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venerdì 10 giugno 2016

WALKIN'ON THE FOOT-BALL: EDOARDO BOSIO

Con tutta probabilità il primo pallone da football l'ha portato in Italia lui. Edoardo Bosio, torinese di origini elvetiche, era un impiegato di una ditta inglese di Nottingham e spesso viaggiava verso l'Inghilterra per lavoro: là, conobbe il football e se ne innamorò tanto che da uno di questi viaggi si portò dietro un paio di palloni e subito coinvolse i suoi colleghi della ditta Thomas & Adams nel gioco del football association, come allora veniva chiamato il calcio. Il luogo è Torino, la Torino della Belle Epoque, con le sue strade, i suoi tabarin, e i suoi sogni di futuro. L'anno è il 1887 quando lo stesso Bosio con i suoi colleghi crea la prima squadra di calcio in Italia, il Football and Cricket Club di Torino, con tanto di divisa ufficiale che prevedeva una camicia a righe rosse e nere con colletto bianco, squadra che – come tradisce il nome – avrebbe permesso ai propri soci di praticare il cricket, il football e, in estate, il canottaggio, primo grande amore di Bosio. 
Il Savoia nel 1889. Bosio è l'ultimo a destra
Sì, il canottaggio perchè Bosio è stato anche un famoso vogatore pluridecorato della Società Armida. Da una cronaca apparsa nel numero del 14 giugno 1891 de La Gazzetta del Popolo della Domenica riusciamo a farci un'idea del personaggio, del suo talento e del suo aspetto fisico: “Il signor Bosio Edoardo, 3° voga, partecipò col Nicola alle regate di Venezia e Casale, vincendo nelle prime il 2° premio in canoa e il 1° in jola alle seconde. Nel 1888 a Torino, partecipò alle gare di canoa a quattro e a due, vincendo i primi premii. Partecipò alla gara della Coppa alle regate di campionato a Stresa. Ha 24 anni, pesa 72 chilogrammi, misura metri 1,81 d'altezza.”
Torino in quegli anni è un gran fermento, anche gli ambienti sabaudi si interessano al nuovo gioco e nel 1889 grazie soprattutto a Luigi Amedeo di Savoia – futuro Duca degli Abruzzi – il barone Cesana e il Marchese Alfonso Ferrero di Ventimiglia, un gruppo di aristocratici formano la loro squadra di calcio. Che chiamano, magari senza slancio particolarmente fantasioso – Nobili, con colori sociali gialli e blu quale omaggio ai colori cittadini. Due anni e parecchie sfide più tardi le squadre di Bosio e dei nobili si fondono per dar vita all'Internazionale di Torino e proprio con questa squadra troviamo Bosio impegnato a dar calci al pallone, in amichevole come in campionato. 
 
Bosio è il quarto da sinistra
Paertecipa a quella che viene considerata la prima sfida tra due squadre di città diverse mai disputata in Italia, il 6 gennaio 1898 tra  il Genoa e una "mista" composta da giocatori dell'Internazionale e il Football Club Torinese, ma c'è un breve trafiletto de La Gazzetta dello Sport del 26 dicembre 1897 che riferisce di una partita amichevole giocata dalle due squadre di Torino, l'Internazionale contro il Football Club, dove si parla proprio del Bosio giocatore: “(...) Edoardo Bosio, il vecchio giocatore, sembra dare dei punti ai più giovani, corretto ed agile come se avesse ancora vent'anni.”
In campionato, è presente nelle prime tre edizioni: nel 1898 e 1899 giocando appunto con l'Internazionale e nel 1900 con il F.C. Torinese, che nel frattempo aveva assorbito l'Internazionale. Proprio in quell'ultimo anno durante la semifinale giocata il 15 aprile segna ben tre reti al Milan qualificandosi così, con la sua squadra, per la finale che poi perderà contro il Genoa. Inoltre è presente all'incontro giocato a Torino il 30 aprile 1899 tra una rappresentativa di giocatori che partecipavano al campionato italiano e una rappresentativa di giocatori militanti nel torneo svizzero, partita quella che costituisce il primo incontro internazionale giocato in Italia.
Pare quasi scontato dirlo ma Bosio fu anche tra i fondatori nel 1898 della Federazione Italiana del Football (poi F.I.G.C.). Per concludere, da segnalare anche che si cimentò nel cinema nel 1914 come regista e fotografo del cortometraggio La vita negli abissi del mare.



