Pagine

venerdì 28 aprile 2017

WALKIN'ON THE FOOT-BALL: DILETTANTI O PROFESSIONISTI?

IL “CASO ROSETTA” 

Nel 1920, finita la guerra e ripreso il campionato, il problema del “professionismo mascherato” si ripresentò, più attuale che mai con i casi dei vercellesi Barberis e Parodi: è ancora il Guerin Sportivo a soffiare sul fuoco con la pubblicazione nel novembre del 1920 della testimonianza del calciatore Degara, passato al Novara dalla Pro Vercelli senza il nulla-osta di quest'ultima. In buona sostanza il Degara dichiarò che il presidente della Pro Vercelli avrebbe promesso di acquistargli una camera nuziale come già aveva fatto con un altro giocatore, Giuseppe Parodi. La Pro Vercelli ammise il fatto, cioè che “a Parodi in occasione del suo matrimonio abbiamo regalato una camera nuziale,non troppo bella in verità, ma decorosa, e tale che dicesse all'ottimo amico la riconoscenza del club”. Peccato però che Parodi ebbe il “regalo” quando ancora era un giocatore del Casale, poco tempo prima di “trasferirsi” – guarda la combinazione – proprio a Vercelli.
Passano pochi anni e altro veleno viene versato nel mondo del calcio italiano che intanto si lega sempre più al mondo industriale.
Nel 1923 fecero scalpore i casi dei due giocatori della Pro Vercelli Gustavo Gay e Virginio Rosetta. Erano, quelli, anni di dilettantismo di mera facciata, tutti o quasi tutti i calciatori per giocare percepivano denaro o “benefit” e alcune società storiche di provincia iniziavano a faticare a far fronte a tali richieste. Una di queste era la Pro Vercelli che nel 1923 invitò neanche troppo velatamente i giocatori che non volevano giocare gratuitamente ad andarsene. Gay e Rosetta inviarono una lettera di dimissioni che venne formalmente accettata il 4 settembre. Tutto tranquillo? Manco per idea perché mentre Rosetta rimane fermo, Gay – forte già di un accordo con il Milan – chiede e ottiene di essere inserito nella lista di trasferimento, anche se servirebbe l'attestazione della residenza a Milano. Il comune di Vercelli certifica che il Gay risiede in detto comune, ma la Lega Nord – presieduta dal milanese Baruffini – per aggirare l'ostacolo si avvale di un certificato di una ditta, la Richard Ginori, che dichiara che già da due anni il Gay risulta alle proprie dipendenze. Parallelamente si sparge la voce per la quale la Juventus avrebbe presentato una ricca offerta a Rosetta, anche se per ufficializzare il tutto starebbe attendendo che la Lega dia il benestare al trasferimento di Gay. Il 24 ottobre 1923 tale benestare viene ufficializzato provocando le furibonde reazioni dei tifosi della Pro Vercelli. Non solo: anche le vibranti proteste del presidente federale – nonché presidente della Pro – Bozino, che alla fine si dimette dalla carica di presidente della F.I.G.C.
A quel punto Rosetta chiede di essere inserito nella lista di trasferimento ma la Lega – differentemente da quanto fatto con Gay – rimanda la decisione; per ritorsione Rosetta spiega ricorso al Consiglio Federale il quale, il 24 novembre, gli dà ragione. La confusione ora è totale: a quel punto la diatriba è tra enti ufficiali, tra la Lega e la Federazione. La Juventus inizia a schierare Rosetta nelle successive partite e la Lega dichiara tali partite perse a tavolino provocando così il ricorso della soceità bianconera al Consiglio Federale che le dà ancora ragione. A quel punto anche il presidente della Lega, dopo aver rassegnato le proprie dimissioni, respinte dal Consiglio di Lega, indice un'assemblea straordinaria per il 6 gennaio, ma la Federazione gioca d'anticipo e il 30 dicembre dichiara decaduto tutto il consiglio direttivo della Lega, nomina Giovanni Mauro commissario straordinario, annulla la convocazione del 6 gennaio e convoca un'assemblea plenaria per il 9 febbraio. A questo punto interviene il C.O.N.I che delibera di invitare la Presidenza Federale a “considerare il Consiglio della Lega Nord legalmente in carica fino al giorno della suddetta Assemblea e il Consiglio della Lega Nord e i Comitati Regionali dipendenti a rimanere disciplinati al loro posto”
A Torino, il 9 febbraio, il Consiglio Federale viene sfiduciato ed è costretto a rassegnare le dimissioni e al suo posto viene nominato un Direttorio composto da sette membri con il compito di governare la Federazione sino alla prossima Assemblea straordinaria, fissata per il 28 e 29 giugno. E' il Direttorio a dirimere definitivamente la controversia sul “caso Rosetta”. Il quotidiano La Stampa nel numero del 18 febbraio così riporta la notizia:
(...) In conformità del deliberato dell'assemblea il direttorio considera come non emessa la tessera a favore del giuocatore Rosetta. Detto giuocatore viene quindi assegnato alla Pro Vercelli finchè questa non lo metterà in regolare lista di trasferimento, detto giuocatore non potrà partecipare per l'anno in corso a gare di campionato”.
Ormai la vicenda stava arrivando al suo epilogo. Venivano confermate le sconfitte a tavolino per la Juventus della prime tre partite giocate con Rosetta in campo, mentre le altre venivano comunque omologate; Rosetta e Gay non avrebbero più giocato per l'intero campionato.
Ovviamente siamo in Italia e il finale non può che essere una farsa. Il Direttorio, nella stessa riunione, nomina Vittorio Pozzo commissario unico della nazionale che parteciperà alle prossime Olimpiadi e Pozzo vuole a tutti i costi Rosetta a disposizione, senonché il giocatore, non certo felice per come sono andate le cose, oppone un fermo rifiuto alla convocazione. In questo è spalleggiato dal suo datore di lavoro che, ça va san dir, è un consigliere della Juventus che gli nega il permesso. A questo punto – tenendo ben presente che il Direttorio ha appena statuito che Rosetta è ancora della Pro Vercelli – il C.O.N.I chiede formalmente alla Juventus di “adoperarsi per ottenere il necessario benestare per Rosetta da parte della ditta per la quale lavora”. Insomma, la Juventus deve mettere a disposizione della nazionale un giocatore... di un'altra squadra!
Comunque fossero andate le cose, erano ormai maturi i tempi per una serie riflessione sullo status dei calciatori: la metropoli assorbiva un numero sempre maggiore di giovani talenti alla provincia provocando, di riflesso, il declino di questa. La stessa F.I.F.A, pur continuando a proclamare il principio del dilettantismo, lasciava ampio margine alle singole federazioni di regolamentare lo status dei propri calciatori, prevedendo la possibilità di compensare i giocatori per il mancato guadagno causato dall'attività calcistica. Nel frattempo, nell'estate del 1924 in Italia veniva abolito il vincolo di residenza: sembra niente, ma è un'apertura decisiva al professionismo.


