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giovedì 30 aprile 2015

A CHE GIOCO GIOCAVAMO? Parte 2: Nasce il football!

Chi con le regole di Cambridge, chi con quelle di Sheffield, in Inghilterra un numero sempre maggiore di persone giocava a quel nuovo sport che era stato battezzato “foot-ball”, che altro non era se non un ibrido rudimentale di due sport, il football e il rugby, detta alla buona. Abbiamo raccontato che a questo nuovo sport si poteva giocare la palla sia con i piedi che con le mani e che si realizzava con mischie furibonde e veloci rincorse al portatore di palla che correva – cercando di evitare l'ostacolo degli avversari verso una non meglio definita “meta”.
Con gli anni'50 del 1800 questo sport esce dai college e incomincia il suo lungo cammino di divulgazione: nasce, infatti, l'idea di creare delle squadre rappresentati circoli e club che si scontrano tra loro in partite di foot-ball.
È il preludio alla nascita della prima associazione del calcio al mondo.

Nel 1863, come ben saprete, a Londra i rappresentanti di 11 scuole e società calcistiche si riunirono nella ormai famosa FreeMason's Tavern e formalizzarono la creazione di una struttura che regolamentasse e disciplinasse il gioco: nasceva, quindi, nell'autunno del 1863 la Football Association. Nelle riunioni successive i rappresentanti si sforzarono di codificare le regole del nuovo gioco, ma ben presto le opposte idee e istanze dei seguaci del rugby da una parte e del football dall'altra si fecero inconciliabili. In ballo, cari amici, c'era soprattutto l'uso delle mani nel giocare la palla e la caratterizzazione di un gioco più o meno violento. Il segretario dell'FA, Mr. Morley, voleva eliminare la matrice rugbistica dalla regolamentazione del nuovo gioco, ma all'interno della stessa Associazione vi erano molti che invece non erano d'accordo con lui e i suoi seguaci. In una riunione del novembre di quello stesso 1863 vennero messe ai voti le due tendenze e a prevalere fu la mozione del presidente della Associazione e con la nuova riunione del dicembre successivo venne sancito il divieto di giocare la palla con le mani. Football e rugby separavano così i loro destini per sempre.
Vi riporto alcune delle regole che vennero stilate durante quelle riunioni, così come le tramanda Luciano Serra nella sua “Storia del Calcio”: il terreno di gioco era delimitato alle quattro estremità da altrettanti pali e misurava 127 metri di lunghezza per circa 91 metri di larghezza; le porte erano costituite da due lunghe pertiche verticali non unite e larghe appena quattro metri e mezzo; il punto era considerato valido se la palla attraversava la porta o l’altezza della porta oltre il prolungamento ideale delle pertiche. All’inizio della partita – la cui durata era decisa volta per volta dai capitani, così come pure il numero dei componenti di ogni squadra – mediante sorteggio venivano decisi il calcio d’inizio e la porta; ad ogni punto segnato la palla veniva rimessa al centro del campo per la ripresa del gioco. Si considerava in fuorigioco chiunque, stando vicino alla linea di porta avversaria, fosse compagno di quello che avesse colpito la palla; la rimessa laterale era effettuata con lancio diritto dal punto in cui veniva recuperato il pallone, mentre se un pallone usciva sul fondo avversario, chi riusciva a recuperarlo a terra con le mani aveva diritto ad un calcio libero dalla distanza segnata delle 15 yards, con un tiro in linea retta verso la porta. Ovviamente era punito l'uso delle mani e solo ad un giocatore per ogni squadra veniva concesso di giocare il pallone con le mani e soltanto nella propria area di competenza.
Adesso sì che c'è del bello a correre dietro ad una palla!

mercoledì 22 aprile 2015

La Biblioteca del football perduto

NEL SETTIMO CREO' IL MARACANA' - di Luciano Sartirana (Edizioni Del Gattaccio)

La prima storia del calcio del Brasile pubblicata in Italia!
Un’avventura di sport e di gol, campioni sublimi venuti da una favela, vittorie favolose e devastanti sconfitte... cultura, musica, società, i periodi luminosi e quelli difficili di un grande Paese. Il 18 febbraio 1894, un ventenne di nome Charles Miller (figlio di un inglese e di una brasiliana) sbarca a Santos dopo due pallosissime settimane di navigazione da Southampton. Ha con sé due palloni, 22 divise, il regolamento di un gioco che nel Brasile del caffè e della schiavitù abolita da poco non conosce nessuno.
Un Paese che - a causa di quel gioco - sta per essere rivoltato nell'anima.