martedì 7 giugno 2016

PRIMA DEL CAMPIONATO EUROPEO DI CALCIO: LA COPPA INTERNAZIONALE

Con gli anni'20 il calcio aveva ormai assunto piena consapevolezza della propria presa sul pubblico e iniziò a sentire l'esigenza di strutturare in maniera più salda quella vocazione internazionale che già dai primi anni dei pionieri lo aveva contraddistinto. In altre parole, erano ormai maturi i tempi per organizzare una manifestazione europea che mettesse di fronte le migliori espressioni del calcio continentale. Chi concepì e realizzò questa idea fu il famoso allenatore austriaco, nonché una delle menti calcistiche più brillanti dell'epoca, Hugo Meisl che negli anni'20 fu tra gli ideatori ed organizzatori di due manifestazioni continentali, una dedicata alle squadre di club e una per le Nazionali. Così lo ricorda Vittorio Pozzo: “Uomo di levatura superiore, era in grado di giudicare e spesso di prevedere tutto quello che attorno a lui avveniva. Non si occupava puramente di tecnica, come facevo io, Meisl: curava anche la parte politica del calcio, ed era un po' il 'factotum' della sua Federazione, per gli affari interni e soprattutto per quelli internazionali.”
Le due competizioni che vennero create sono la Coppa Internazionale riservata alle rappresentative nazionali e la Coppa dell'Europa Centrale disputata tra squadre di club, da noi più nota come Coppa Mitropa.
La Stampa nell'edizione del 28 ottobre 1926 così riportava la notizia della Conferenza tenutasi a Praga il giorno prima:
Si sono oggi riuniti i rappresentanti delle Federazioni di calcio italiana, ceco-slovacca, austriaca ed ungherese per discutere sulla creazione di una competizione internazionale di foot-ball. L'Italia era rappresentata, come è noto, dal Cav. Uff. Ferretti e dal sig. Zanetti. Su proposta dei rappresentanti italiani è stato deciso di creare due competizioni: la prima sotto il nome di Coppa d'Europa per le squadre nazionali rappresentative e la seconda sotto il nome di Coppa dell'Europa Centrale per le squadre delle società che sono campioni o finaliste dei differenti campionati. Per questa ultima competizione, ciascun paese designerebbe due squadre. La partecipazione dell'Italia alla Coppa d'Europa è già stata assicurata.”
Furono dunque quattro le federazioni calcistiche che diedero vita alla competizione: Austria, Cecoslovacchia, Italia ed Ungheria, probabilmente il meglio del calcio europeo dell'epoca, fatta eccezione per i maestri inglesi, schivi come sempre. A queste quattro nazionali si aggiunse la Svizzera e nel 1927 poteva iniziare la prima edizione del torneo, torneo basato su un girone all'italiana con partite di andata e ritorno (una in casa e una in trasferta) e classifica finale. Evidentemente mancando un ente sovranazionale che garantisse l'organizzazione del torneo, il tutto era lasciato alle libere determinazioni delle singole Federazioni e le partite venivano disputate in date e luoghi decisi in base alle esigenze e disponibilità dei singoli enti nazionali.
La Coppa in palio, tutta in cristallo, del valore di 20.000 corone cecoslovacche venne offerta dal Primo Ministro cecoslovacco Antonin Svehla, da qui il nome con cui è anche conosciuta la Coppa, Svehla Pokal.
A Praga il 18 settembre 1927, davanti ad oltre 30.000 persone iniziava la prima edizione della Coppa Internazionale con la vittoria della Cecoslovacchia per 2-0 contro l'Austria; quest'ultima, una settimana dopo, veniva sconfitta anche dall'Ungheria a Budapest per 5-3. L'Italia faceva il suo esordio nella competizione il 23 ottobre, sul temibile campo di Praga:
I calciatori azzurri sono giunti a Praga per il loro primo match internazionale dell'annata. Negli ambienti calcistici di qui (Praga, ndr), quantunque si apprezzi molto la nostra “nazionale”. Si ha la certezza in una vittoria della squadra cecoslovacca. (...) L'incontro che attende domani i nostri “azzurri” è certamente duro e difficile. Battuti dal pronostico, si troveranno di fronte ad una squadra che va famosa per il bellissimo giuoco di assieme di alto rendimento. È questa la gran forza della compagine cecoslovacca.”
Per il quotidiano La Stampa l'incontro venne seguito da Vittorio Pozzo che così racconta la partita:
Il tempo non ha favorito l'incontro tra le nazionali dell'Italia e della Cecoslovacchia. Una pioggia fine e leggera cade fin dalle prime ore del mattino, ciò che non impedisce però che già un'ora prima dell'inizio del match il campo dello Sparta sia stipato. Si calcola che quindici mila persone siano presenti. Il campo è in condizioni disastrose, ridotto ad un vero pantano.
(…) La partita ebbe una storia ben strana. Nervosa, rotta, disputata ora con torpore ora con velocità; a tratti anche violenta, interessante sempre.”
Alla fine Pozzo fa un'analisi della partita:
La difesa italiana fu pienamente all'altezza della situazione, con Calligaris in primo piano. La linea mediana, eccellente nel lavoro difensivo, all'attacco non funzionò invece che a tratti. Baloncieri e Cevenini erano in cattive condizioni, malgrado questo, però, il nostro attacco dimostrò maggior decisione che non quello avversario.
La squadra boema, non ha lasciato quell'impressione di potenza e valore tecnico che ebbimo occasione di notare altre volte. (…) Partita piena di contraddizioni: le due squadre ed i loro migliori elementi ebbero alti e bassi impressionanti, se facciamo eccezione per la difesa italiana, Kada e Kolenaty”
Italia - Ungheria 4-3
 