 

mercoledì 19 aprile 2017

WALKIN'ON THE FOOT-BALL: DILETTANTI O PROFESSIONISTI?

Sin dai primi anni di vita del calcio ci si interrogò sullo “status” del calciatore: votato al puro dilettantismo o professionista? Ancora nel 1909 il primo vero regolamento organico del gioco del calcio emanato dalla Federazione statuiva, senza ombra di dubbio che “i giuocatori iscritti alla Federazione devono essere dilettanti.”
Se quindi l'impostazione federale era chiara e univoca, le società più facoltose tentarono sin da subito di accaparrarsi i servizi dei giocatori migliori pagandoli o offrendo loro un posto di lavoro poiché non era consentito ad un calciatore giocare per una squadra che non fosse della città di residenza. Negli anni dei pionieri, il Genoa fu spesso al centro di “casi” eclatanti, come quello del gennaio 1911 quando venne multato di 500 lire per aver stipendiato nel campionato precedente l'inglese Swift. Non solo. Ancora il Genoa fu al centro di un altro scandalo nel 1913, quando scoppiò il caso dei giocatori Sardi, Fresia (già al centro di altri casi di professionismo negli anni precedenti) e Santamaria e venne ancora più pesantemente multato dalla Federazione per “recidiva in atti di professionismo”.
Erano anni di grande evoluzione per il calcio italiano, c'erano squadre – Pro Vercelli su tutte – che dettavano legge sul campo da gioco e altre – le più ricche, Genoa in primis – che tentavano in ogni maniera di arginare lo strapotere dei piemontesi. Anche sfruttando le indubbie capacità economiche di cui disponevano agendo là dove i regolamenti apparivano più lacunosi. Molti anni prima del calciomercato, dunque, alcune società presero l'abitudine di “trasferire” giocatori per motivi di studio o di lavoro: il cittadino per andare a lavorare si trasferiva a Genova e – guarda caso – trovava una casacca del Genoa pronta da indossare. Come spesso accade – oggi come allora – ci si fa prendere la mano con facilità e in quel 1913 ben tre giocatori dell'Andrea Doria stavano per passare al Genoa: difficile giustificare la migrazione legandola a motivi di studio o di lavoro, essendo le due società entrambe della stessa città!
Il problema fu che si venne a sapere e subito il Corriere della Sera e il Guerin Sportivo cavalcarono la polemica e l'indignazione degli sportivi:
Che il professionismo larvato si fosse da vari anni insinuato tra le file, che dovrebbero conservarsi dilettanti, dei footballers italiani, era ben noto (…). La rivalità tra i vari clubs, spinta a volte all’eccesso, aveva a poco a poco creato il professionismo. Alcuni giuocatori, fra quelli che venivano in Italia dall’estero, erano stipendiati dalle società che volevano con essi rinforzare la propria squadra; altri giuocatori italiani, di valore, erano facilmente corrompibili (…). L’attuale Federazione ha già dimostrato di volere epurare l’ambiente dei falsi dilettanti.”
Il Genoa venne colto sul fatto e durante l'assemblea federale straordinaria del 13 luglio il genoano Pasteur dovette ammettere che il proprio club aveva pagato Sardi e Santamaria per giocare con i colori rossoblu. L'assemblea votò quindi il seguente ordine del giorno:
(…) udite le esaurienti spiegazioni date dalla Presidenza federale e dalla Commissione d’indagine, plaude all’operato di entrambe e approva incondizionatamente le deliberazioni prese dalla Presidenza federale a carico del Genoa Club e dei giuocatori Fresia, Sardi e Santamaria, invitando la Presidenza stessa a proseguire nell’opera di epurazione intrapresa per sradicare il professionismo, ovunque imperi. (…)”
Il dibattito era vivace. C'era chi guardava a De Coubertin e c'era chi guardava all'Inghilterra, patria del professionismo “pallonaro” già dal 1885. Poi, all'improvviso, tutti dovettero guardare l'orrore della guerra e di professionismo non se ne parlò più.