Con prefazione di Darwin Pastorin che scrive: Luciano Sartinarana scrive di calcio ma in realtà racconta l’anima di una nazione. In queste pagine troverete moltissimo Brasile: nei campioni, nei dribbling, nei trionfi e nelle cadute, nelle meraviglie e nelle sofferenze, nei giorni bui della dittatura e nei giorni lucenti della rinascita, nella letteratura e nella musica. In queste pagine, così fitte, così intense, così documentate, l’autore dimostra tutto il suo infinito amore per un popolo e per un’idea di football che è, nel ricordare Pier Paolo Pasolini, poesia”.

2013
Edizioni Del Gattaccio
Euro 18

giovedì 16 aprile 2015

A CHE GIOCO GIOCAVAMO? Parte 1: Cambridge e Sheffield


Come si gioca a calcio? Con una palla, degli amici, buone scarpe e uno spiazzo abbastanza grande per poter correre e divertirsi. Detta così è semplice, vero? Certo, per giocare a calcio basta poco e la sua immediatezza è senz'altro uno dei motivi che stanno alla base del suo enorme successo planetario. Ha antenati antichi, il calcio che oggi amiamo. La sua storia, se volessimo, potremmo farla risalire sino alla Grecia antica, e forse anche oltre, legato com'è ai culti dedicati al sole. Ma niente paura: non andremo così indietro nel tempo, no.
Partiremo da Cambridge e da Sheffield, nell'Inghilterra vittoriana di metà'800.
Con la palla si giocava, abbiamo detto, da sempre, con modalità che nel corso dei secoli si sono rincorse in un'altalena continua di compostezza e brutalità. In Inghilterra tra '700 ed '800 si giocava a palla con il cosiddetto dribbling-game, una forma meno rozza e brutale di quel mob-football che tanti disordini aveva creato in età medievale. Nell'800 con la palla ci giocavano soprattutto gli studenti dei college durante la bella stagione: partita dopo partita, anno dopo anno, questi studenti arrivarono a plasmare il gioco secondo canoni a loro consoni finchè nel 1848 la University Football Club Cambridge mise nero su bianco le 11 regole fondamentali che possiamo considerare il primo vero spartiacque tra il mob-football e un nuovo gioco: il foot-ball. In quelle regole – tra le altre – per la prima volta si parla esplicitamente di “porte” ove far entrare la palla per poter segnare un punto e non più di generici riferimenti ad aree di meta e si regolamenta il contatto fisico, limitando gli scontri violenti. Sono quelli gli anni in cui le strade del football e del rugby iniziano a dividersi. Una decina d'anni dopo, a Sheffield vennero stilate le regole alle quali dovevano sottostare gli studenti del college che volevano giocare al football: regole simili a quelle di Cambridge, soltanto che si tollerava di più il gioco maschio. Non solo. A Sheffield si fecero le cose per bene e venne fondata anche una società, lo Sheffield F.C., che – come bene spiegano gli autori del bel volume “Football tra storia e leggenda” non era soltanto una società di football, bensì una sorta di prima organizzazione calcistica con compiti di invenzione e propagazione delle regole del nuovo gioco.
Insomma, amici, ci si dava da fare a correre dietro ad una palla...

giovedì 9 aprile 2015

1915: dal football alle trincee

In tutte le librerie e anche on-line dal 15 aprile 2015 il mio nuovo libro per Bradipolibri Editore!



