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martedì 23 maggio 2017

WALKIN'ON THE FOOT-BALL: LA COPPA INTERNAZIONALE

Era ormai arrivato tempo di Europa anche per il calcio degli anni'20 che, come altri sport, aveva assunto piena consapevolezza della propria presa sul pubblico e aveva iniziato a sentire l'esigenza di strutturare in maniera più salda quella vocazione internazionale che già dai primi anni dei pionieri lo aveva contraddistinto. In altre parole, erano ormai maturi i tempi per organizzare una manifestazione europea che mettesse di fronte le migliori espressioni del calcio continentale. Chi concepì e realizzò questa idea fu il famoso allenatore austriaco, nonché una delle menti calcistiche più brillanti dell'epoca, Hugo Meisl che negli anni'20 fu tra gli ideatori ed organizzatori di due manifestazioni continentali, una dedicata alle squadre di club e una per le Nazionali. Così lo ricorda Vittorio Pozzo: “Uomo di levatura superiore, era in grado di giudicare e spesso di prevedere tutto quello che attorno a lui avveniva. Non si occupava puramente di tecnica, come facevo io, Meisl: curava anche la parte politica del calcio, ed era un po' il 'factotum' della sua Federazione, per gli affari interni e soprattutto per quelli internazionali.”
Le due competizioni di cui si dirà sono la Coppa Internazionale riservata alle rappresentative nazionali e la Coppa dell'Europa Centrale disputata tra squadre di club, da noi più nota come Coppa Mitropa, della quale parleremo la prossima volta.
La Stampa nell'edizione del 28 ottobre 1926 così riportava la notizia della Conferenza tenutasi a Praga il giorno prima:
Si sono oggi riuniti i rappresentanti delle Federazioni di calcio italiana, ceco-slovacca, austriaca ed ungherese per discutere sulla creazione di una competizione internazionale di foot-ball. L'Italia era rappresentata, come è noto, dal Cav. Uff. Ferretti e dal sig. Zanetti. Su proposta dei rappresentanti italiani è stato deciso di creare due competizioni: la prima sotto il nome di Coppa d'Europa per le squadre nazionali rappresentative e la seconda sotto il nome di Coppa dell'Europa Centrale per le squadre delle società che sono campioni o finaliste dei differenti campionati. Per questa ultima competizione, ciascun paese designerebbe due squadre. La partecipazione dell'Italia alla Coppa d'Europa è già stata assicurata.”
Furono dunque quattro le federazioni calcistiche che diedero vita alla competizione: Austria, Cecoslovacchia, Italia ed Ungheria, probabilmente il meglio del calcio europeo dell'epoca, fatta eccezione per i maestri inglesi, schivi come sempre. A queste quattro nazionali si aggiunse la Svizzera e nel 1927 poteva iniziare la prima edizione del torneo, torneo basato su un girone all'italiana con partite di andata e ritorno (una in casa e una in trasferta) e classifica finale. Evidentemente mancando un ente sovranazionale che garantisse l'organizzazione del torneo, il tutto era lasciato alle libere determinazioni delle singole Federazioni e le partite venivano disputate in date e luoghi decisi in base alle esigenze e disponibilità dei singoli enti nazionali.
La Coppa in palio, tutta in cristallo, del valore di 20.000 corone cecoslovacche venne offerta dal Primo Ministro cecoslovacco Antonin Svehla, da qui il nome con cui è anche conosciuta la Coppa, Svehla Pokal.
A Praga il 18 settembre 1927, davanti ad oltre 30.000 persone iniziava la prima edizione della Coppa Internazionale con la vittoria della Cecoslovacchia per 2-0 contro l'Austria; quest'ultima, una settimana dopo, veniva sconfitta anche dall'Ungheria a Budapest per 5-3. L'Italia faceva il suo esordio nella competizione il 23 ottobre, sul temibile campo di Praga:
I calciatori azzurri sono giunti a Praga per il loro primo match internazionale dell'annata. Negli ambienti calcistici di qui (Praga, ndr), quantunque si apprezzi molto la nostra “nazionale”. Si ha la certezza in una vittoria della squadra cecoslovacca. (...) L'incontro che attende domani i nostri “azzurri” è certamente duro e difficile. Battuti dal pronostico, si troveranno di fronte ad una squadra che va famosa per il bellissimo giuoco di assieme di alto rendimento. È questa la gran forza della compagine cecoslovacca.”
Per il quotidiano La Stampa l'incontro venne seguito da Vittorio Pozzo che così racconta la partita:
Il tempo non ha favorito l'incontro tra le nazionali dell'Italia e della Cecoslovacchia. Una pioggia fine e leggera cade fin dalle prime ore del mattino, ciò che non impedisce però che già un'ora prima dell'inizio del match il campo dello Sparta sia stipato. Si calcola che quindici mila persone siano presenti. Il campo è in condizioni disastrose, ridotto ad un vero pantano.
(…) La partita ebbe una storia ben strana. Nervosa, rotta, disputata ora con torpore ora con velocità; a tratti anche violenta, interessante sempre.”
Alla fine Pozzo fa un'analisi della partita:
La difesa italiana fu pienamente all'altezza della situazione, con Calligaris in primo piano. La linea mediana, eccellente nel lavoro difensivo, all'attacco non funzionò invece che a tratti. Baloncieri e Cevenini erano in cattive condizioni, malgrado questo, però, il nostro attacco dimostrò maggior decisione che non quello avversario.
La squadra boema, non ha lasciato quell'impressione di potenza e valore tecnico che ebbimo occasione di notare altre volte. (…) Partita piena di contraddizioni: le due squadre ed i loro migliori elementi ebbero alti e bassi impressionanti, se facciamo eccezione per la difesa italiana, Kada e Kolenaty”
Al termine del torneo fu proprio l'Italia – che nel frattempo era passata sotto la guida tecnica dello stesso Vittorio Pozzo – a risultare vincitrice, soprattutto grazie al primo storico successo ottenuto contro l'Ungheria del 25 marzo 1928, quando a Roma la nazionale italiana riuscì a rimontare i magiari da 0-2 e vincere per 4-3
La classifica finale fu la seguente:
11 ITALIA
10 AUSTRIA
10 CECOSLOVACCHIA
9 UNGHERIA
0 SVIZZERA
Nel biennio 1931-32 la Coppa venne vinta dall'Austria (Italia seconda), mentre la terza edizione, quella giocata tra il 1933 ed il 1935 venne vinta ancora dall'Italia, seguita da Austria ed Ungheria. L'edizione programmata per il 1936-38 non venne invece assegnata poiché venne sospesa dopo l'annessione dell'Austria alla Germania del 12 marzo 1938: ormai le ombre del conflitto bellico si stavano allungando sull'Europa e la Coppa finì in soffitta. Si ritornò a pensare alla Coppa Internazionale a guerra conclusa, in un nuovo clima, in una nuova Europa. Fu un'edizione lunga, durò ben 5 anni e vide la vittoria dell'Ungheria, quell'Ungheria che si apprestava a diventare la famosa squadra d'oro, l'Aranycsapat di Puskas, Hidegkuti, Kocsis; l'Italia, travolta dall'immane tragedia di Superga, arrivò penultima. Così come si piazzò ancora al penultimo posto anche nell'edizione successiva, quella del 1955-60 che sarebbe stata l'ultima edizione della Coppa, che venne vinta dalla Cecoslovacchia e registrò la partecipazione della Jugoslavia. Conclusa l'edizione numero 6 – la prima organizzata dalla neonata U.E.F.A. - la coppa venne definitivamente archiviata: ormai i tempi erano maturi per un vero campionato europeo.




