioco: il foot-ball. In quelle regole – tra le altre –
per la prima volta si parla esplicitamente di “porte” ove far
entrare la palla per poter segnare un punto e non più di generici
riferimenti ad aree di meta e si regolamenta il contatto fisico,
limitando gli scontri violenti. Sono quelli gli anni in cui le strade
del football e del rugby iniziano a dividersi. Una decina d'anni
dopo, a Sheffield vennero stilate le regole alle quali dovevano
sottostare gli studenti del college che volevano giocare al football:
regole simili a quelle di Cambridge, soltanto che si tollerava di più
il gioco maschio. Non solo. A Sheffield si fecero le cose per bene e
venne fondata anche una società, lo Sheffield F.C., che – come
bene spiegano gli autori del bel volume “Football tra storia e
leggenda” non era soltanto una società di football, bensì una
sorta di prima organizzazione calcistica con compiti di invenzione e
propagazione delle regole del nuovo gioco.
Insomma, amici, ci si dava da fare a correre dietro ad
una palla...
giovedì 9 aprile 2015
1915: dal football alle trincee
In tutte le librerie e anche on-line dal 15 aprile 2015 il mio nuovo libro per Bradipolibri Editore!
Il libro racconta due storie, entrambe
vissute sotto i cieli plumbei e minacciosi di cento anni fa, durante
i mesi di neutralità italiana, quelli che corrono tra lo scoppio
della prima guerra mondiale nel giugno del 1914 sino all’intervento
italiano nel maggio del 1915.
Una di queste storie vuole raccontare, attraverso l’analisi dei documenti diplomatici italiani dell’epoca e la riproposizione di ampi stralci di materiale memorialistico di alcuni dei protagonisti delle vicende di quel periodo, quello che accadde nelle stanze segrete delle ambasciate e dei Ministeri, mentre nelle vie, nelle piazze e nei caffè di tutti i paesi e di tutte le città d’Europa si vivevano gli ultimi attimi di un mondo e di un’epoca che non sarebbero più tornati.
L’altra storia, invece, è quella che segue il racconto dell’unico campionato di calcio italiano che non vide mai la fine, raccontato con le parole dei giornalisti e le fotografie dei giornali dell’epoca; un gioco, quello del calcio, che mano a mano che passavano i mesi si legava sempre più forte alle vicende belliche, tingendo – per dirla come Vittorio Pozzo ha raccontato – di grigio-verde le gradinate degli stadi. Un intreccio, quello tra calcio e guerra, evidenziato dalle sempre più numerose partite organizzate in Italia per raccogliere fondi a favore del Belgio occupato e delle "terre irredente"; dal crescente numero di calciatori richiamati alle armi e mandati al fronte, nonché dalle commoventi partite che durante la notte di Natale del 1914 vennero giocate in modo del tutto estemporaneo e spontaneo tra reggimenti nemici sul fronte.
Un modo diverso di raccontare un’Italia e un dramma europeo così lontano ma anche così tragicamente vicino e attuale.
Una di queste storie vuole raccontare, attraverso l’analisi dei documenti diplomatici italiani dell’epoca e la riproposizione di ampi stralci di materiale memorialistico di alcuni dei protagonisti delle vicende di quel periodo, quello che accadde nelle stanze segrete delle ambasciate e dei Ministeri, mentre nelle vie, nelle piazze e nei caffè di tutti i paesi e di tutte le città d’Europa si vivevano gli ultimi attimi di un mondo e di un’epoca che non sarebbero più tornati.
L’altra storia, invece, è quella che segue il racconto dell’unico campionato di calcio italiano che non vide mai la fine, raccontato con le parole dei giornalisti e le fotografie dei giornali dell’epoca; un gioco, quello del calcio, che mano a mano che passavano i mesi si legava sempre più forte alle vicende belliche, tingendo – per dirla come Vittorio Pozzo ha raccontato – di grigio-verde le gradinate degli stadi. Un intreccio, quello tra calcio e guerra, evidenziato dalle sempre più numerose partite organizzate in Italia per raccogliere fondi a favore del Belgio occupato e delle "terre irredente"; dal crescente numero di calciatori richiamati alle armi e mandati al fronte, nonché dalle commoventi partite che durante la notte di Natale del 1914 vennero giocate in modo del tutto estemporaneo e spontaneo tra reggimenti nemici sul fronte.
Un modo diverso di raccontare un’Italia e un dramma europeo così lontano ma anche così tragicamente vicino e attuale.
sabato 4 aprile 2015
Gli incontri internazionali di Pasqua (Part. 3)
Pasqua 1912, ovvero la Pasqua delle prime volte per il calcio
italiano, si potrebbe quasi dire.
Per
la Pasqua del 1912, infatti, si fecero davvero le cose in grande
stile: si invitò addirittura una squadra inglese, gli English
Wanderers che per la prima volta vennero a giocare alcune partite in
Italia, dopo le precedenti tournée in Francia e Russia. Una data
oltremodo storica, cari amici. Gli English Wanderers, infatti, erano
formati da giocatori di varie squadre che giocavano nei campionati di
Inghilterra, Scozia e Irlanda e che erano soliti esibirsi in tournée
molto apprezzate in giro per l'Europa. Una vera e propria attrazione!
Così
La Stampa
presentava l'iniziativa:
“(...)
Quest'anno avremo dei numeri di...assoluta novità, con la discesa
fra noi della famosa squadra degli «inglesi
erranti», uno dei più agguerriti team d'Inghilterra”
L'assoluta
protagonista di quella Pasqua, dunque, fu la squadra degli English
Wanderers che giocò – e vinse – contro Milan, Genoa, Pro
Vercelli e una “mista” torinese. Contro il Milan la vittoria fu
schiacciante: la squadra inglese già alla fine del primo tempo era
avanti 5-0 e terminò l'incontro vincendo 8-1.