Il libro racconta due storie, entrambe vissute sotto i cieli plumbei e minacciosi di cento anni fa, durante i mesi di neutralità italiana, quelli che corrono tra lo scoppio della prima guerra mondiale nel giugno del 1914 sino all’intervento italiano nel maggio del 1915.
Una di queste storie vuole raccontare, attraverso l’analisi dei documenti diplomatici italiani dell’epoca e la riproposizione di ampi stralci di materiale memorialistico di alcuni dei protagonisti delle vicende di quel periodo, quello che accadde nelle stanze segrete delle ambasciate e dei Ministeri, mentre nelle vie, nelle piazze e nei caffè di tutti i paesi e di tutte le città d’Europa si vivevano gli ultimi attimi di un mondo e di un’epoca che non sarebbero più tornati.
L’altra storia, invece, è quella che segue il racconto dell’unico campionato di calcio italiano che non vide mai la fine, raccontato con le parole dei giornalisti e le fotografie dei giornali dell’epoca; un gioco, quello del calcio, che mano a mano che passavano i mesi si legava sempre più forte alle vicende belliche, tingendo – per dirla come Vittorio Pozzo ha raccontato – di grigio-verde le gradinate degli stadi. Un intreccio, quello tra calcio e guerra, evidenziato dalle sempre più numerose partite organizzate in Italia per raccogliere fondi a favore del Belgio occupato e delle "terre irredente"; dal crescente numero di calciatori richiamati alle armi e mandati al fronte, nonché dalle commoventi partite che durante la notte di Natale del 1914 vennero giocate in modo del tutto estemporaneo e spontaneo tra reggimenti nemici sul fronte.
Un modo diverso di raccontare un’Italia e un dramma europeo così lontano ma anche così tragicamente vicino e attuale.

sabato 4 aprile 2015

Gli incontri internazionali di Pasqua (Part. 3)

Pasqua 1912, ovvero la Pasqua delle prime volte per il calcio italiano, si potrebbe quasi dire.
Per la Pasqua del 1912, infatti, si fecero davvero le cose in grande stile: si invitò addirittura una squadra inglese, gli English Wanderers che per la prima volta vennero a giocare alcune partite in Italia, dopo le precedenti tournée in Francia e Russia. Una data oltremodo storica, cari amici. Gli English Wanderers, infatti, erano formati da giocatori di varie squadre che giocavano nei campionati di Inghilterra, Scozia e Irlanda e che erano soliti esibirsi in tournée molto apprezzate in giro per l'Europa. Una vera e propria attrazione!
Così La Stampa presentava l'iniziativa:
(...) Quest'anno avremo dei numeri di...assoluta novità, con la discesa fra noi della famosa squadra degli «inglesi erranti», uno dei più agguerriti team d'Inghilterra”
L'assoluta protagonista di quella Pasqua, dunque, fu la squadra degli English Wanderers che giocò – e vinse – contro Milan, Genoa, Pro Vercelli e una “mista” torinese. Contro il Milan la vittoria fu schiacciante: la squadra inglese già alla fine del primo tempo era avanti 5-0 e terminò l'incontro vincendo 8-1.
Rete di De Vecchi
Ah, giocò anche contro la nazionale italiana una partita non ufficiale: finì 1-1 (la rete italiana la segnò De Vecchi su rigore al 90°) e di quell'incontro così ne parò La Stampa Sportiva:
(...) i nostri giocatori, già conoscendo le particolarità di ciascun avversario, avevano egregiamente provvisto a neutralizzarli. Woodward non riuscì a piazzare neppure un pallone nella nostra rete. Come nei preceenti matches disputati nella loro tournée in Italia, i Wanderers non eccelsero neppure a Genova per giuoco corretto ed elegante, ma confermarono la loro grande famigliarità col giuoco della palla al calcio e le innegabili doti di destrezza e di decisione di azione che accoppiate ad una sorprendente velocità in attacco, furono i coefficienti primi delle numerose vittorie da essi riportate."
A Torino, sempre in quei giorni, si disputò un altro interessante torneo, organizzato dal Torino e dalla Juventus con il patrocinio del Guerin Sportivo, che proprio in quell'anno aveva iniziato le pubblicazioni, torneo che segnò la prima volta in Italia di una squadra austriaca, il Wiener Amateur. Gli austriaci, reduci dal pareggio (2-2) in campionato contro il Wiener Sport Club, erano anche i detentori della Coppa di Vienna, manifestazione alla quale partecipavano i migliori clubs viennesi. Così La Stampa dipingeva la squadra austriaca:
(...) un'accolita di giuocatori straordinariamente cortesi, fini come tecnica, ed educatissimi come condotta di giuoco, che ci hanno insegnato una cavalleria di giuoco che non tutte le squadre estere che son scese in Italia hanno mostrato di possedere nel grado di quella viennese”