giovedì 6 aprile 2017

WALKIN'ON THE FOOT-BALL: LA “GUERRA DI SECESSIONE” NEL CALCIO ITALIANO

3. LA “GUERRA DI SECESSIONE” NEL CALCIO ITALIANO: TRATTATIVE DI PACE

Abbiamo quindi visto che la nuova stagione, quella del 1921-22, partì con due campionati nazionali paralleli e distinti. Nel mentre la stagione procedeva, le due federazioni tentarono reciproci approcci per vedere di trovare un'intesa.
Nel gennaio '22 i delegati delle due federazioni si trovarono a Brusnengo e lì pervennero ad un accordo sulla base di un campionato a 50 squadre. Come è facile intuire, era compromesso di non facile accettazione da parte della C.C.I. che infatti non accolse, a differenza del Consiglio Federale che invece lo approvò il 14 gennaio chiedendone la ratifica all'Assemblea. Le grandi squadre del nord confederali, dal canto loro, tentarono in ogni modo di sconfessare i loro stessi delegati, ma questi riuscirono a farsi riconfermare il mandato, con nuovi e più stringenti obiettivi. Leggiamo direttamente dall' Annuario Italiano Giuoco del Calcio del 1929:
Affermati il desiderio che ad un accordo si abbia a giungere, si approva l'opera sin qui svolta dai Commissari Confederali, ma si esprime il parere che non tutti i punti del progetto d'accordo siano accoglibili e che di conseguenza i Commissari abbiano a riabboccarsi con i Delegati della F.I.G.C. allo scopo di concordare con essi le modificazioni opportune.”
Si arrivò così al 19 febbraio 1922, con le assemblee dei due enti. Mentre a Modena l'Assemblea Confederale bocciava il progetto con 54 voti contro, 25 a favore e 4 astenuti a Torino l'Assemblea Federale approvava all'unanimità.
Visto così pareva non poterci essere dialogo tra le parti, ma le trattative comunque proseguivano e il 16 aprile si tenne un convegno al quale parteciparono i dirigenti di entrambe le parti allo scopo di studiare il modo migliore per arrivare ad una sintesi e quindi ad una pacificazione.
Le diplomazie erano al lavoro.
F.I.G.C. e C.C.I. formarono due Commissioni, una per ogni ente, composte da tre membri e da tre consulenti tecnici con la facoltà di nominare un arbitro al quale rimettere la decisione su quanto eventualmente fosse rimasto controverso. E fu così, grazie a questo instancabile lavoro diplomatico, che il 26 giugno 1922 “scoppiò” la pace: venne infatti decisa la formula del campionato 1922/23 che sarebbe stato giocato in 3 gironi da 12 squadre ciascuno, delle quali 25 appartenenti alla C.C.I. e 11 alla F.I.G.C. Il calcio italiano ritornava unito, anche se rimaneva ancora la distinzione tra Lega Sud e Lega Nord: per avere un'unione anche “geografica” oltreché politica occorrerà attendere il campionato 1926/27, quando il campionato verrà disputato in due gironi misti.