mercoledì 17 maggio 2017

WALKIN'ON THE FOOT-BALL: LA COPPA ITALIA (1922)

Come abbiamo già avuto modo di raccontare, i primi anni'20 del calcio italiano furono molto burrascosi ma videro anche la nascita di una nuova competizione, la Coppa Italia che nel 1922 venne vinta dal Vado Ligure. 
L'esperimento venne messo in pratica per aumentare l'offerta di calcio da parte della F.I.G.C. nell'anno dello “scisma” dei grandi squadroni: il suo campionato, infatti, vinto dalla Novese, proprio per la modesta caratura tecnica delle partecipanti non ebbe successo e quindi la Federazione tentò la carta della Coppa. Alla nuova competizione si iscrissero più di 35 squadre, tutte appartenenti alle categorie “minori”; il regolamento prevedeva incontri di sola andata a sorteggio sul modello della F.A. Cup inglese e iscrizione gratuita alla competizione purché la società fosse proprietaria del campo di gioco. Si giocò dal 2 aprile al 16 luglio del 1922, nel più assoluto disinteresse del grande pubblico poiché la mancanza delle squadre più forti e più famose tenne lontano dai campi gli spettatori. Comunque si giocò e dopo i primi turni eliminatori si arrivò a disputare le semifinali il 25 giugno:
Vado – Libertas Firenze = 1-0 t.s.
Udinese – Lucchese = 4-3 t.s.
Il risultato di questa seconda semifinale non venne però omologato a causa di un errore tecnico circa il punto di battuta di un calcio di rigore e quindi venne rigiocata il 9 luglio:
Udinese – Lucchese = 1-0
Si arrivò quindi alla finale, in programma a Vado Ligure in gara secca per il 16 luglio, giocata tra Vado e Udinese davanti ad un – finalmente – folto pubblico.
«Il calcio italiano non ha nulla da invidiare al confratello inglese. Una squadra di promozione infatti si trova ad essere finalista nella Coppa Italia» Così presentava la finale La Gazzetta dello Sport.
Le cronache, scarse, riportano di una partita tesa, dove il Vado riuscì a contrastare le folate dell'Udinese sino al termine dei tempi regolamentari. Si iniziarono dunque i supplementari e lì balzò agli onori della cronaca – e della storia – il nome dell'allora diciassettenne Felice Levratto che al 118° minuto riuscì a segnare il goal decisivo per la vittoria del Vado, e già che c'era con quel tiro fulminante pare abbia sfondato letteralmente la rete, come poi gli accadrà altre volte nel corso di quella che sarebbe stata una grande carriera.
A proposito di Felice Levratto, pare bello riportare qua uno stralcio tratto dai Ricordi di Vittorio Pozzo relativo alla partita Italia – Lussemburgo, Olimpiadi di Parigi del 1924:
Un ricordo di questo incontro: un mezzo omicidio involontario di Levratto. Una formidabile legnata sua, nel secondo tempo, colpisce in pieno Bausch. Crolla, il nostro uomo, come colpito dalla mazzata di un pugilatore: ha perduto i sensi, sanguina dalla bocca. Tutti attorno: paura di chi sa che cosa. Finalmente ritorna in sé. E' la lingua che, presa fra i denti al momento della botta, s'è tagliata. Rinviene, si fa medicare e chiede a me chi è stato l'autore di quel tiro inumano, dice lui. Glielo indico. Passa qualche minuto. Ecco che per azione simile all'altra, Levratto ricompare solo davanti alla porta ed alza la gamba come lo spaccalegna alza il braccio. Il portiere, come lo vede, con un balzo felino pianta rete, pali, porta e fugge in tuffo fuori porta. L'istinto della conservazione. Parare è bene, ma lasciarci la pelle o farsi guastare i connotati, no, eh! Non è più sport. Nella omerica risata che segue il gesto disperato del portiere, Levratto manca il punto a porta vuota.”
Il Vado, il piccolo Vado Ligure vinse così la prima Coppa Italia, un trofeo in argento di oltre 8 chili di peso che alcuni anni dopo – siamo nel 1935 e la Patria reclama oro e argento – venne donata al Partito Fascista e fusa. Soltanto nel 1992 la Federazione donerà una copia del trofeo alla società ligure.
Detta però come va detta, l'esperimento – al netto del romanticismo pionieristico – fu un totale fallimento e non venne ripetuto sino al 1935/36, se si eccettua il tentativo del 1926/27, quando vennero disputati i primi turni di una rinnovata – ed ingigantita – Coppa Italia: si iniziò a giocare l'11 novembre 1926 ma la competizione venne interrotta nella tarda primavera dell'anno dopo e mai più ripresa poiché non vi era più spazio, nel fitto calendario federale, per giocare gli incontri della Coppa.