 
Al Torneo pasquale di Torino, oltre al Wiener Amateur e alle due società organizzatrici, prese parte anche la società svizzera del F. C. Chaux-de-Fonds, squadra di buon livello composta da ben quattro nazionali e dal forward tedesco Hiller.
07/04: CHAUX-DE-FONDS – JUVENTUS = 5-2
07/04: WIENER AMATEUR – TORINO = 5-3

08/04: CHAUX-DE-FONDS – TORINO = 0-4
08/04: WIENER AMATEUR – JUVENTUS = 2-2
Nel primo incontro della domenica, lo Chaux-de-Fonds dominò sulla Juventus mettendo in luce l'attaccante tedesco Hiller che segnò quattro delle cinque reti elvetiche, mentre l'incontro successivo fu sicuramente più avvincente, con continui capovolgimenti di gioco e di risultato sino all'89°minuto, quando, sul punteggio di 3-3, il Wiener riuscì a segnare due reti e chiudere così vittorioso l'incontro.
In occasione della prima partita di una squadra austriaca in Italia, la federazione di appartenenza inviò un telegramma:
Ossterreichicher Fussballverband invia cordiali ed affettuosi saluti occasione primo incontro squadre italiane austriache, augura il più bel esito e felice prosperità dell'amicizia sportiva italo-austriaca”
Il giorno successivo l'incontro che registrò l'esito più sorprendente fu quello tra la Juventus e il Wiener, incontro che la squadra italiana riuscì a chiudere in pareggio, pur venendo dominata dagli avversari nel primo tempo, chiuso sul punteggio di 2-1 per gli austriaci. Nella ripresa, al 51° la Juventus riuscì a pareggiare e da quel momento, complice anche la stanchezza, gli austriaci non riuscirono più ad essere pericolosi ma anzi, proprio sul finire dell'incontro, fu alla Juventus che capitò l'occasione migliore per portarsi a casa la vittoria, ma senza riuscirvi.
Nell'altro incontro, invece, facile vittoria del Torino sugli svizzeri per 4-0, con reti di Arioni, Mosso e doppietta di Bachmann II.


 
Il clima a livello internazionale mutava rapidamente e per la Pasqua del 1915 le uniche squadre che oltrepassarono la nostra frontiera per venire a giocare in Italia furono, ovviamente, quelle svizzere: la guerra già da parecchi mesi infuriava nel cuore dell'Europa e gli spazi per il football erano sempre più ristretti. Comunque, dicevamo degli svizzeri. Il F.C. Berna giocò due partite nel fine settimana pasquale: a Torino perse nettamente 4-0 contro il Torino e a Vercelli impattò 2-2 contro la Pro. Interessante per il pubblico fu il derby giocato a Milano tra l'Internazionale e il Milan, entrambe finaliste del campionato di quell'anno, incontro vinto abbastanza agevolmente dai neroazzurri per 5-2. A Genova venne disputato un torneo al quale parteciparono il Genoa, l'Andrea Doria, lo Young Boys di Berna e una Selezione veneta. Nelle intenzioni avrebbe dovuto essere un evento di sicuro richiamo per pubblico e addetti ai lavori, ma nella realtà così non fu, poichè ciò che purtroppo mancò fu lo spettacolo, le squadre si presentarono largamente rimaneggiate, come evidenzia il corrispondente de La Stampa:
I quattro incontri hanno dimostrato la completa inutilità di queste esibizioni, in cui le squadre si presentano incomplete ed a cui i giocatori non si prestano con molto entusiasmo”


 
Quella fu l'ultima Pasqua di pace in Italia: da fine maggio anche da noi la guerra avrebbe invaso le vite della popolazione e di calcio se ne sarebbe visto sempre meno.