Al termine del torneo fu proprio l'Italia – che nel frattempo era passata sotto la guida tecnica dello stesso Vittorio Pozzo – a risultare vincitrice, soprattutto grazie alle due clamorose vittorie ai danni dell'Ungheria: al primo storico successo ottenuto contro i magiari del 25 marzo 1928, quando a Roma la nazionale italiana riuscì a rimontare gli avversari da 0-2 e vincere per 4-3 fece infatti seguito il roboante 0-5 con il quale gli Azzurri espugnarono Budapest, con tripletta di Meazza.
La classifica finale fu la seguente:
11 ITALIA
10 AUSTRIA
10 CECOSLOVACCHIA
9 UNGHERIA
0 SVIZZERA
ungheria - Italia 0-5
Nel biennio 1931-32 la Coppa venne vinta dall'Austria (Italia seconda), mentre la terza edizione, quella giocata tra il 1933 ed il 1935 venne vinta ancora dall'Italia, seguita da Austria ed Ungheria. L'edizione programmata per il 1936-38 non venne invece assegnata poiché venne sospesa dopo l'annessione dell'Austria alla Germania del 12 marzo 1938: ormai le ombre del conflitto bellico si stavano allungando sull'Europa e la Coppa finì in soffitta. Si ritornò a pensare alla Coppa Internazionale a guerra conclusa, in un nuovo clima, in una nuova Europa. Fu un'edizione lunga, durò ben 5 anni e vide la vittoria dell'Ungheria, quell'Ungheria che si apprestava a diventare la famosa squadra d'oro, l'Aranycsapat di Puskas, Hidegkuti, Kocsis; l'Italia, travolta dall'immane tragedia di Superga, arrivò penultima. Così come si piazzò ancora al penultimo posto anche nell'edizione successiva, quella del 1955-60 che sarebbe stata l'ultima edizione della Coppa, che venne vinta dalla Cecoslovacchia e registrò la partecipazione della Jugoslavia. Conclusa l'edizione numero 6 – la prima organizzata dalla neonata U.E.F.A. - la coppa venne definitivamente archiviata: ormai i tempi erano maturi per un vero campionato europeo.


venerdì 3 giugno 2016

WALKIN'ON THE FOOT-BALL: CARLO RAMPINI

(...) Piccolo, taurino; il viso largo, angoloso; l'occhio nero, vivo; il petto ampio; le gambe salde: ecco Rampini. Il suo giuoco: Possente.”
Così Emilio Colombo dalle colonne de Lo Sport Illustrato descriveva fisicamente Carlo Rampini, uno dei più forti giocatore della Pro Vercelli, la squadra della sua città nella quale militò ininterrottamente dal 1908 al 1913. Nato infatti a Vercelli, a soli 17 anni fu tra i protagonisti del primo titolo di campione italiano vinto dalle Bianche Casacche, titolo al quale fecero seguito altri 4.
Dotato di un tiro formidabile, fu un prolifico attaccante con le sue reti contribuì a creare il mito della invincibile Pro Vercelli. A proposito di “bianche casacche” proprio a Rampini si deve la scelta cromatica delle divise da gioco, come Luca Rolandi ci lo spiega nel suo Quando vinceva il quadrilatero, libro, questo, molto ricco di aneddoti: per esempio proprio Rampini non riuscì a partecipare ai festeggiamenti organizzati per la vittoria nel 1908 del primo titolo di campione d'Italia poiché, assieme a Bertinetti, dopo la partita di finale di ritorno contro l'U.S. Milanese perse il treno e rimase bloccato per ore alla stazione di Milano.
Il suo esordio in Nazionale coincide con la divisa azzurra, alla terza partita della rappresentativa, quella giocata a Budapest nel 1911 contro l'Ungheria. In azzurro Rampini giocò otto volte, segnando tre reti. Vittorio Pozzo nel 1912 lo voleva convocare per la spedizione alle Olimpiadi di Stoccolma, ma non vi riuscì per impedimenti burocratici. É lo stesso Pozzo che lo racconta: “(...) I permessi militari costituirono l'ostacolo maggiore. Molti fra i giuocatori più in vista erano sotto le armi. Il Ministero della Guerra non ne voleva sapere di concedere licenze per espatrio. Ricordo la lunga corrispondenza per i tre vercellesi, Corna, Rampini e Milano II. Bisognò rinunciare a tutti e tre. Ho ancora la tessera del Comitato di Stoccolma, per la riduzione ferroviaria del 50% relativa a Rampini.”
Ettore Berra nel 1939 descriveva Rampini “il Valentino Mazzola, del tempo, meno tecnico, ma altrettanto trascinatore e vero piede da goal.”
Lasciata la Pro Vercelli nel 1913, Rampini emigrò in Brasile per motivi di lavoro per poi abbandonare definitivamente il calcio con l'inizio della Grande guerra.