 

lunedì 8 maggio 2017

WALKIN'ON THE FOOT-BALL: LA FINALE “INFINITA” (1924/25)

Abbiamo già avuto modo di dire che dal 1922/23 il campionato italiano di calcio venne strutturato in due Leghe distinte, con una vincente del nord e una vincente del sud che si incontravano nella vera e propria finale nazionale in gare di andata e ritorno. Nella stagione 1924/25 la finale di Lega Nord tra Genoa e Bologna passò alla storia in quanto furono necessari ben cinque incontri per determinarne la vincitrice. Il Genoa, campiona in carica, puntava dritto dritto al 10° titolo, mentre il Bologna sognava il suo primo scudetto. Oddio, “primo scudetto” sarebbe stato anche in caso di vittoria genoana in quanto è proprio da quell'anno che viene deciso che la squadra campione potrà cucire sulle proprie maglie uno scudo tricolore.
La finale di andata era stata giocata a Bologna, sul campo dello Sterlino il 24 maggio del 1925 e la vittoria per 2-1 degli ospiti era sembrata il preludio alla vittoria finale, senonché una settimana dopo, a campi invertiti, il Bologna, nei minuti finali aveva agguantato con Della Valle il 2-1 portando in tal modo la finale in perfetta parità.
Si rende dunque necessario uno spareggio e viene prescelto il campo del Milan, quello di viale Lombardia. Il 7 giugno ben 12.000 spettatori si presentano al campo, ma le tribune non sono in grado di accoglierli tutti e in molti si assiepano ai bordi del terreno di gioco.
L'arbitro – Mauro – decide di far disputare comunque l'incontro e perciò si inizia. E si comincia alla grande, almeno per il Genoa che chiude il primo tempo in vantaggio 2-0. Tutto deciso? Non proprio, perchè c'è da giocare ancora il secondo tempo ed è lì che se ne vedono delle belle – o per meglio dire delle brutte.
Tutta la vicenda ruota attorno al 61° minuto, dopo circa un quarto d'ora della ripresa. C'è un attacco del Bologna, Muzzioli scatta, porta avanti la palla, tira e...e? Ecco, a questo punto le cose si complicano perchè per alcuni il pallone finisce in rete, per altri invece viene deviato in calcio d'angolo dal portiere. A chi credere? So cosa state pensando: l'arbitro cosa ha deciso? Bè, l'arbitro concede il corner, scatenando le ire del pubblico che invade il terreno di gioco circondandolo minacciosamente. Dopo ben 13 minuti di discussioni e proteste, in assenza di sicure vie di fuga, il buon Mauro cambia idea e concede la rete. 2-1 e palla al centro. Va bene, ma in definitiva il pallone era entrato oppure no? In assenza di moviole ante litteram dovremo accontentarci di ciò che dicono le fonti. Per il Corriere dello Sport (che è di Bologna...) la rete è perfettamente regolare, per i giornali genovesi, al contrario, il portiere dei liguri avrebbe compiuto una meravigliosa parata. La Stampa di Torino, invece, fa una ricostruzione ancora diversa, introducendo un ulteriore elemento come si legge nel numero del 8 giugno:
(...) A nostro giudizio il goal non poteva essere concesso. (…) allorquando Muzzioli per scavalcare Bellini spinse avanti a sé il pallone questo andò ad urtare nelle gambe degli spettatori che erano seduti proprio sul limitare del campo. Naturalmente il pallone non andò fuori di gioco – come avrebbe fatto se il campo fosse stato sgombro – e Muzzioli raccogliendo la palla, segnava”