![]() |
| Rete di De Vecchi |
Ah,
giocò anche contro la nazionale italiana una partita non ufficiale:
finì 1-1 (la rete italiana la segnò De Vecchi su rigore al 90°) e
di quell'incontro così ne parò La
Stampa Sportiva:
“(...)
i nostri giocatori, già conoscendo le particolarità di ciascun
avversario, avevano egregiamente provvisto a neutralizzarli. Woodward
non riuscì a piazzare neppure un pallone nella nostra rete. Come nei
preceenti matches disputati nella loro tournée in Italia, i
Wanderers non eccelsero neppure a Genova per giuoco corretto ed
elegante, ma confermarono la loro grande famigliarità col giuoco
della palla al calcio e le innegabili doti di destrezza e di
decisione di azione che accoppiate ad una sorprendente velocità in
attacco, furono i coefficienti primi delle numerose vittorie da essi
riportate."
A
Torino, sempre in quei giorni, si disputò un altro interessante
torneo, organizzato dal Torino e dalla Juventus con il patrocinio del
Guerin Sportivo,
che proprio in quell'anno aveva iniziato le pubblicazioni, torneo che
segnò la prima volta in Italia di una squadra austriaca, il Wiener
Amateur. Gli austriaci, reduci dal pareggio (2-2) in campionato
contro il Wiener Sport Club, erano anche i detentori della Coppa di
Vienna, manifestazione alla quale partecipavano i migliori clubs
viennesi. Così La
Stampa
dipingeva la squadra austriaca:
“(...)
un'accolita di giuocatori straordinariamente cortesi, fini come
tecnica, ed educatissimi come condotta di giuoco, che ci hanno
insegnato una cavalleria di giuoco che non tutte le squadre estere
che son scese in Italia hanno mostrato di possedere nel grado di
quella viennese”
Al Torneo pasquale di Torino, oltre al Wiener Amateur e alle due
società organizzatrici, prese parte anche la società svizzera del
F. C. Chaux-de-Fonds, squadra di buon livello composta da ben quattro
nazionali e dal forward tedesco Hiller.
07/04: CHAUX-DE-FONDS – JUVENTUS = 5-2
07/04: WIENER AMATEUR – TORINO = 5-3
08/04: CHAUX-DE-FONDS – TORINO = 0-4
08/04:
WIENER AMATEUR – JUVENTUS = 2-2
Nel
primo incontro della domenica, lo Chaux-de-Fonds dominò sulla
Juventus mettendo in luce l'attaccante tedesco Hiller che segnò
quattro delle cinque reti elvetiche, mentre l'incontro successivo fu
sicuramente più avvincente, con continui capovolgimenti di gioco e
di risultato sino all'89°minuto, quando, sul punteggio di 3-3, il
Wiener riuscì a segnare due reti e chiudere così vittorioso
l'incontro.
In
occasione della prima partita di una squadra austriaca in Italia, la
federazione di appartenenza inviò un telegramma:
“Ossterreichicher
Fussballverband invia cordiali ed affettuosi saluti occasione primo
incontro squadre italiane austriache, augura il più bel esito e
felice prosperità dell'amicizia sportiva italo-austriaca”
Il
giorno successivo l'incontro che registrò l'esito più sorprendente
fu quello tra la Juventus e il Wiener, incontro che la squadra
italiana riuscì a chiudere in pareggio, pur venendo dominata dagli
avversari nel primo tempo, chiuso sul punteggio di 2-1 per gli
austriaci. Nella ripresa, al 51° la Juventus riuscì a pareggiare e
da quel momento, complice anche la stanchezza, gli austriaci non
riuscirono più ad essere pericolosi ma anzi, proprio sul finire
dell'incontro, fu alla Juventus che capitò l'occasione migliore per
portarsi a casa la vittoria, ma senza riuscirvi.
Nell'altro
incontro, invece, facile vittoria del Torino sugli svizzeri per 4-0,
con reti di Arioni, Mosso e doppietta di Bachmann II.
Il
clima a livello internazionale mutava rapidamente e per la Pasqua del
1915 le uniche squadre che oltrepassarono la nostra frontiera per
venire a giocare in Italia furono, ovviamente, quelle svizzere: la
guerra già da parecchi mesi infuriava nel cuore dell'Europa e gli
spazi per il football erano sempre più ristretti. Comunque, dicevamo
degli svizzeri. Il F.C. Berna giocò due partite nel fine settimana
pasquale: a Torino perse nettamente 4-0 contro il Torino e a Vercelli
impattò 2-2 contro la Pro. Interessante per il pubblico fu il derby
giocato a Milano tra l'Internazionale e il Milan, entrambe finaliste
del campionato di quell'anno, incontro vinto abbastanza agevolmente
dai neroazzurri per 5-2. A Genova venne disputato un torneo al quale
parteciparono il Genoa, l'Andrea Doria, lo Young Boys di Berna e una
Selezione veneta. Nelle intenzioni avrebbe dovuto essere un evento di
sicuro richiamo per pubblico e addetti ai lavori, ma nella realtà
così non fu, poichè ciò che purtroppo mancò fu lo spettacolo, le
squadre si presentarono largamente rimaneggiate, come evidenzia il
corrispondente de La Stampa:
“I
quattro incontri hanno dimostrato la completa inutilità di queste
esibizioni, in cui le squadre si presentano incomplete ed a cui i
giocatori non si prestano con molto entusiasmo”
Quella
fu l'ultima Pasqua di pace in Italia: da fine maggio anche da noi la
guerra avrebbe invaso le vite della popolazione e di calcio se ne
sarebbe visto sempre meno.
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