Dicevamo, 2-1 e palla al centro, ma qua, stando ad alcune fonti, accade un altro fatto decisivo. Se continuiamo a leggere la stampa dell'epoca vicina agli ambienti bolognesi, apprendiamo che la partita riprese, il Bologna segnò il 2-2 e si attese la disputa dei tempi supplementari. Se però leggiamo la ricostruzione che fa il Ghirelli, questi fa menzione di un colloquio che l'arbitro ebbe con il capitano del Genoa, De Vecchi: in poche parole, l'arbitro avrebbe avvertito il giocatore che per lui l'incontro era finito sul 2-1 ma che lo avrebbe portato a termine solo per “motivi di ordine pubblico”. Al triplice fischio, dunque, il Genoa è sicuro di aver vinto il titolo, mentre il Bologna si ripresenta sul terreno di gioco per i tempi supplementari. E aspetta.
Aspetta il Genoa che invece non si presenta.
A seguito dei ricorsi presentati da entrambe le società, la Lega Nord decise di considerare nullo l'incontro in quanto giocato in condizioni non regolamentari e venne pertanto deciso di giocare un altro spareggio il 5 luglio sul campo di Corso Vinzaglio, a Torino. Anche quell'incontro terminò in pareggio (2-2 dopo tempi supplementari), ma non fu tanto il risultato a destare scalpore quanto quello che accadde dopo, alla stazione, quando vennero addirittura sparati alcuni colpi di rivoltella tra i tifosi delle due squadre. Quelli che seguirono furono giorni convulsi, duranti i quali le due squadre – con comunicati ufficiali e mediante le rispettive “fazioni” giornalistiche – si indirizzarono accuse reciproche sempre più pesanti. 
La soluzione arriva a fine luglio, più precisamente il 26 luglio, durante l'assemblea della Lega Nord, quando viene deciso di giocare il nuovo spareggio in data 9 agosto: ovviamente non viene detto il dove, per evitare che le rispettive fazioni abbiano modo di organizzare la trasferta.
Il 7 agosto la stampa diede la notizia: si sarebbe giocato a Torino, alle 7 del mattino:
(...) l'incontro, arbitrato da Achille Gama, avrà luogo sul campo della Juventus, a porte chiuse, alle ore 7 del mattino, allo scopo di evitare un eccessivo assembramento di appassionati e di supporters delle due squadre in lotta”
Ma non si giocò a Torino. Nella tarda serata dello stesso giorno le due società vennero avvertite in gran segreto di recarsi a Milano per giocare la partita; non venne comunicato il campo, anzi, venne fatto un fenomenale lavoro di depistaggio se è vero come è vero che molti tifosi all'alba del 9 agosto si recarono alcuni al campo del Milan, altri al campo dell'Internazionale, rimanendo delusi. Si giocò, invece, su un campo periferico, quello della Forza e Coraggio:
(...) Il campo della Forza e Coraggio era guardato a vista da carabinieri in tutti i suoi accessi; dei lancieri a cavallo facevano, durante tutta la partita, delle evoluzioni intorno al recinto. Inesorabili cerberi respingevano all'ingresso tutti coloro che non avevano il diritto di presenziare l'avvenimento, cosicché in breve alcune case dei dintorni si popolarono ben presto nelle finestre e persino sui tetti di gruppi di appassionati: il custode di una casa in costruzione riuscì a trarre benefici facendo pagare due lire a tutti coloro che volevano approfittarne.
Alle 7 erano già giunti i genovesi: dopo pochi minuti arrivarono i bolognesi, gli uni e gli altri in automobili e già in costume.”
La sfida, ripresa da due macchine cinematografiche, terminò finalmente con un vincitore: il Bologna ebbe la meglio (2-0) e poté quindi andare a giocarsi la finalissima contro l'Alba di Roma e laurearsi, per la prima volta nella sua storia, campione d'Italia.